Un martire dei tempi moderni? Apologia del dandy


dandy

Chi è il dandy? Un uomo superficiale o profondo? O qualcuno che invece sfugge a ogni etichetta? Incursione nel dandysmo e nelle sue declinazioni. Che, ieri come oggi, affascina, seduce, coinvolge.

 

Martire dei tempi moderni, elegante solitario, disinvolto conversatore, superficiale e profondo senza essere al tempo stesso né l’uno né l’altro, il dandy da sempre sfugge ad una etichetta in grado di definirne i contorni.

Fenomeno dalle origini incerte, dalle latitudini non circoscritte, il dandysmo è una rigorosa arte morale messa al servizio di un’esistenza che vuole deviare dalla norma senza clamori o squilli di tromba. Troppo spesso e in maniera sprovveduta il dandy è stato accostato all’ozioso tout court: il primo, simbolo fiero di un’evidente superiorità mentale, non aderisce ai ritmi della vita “istituzionale” e delle sue passioni omologanti e de generatrici per non finirne travolto. Mantiene, al contrario, una compostezza lucida nel mezzo del tumulto, una sua voce originale ed inconfondibile nel frastuono uniforme della folla, domina l’amore e la vita senza esserne dominato. Non interviene nei dibattiti politici né medita sui nodi cruciali della storia. Non lo si vedrà mai alzare barricate o abbatterle. Il suo è un anarchismo raffinato senza alcuna patente di ufficialità o indottrinamento. Il disimpegno politico non è un atto di ostracismo fine a se stesso, bensì un desiderio di protezione e di amor proprio: il dandy non vuole legare il suo nome alle fugaci mode dell’umanità. Al di là di ogni corruzione proveniente dall’esterno, egli aspira ad una purezza altrove.

Così si spiega la predilezione della solitudine, l’eloquio elegante dispensato solo a pochi intimi, il rifiuto netto e definitivo di ogni tipo di prestazione lavorativa. Il dandy è convinto detrattore di quel luogo comune secondo il quale l’esercizio di un mestiere nobilita l’animo umano. Il lavoro, al contrario, è causa di svilimento e si oppone a quello che dovrebbe essere il libero e armonico sviluppo della personalità. Allo stesso modo, la sua passività non è un semplice vezzo estetico, ma ha ragioni più profonde: attraverso l’impassibilità egli smaschera il falso attivismo del mondo, sottomesso alle crudeli leggi del mercato. Per usare un’espressione pavesiana, il vero dandy è colui che si ribella di fronte al “determinismo di tutte quelle palle da biliardo” (si legga umanità). Così, nella sua parabola unica e inconfondibile, il dandy elegge se stesso come creatura irripetibile, svincolata da ogni bieco compromesso sociale. Anche nei sentimenti e nell’amore egli si concede una vasta gamma di possibilità, senza mai levare un grido di dolore, versare lacrime o gioire smodatamente a seconda delle circostanze che gli toccano in sorte. L’educazione alla pudicizia, alla discrezione, al rispetto in primo luogo verso se stessi, all’onore personale : disposizioni d’animo infrante ogni giorno dalla bassezza della folla e proprio per questo motivo raccolte gelosamente, custodite con severità e devozione quasi settarie dai dandies. Si comprende bene, a conti fatti, che l’ambizione massima e insieme l’aspirazione ideale del dandy è la distinzione. Essa può e deve esprimersi anche esteriormente, attraverso un abbigliamento che suggerisca la diversità senza esibire un’eccentricità troppo palese. Baudelaire percorreva i boulevards parigini sempre vestito di nero, poiché quel colore ben rifletteva il lutto del suo animo di fronte alle esistenze anonime dei suoi concittadini.

Oscar Wilde attraversava Hyde Park con una bombetta nera che quasi gli celava il viso. Drieu La Rochelle, altro grande solitario francese, indossava vestiti chiari da abbinare alla tonalità suggestiva dei suoi occhi. Non è, come molti credono, un gusto sfrenato dell’eleganza materiale, ma il marchio visibile di una superiorità aristocratica dello spirito. Stesso discorso vale per il denaro. Il dandy se ne serve per assicurarsi una vita dignitosamente agiata, ma lascia la passione per l’arricchimento alle persone volgari, considerando la ricerca ossessiva della ricchezza una piaga insanabile della società.

Così, simili a templari o a dei crociati dello spirito, i dandies lottano contro la volgarità dilagante dei costumi, adottando quell’atteggiamento che solo un profano potrebbe definire affrettatamente di inerte passività.

Piuttosto, l’affermazione di Baudelaire stigmatizza come meglio non si potrebbe queste straordinarie creature che raramente ci fanno visita, come “un fuoco latente che si lascia scorgere, che potrebbe ma non vuole ardere”.

Lorenzo Giacinto -

Romano, ma con spiccata propensione al cosmopolitismo. Laterale, eversivo, surrealista, ironico ed autoironico. Amante dei fuochi fatui e, come Lamartine e Loti, smodatamente attratto dall'Oriente. Gli piacciono tanto i dipinti di Modigliani, i film della Nouvelle Vague, i tramonti di Istanbul.

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