Julio Cortázar, il topografo dei sensi


CortazarSia dato credito all’invisibile, ai fantasmi dello spirito, alle scosse della sensibilità, ai corto circuiti emozionali. Potrebbe essere racchiusa in questo cammeo la summa della poetica di Julio Cortázar, artista argentino tra i più grandi del secolo scorso, autore di opere immortali come Rayuela e di altri innumerevoli racconti.
Non è semplice, all’inizio, addomesticarne la prosa: essa è insieme crisalide e farfalla non classificabile, fuochi d’artificio, sisma tellurico, un purosangue lanciato al galoppo, ma tenuto allo stesso tempo con mano sicura. La penna di Cortázar esplora i fondali marini, l’orogenesi dei sentimenti, le miniere di pietre preziose da cui estrarre diamanti grezzi. Chi conosce già lo scrittore ed ha imparato ad amarlo senza riserve, non può dimenticare la musica inconfondibile che nasce dalla sua scrittura, ponendolo nell’Olimpo degli artisti di ogni tempo, accanto alle vette insuperabili.
Si cominci, per esempio, dal primo capitolo di Rayuela, nel quale viene evocato l’incontro tra Oliveira e la Maga, in una Parigi che sembra essere percorsa ancora da Breton e Nadja, nella convinzione tutta surrealista che incontrarsi per caso non è mai un caso nelle nostre vite. Si lascino cadere nell’oblio, se possibile, tutte le letture precedenti, si smarrisca la concezione di letteratura realista, si disinserisca il pilota automatico e si navighi a vista, guidati dalle immagini che il prosatore sudamericano sa ritrarre meravigliosamente.
“Ma adesso lei non ci sarebbe stata, sul ponte. Il suo volto delicato dalla pelle quasi trasparente si affacciava forse ai vecchi portici del ghetto del Marais, forse stava chiacchierando con una venditrice di patate fritte o mangiando un salsicciotto caldo nel boulevard Sebastopol. Ad ogni modo salii sul ponte, e la Maga non c’era. Adesso la Maga non era neppure sulla mia strada , e per quanto conoscessimo i nostri indirizzi, ogni vuoto delle nostre due stanze di falsi studenti a Parigi, ogni cartolina come una finestrella Braque o Ghirlandaio o Max Ernst stretta fra le povere modanature e la tappezzeria chiassosa, nonostante questo non saremmo andati a cercarci in casa. Preferivamo incontrarci sul ponte, al tavolino di un caffè, in un cineforum o curvi su un gatto in un qualsiasi cortile del quartiere latino. Camminavamo senza cercarci pur sapendo che camminavamo per incontrarci”.
Ecco un breve saggio della prosa dello scrittore, al tempo stesso nitida ed eterea, avvolgente come un mantello di seta e insieme ariosa come un belvedere di una città europea, ricca di riferimenti al cinema, alle arti visive e alla letteratura, descrittiva quanto basta per non stringere troppo le maglie della realtà, splendidamente evocativa al punto da attraversarle come il soffio di un aliseo tropicale. Difficile rimanere indifferenti di fronte a una scrittura così leggera e insieme erudita, ma mai al punto da sembrare pretenziosa o uno sterile esercizio di stile.
Per chi scrive, Cortázar è soprattutto uno scrittore che parla di amore e viaggi, di donne e di tante città. In primo luogo di Parigi, ancora vibrante e in pieno fermento dopo l’esperienza surrealista prima e quella esistenzialista poi. Una città che forse non ha più il fascino magnetico capace di attirare artisti ed intellettuali da ogni angolo del mondo, desiderosi di inseguire genio, sogni e passioni brucianti alternando al fuoco dell’assenzio l’abbraccio umido della Senna, ma che comunque porta ancora dentro di sé il risultato contraddittorio di anni in cui la vita si faceva e si disfaceva rabbiosa, come un lenzuolo disfatto dopo un lungo amplesso. Quella Parigi che lo stesso scrittore scelse come seconda casa, come una Gertrude Stein sudamericana di cui però non accolse la quiete domestica, la consapevolezza di una patente di cittadinanza: vi sono esistenze che non possono sfuggire al costante richiamo dell’esule.
Così, la capitale francese non è soltanto il contesto, per così dire, urbano che racchiude le vicende descritte nei romanzi e nei racconti, ma è anche e soprattutto un modo di stare al mondo, una certa maniera di amare, tutta improntata ad una casualità che poco o niente ha di casuale, così come gli incontri di due individui che partono da due luoghi opposti per poi ritrovarsi nel mezzo del loro cammino, all’interno di uno stesso labirinto. Parafrasando Cortázar, l’amore per Parigi è sempre, in un modo o nell’altro, l’amore a Parigi.
“Perché no, perché non dovevo cercare la Maga, tante volte mi era bastato affacciarmi, arrivando da Rue de Seine, all’arco che dà sul quai de Conti, e appena la luce cenere e oliva che ondeggia sul fiume mi lasciava scorgere le forme, subito la sua figura sottile si disegnava sul pont des Arts, giravamo da quelle parti a caccia di ombre, a mangiare patate fritte nel Faubourg Saint-Denis, a baciarci vicino ai barconi del canale Saint-Martin. Con lei io sentivo crescere un’aria nuova, i segni favolosi dell’imbrunire o il modo con cui le cose si disegnavano quando stavamo vicini”.
Tanti sono i ponti, le piazze, i viali, i quartieri parigini in cui ci accompagna Julio, al punto che si potrebbe disegnare una topografia particolareggiata di intere zone della città. Una topografia che è, mano a mano che la narrazione si distende, una mappa interiore, una geografia fisica dei sentimenti.
Dall’altra parte del mondo, protetta ai due lati dalle intemperanze degli oceani, c’è Buenos Aires, la città natale di Cortázar, dove lo scrittore si trasferì con la famiglia poco dopo la nascita e dove avvenne la sua prima formazione da artista. Tutta la seconda parte di Rayuela è ambientata nella capitale argentina, come se quest’ultima fosse lo specchio rovesciato di Parigi, una sorta d’imbuto dantesco dove ai due capi figurano le due città dagli emisferi opposti. E anche il modo di descriverle è del tutto diverso: lontana dall’ariosità e dai mille riferimenti urbani della Ville Lumière che inframezzano il testo, Buenos Aires non viene evocata che brevemente, privilegiando invece i luoghi chiusi.
Siamo ben lontani da una rappresentazione agiografica della capitale porteña: qui l’eco sensuale dei tango non giunge, l’atmosfera intellettuale dei caffè frequentati da Borges non affiora alle pagine, la passionalità argentina viene smorzata da una certa indolenza scandita da pacchetti di sigarette e mate caldi. È la condizione d’animo del viaggiatore che torna nella sua patria, il ritorno alla normalità dopo aver smaltito la sbornia del diverso e dell’ignoto. E, ciò che è peggio, non c’è ponte, non c’è comunicazione possibile, tra due latitudini differenti. Forse, questo spiega anche la ragione per la quale lo stesso Cortázar, pur vivendo quasi in pianta stabile in Francia, continuasse a scrivere in spagnolo, avvertendo come elemento irriducibile e decisivo, nella sua personalità di uomo e di scrittore, l’appartenenza al territorio sudamericano.
“Prima di sbarcare nella mamma patria, Oliveira aveva deciso che tutto il passato non era avvenuto e che soltanto un inganno della mente come tanti altri poteva permettere il facile espediente d’immaginare un futuro nutrito di giochi già giocati. Doveva continuare, o ricominciare o finire: non c’era ancora il ponte. Si rese conto che il ritorno era in realtà l’andata, e in più d’un senso”

Cortázar, grande cantore dell’amore, evocato con accenti di meraviglia, disillusione e sensualità. Indimenticabile quello che lega Horacio e la Maga, in un susseguirsi disordinato e pulsante di incontri non previsti ma segretamente voluti, di visite frequenti ai clochard della Senna e a una chiromante che predice viaggi e nuove passioni, di sessioni erotiche impetuose e minacce di abbandoni, in un repertorio umano che mai esce dai binari dello stupore e dell’emozione. Difficile dimenticare l’incipit di Rayuela, fologorante come pochi (“Avrei incontrato la Maga?”), così come è complicato che l’oblio rimuova dalla mente uno tra i passaggi più intensi del libro, in cui la relazione sentimentale di Oliveira e la Maga viene fissata in maniera indimenticabile come in una sinossi del sentimento amoroso.
“Che cosa venivo a fare io sul Pont des Arts? Mi sembra che quel giovedì di dicembre avessi pensato di portarmi sulla riva destra e di bere del vino nel piccolo caffè della rue des Lombards dove Madame Léonie mi legge il palmo della mano e mi annuncia viaggi e sorprese. Non ti ho mai portata da Madame Léonie a farti leggere la mano, forse avevo paura che scorgesse nella tua mano qualche verità su di me, perché sei sempre stata un terribile specchio, una spaventosa macchina di ripetizioni, e ciò che chiamavamo amarci forse fu che io ero in piedi davanti a te, con un fiore giallo in mano, e tu reggevi due candele verdi e il tempo soffiava contro i nostri volti una lenta pioggia di rinunce e addii e biglietti di metrò”
E ancora, pochi scrittori hanno saputo trasferire nelle loro pagine una sensualità così seducente. Si badi, non una sensualità esibita con compiacimento, ma piuttosto una tensione erotica condotta con maestria, senza alcuna caduta di stile o giro a vuoto. Ed è proprio in passaggi di questo genere che lo stile dell’argentino si fa più ardito e sperimentale, come cercando di cavalcare l’energia del momento in cui due intimità si stanno per sfiorare: la nominalizzazione delle frasi, l’uso frequente del discorso indiretto libero, addirittura l’invenzione di un nuovo lessico senza alcun significato, ma che per assonanza di suoni lascia presupporre un rapporto amoroso, sono alcuni fra gli stratagemmi utilizzati da Cortázar.
“La aiutava a togliersi il reggiseno, la bocca già sulla spalla nuda, le mani andando a caccia fra le scintille, piccola mocciosa, orsacchiotta sciocchina, a un certo punto nudi in piedi di fronte al fuoco e baciandosi, freddo il letto e bianco e improvvisamente più niente, un fuoco totale lungo la pelle, la bocca di Lina sui suoi capelli, sul suo petto, le mani lungo la schiena, perdute sulla schiena salendo come una sferzata fino in faccia, fino alla gola, Lina, non è per ringraziarmi che lo fai, vero?,le bocche, l’altro fuoco, le carezze dai rosati bordi, la piccola bolla che trema fra le labbra, fasi della conoscenza, silenzi in cui tutto è pelle o lento scorrere di capelli, ventata di palpebra, negazione e richiesta, bottiglia di acqua minerale che si beve a garganella, che passa in un’unica sete da una bocca all’altra, terminando nelle dita che tastano il tavolino da notte”
“Appena lui le amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti. Ogni volta che lui cercava di lequire le incopeluse, si avviluppava in un grimado lamentoso e doveva invulsinarsi di fronte al novelo…”
E ancora, oltre alla Maga, la splendida Pola, con la quale il protagonista di Rayuela intraprende un legame più sensibile ai richiami della sensualità dei corpi. Il capitolo 76 della seconda parte del capolavoro argentino è uno dei più belli del libro; due pagine evocano le mani della donna e gli oggetti che essa sfiora: una cerniera lampo difettosa della borsetta suscita “l’impressione che la chiusura impedisca l’entrata in una casa zodiacale” . E le mani, descritte come forse nessun altro prosatore o poeta o chiromante versato alla lettere abbia mai potuto fare, proprio quelle mani per le quali Oliveira:“sentiva la necessità di toccare, di passare le dita su ciascuna falange, esplorare con movimenti di cinesiologo giapponese la via impercettibile delle vene, rendersi conto delle condizioni delle unghie, indovinare chiromanticamente linee nefaste e monte propizi, udire il fragore della luna appoggiando contro l’orecchio la palma di una piccola mano un po’ umida a causa dell’amore o di una tazza di tè”.
Un transistor in grado di amplificare la corrente elettrica di una prosa regolata ad arte, un sismografo che registri ogni moto tellurico che avviene prima nella vita e poi nella pagina, una lente d’ingrandimento posata su ogni entità visibile ed invisibile, o all’inverso un microscopio che dissezioni ciò che si manifesta con l’illusione della grandezza e dell’irriducibilità. La Maga, Pola, Gekrepten, Talita, e attorno al corteo di queste e tante altre donne Parigi, Buenos Aires, Copenaghen, Verona, Madrid, come tante cartoline indimenticabili mandate da un mittente invisibile, a dispetto della forma di gigantismo di cui soffriva Cortazár, il caro Cortázar, vecchio orsacchiotto, a cui mai sarebbe sembrato strano sentir parlare, a proposito di una donna, di cose come la schiuma della birra, le occhiaie al risveglio, il cotone struccante, un mappamondo illuminato, i satelliti intorno alla terra, tutti i biglietti del metrò usati, un comune atlante geografico.

Lorenzo Giacinto -

Romano, ma con spiccata propensione al cosmopolitismo. Laterale, eversivo, surrealista, ironico ed autoironico. Amante dei fuochi fatui e, come Lamartine e Loti, smodatamente attratto dall'Oriente. Gli piacciono tanto i dipinti di Modigliani, i film della Nouvelle Vague, i tramonti di Istanbul.

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