Frida e il doppio. “There are two of me now”


 

Una donna, un'artista, una ribelle. Diifficile dimenticare l'intreccio di passione personale e civile che ne fa una figura straordinaria, unica, irripetibile...

 

 

«Nessuno è separato da nessuno. Nessuno lotta per se stesso. Tutto è uno. L’angoscia e il dolore, il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere. La lotta rivoluzionaria in questo processo è una porta aperta all’intelligenza». Angoscia, dolore, amore, rivoluzione. Vita.

Quali immagini, meglio di quelle che Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderòn consegna al suo Diario, possono rappresentare questa donna e artista dall’esistenza travagliata e appassionata, divenuta un’icona del Novecento? Artista alla quale l’Italia dedica, per la prima volta, una grande mostra, aperta alle Scuderie del Quirinale sino al 31 agosto, per ricordarne il genio attraverso centotrenta opere provenienti dalle collezioni di tutto il mondo; i ritratti fotografici di Nickolas Muray e una selezione di lavori di artisti a lei vicini, come Diego Rivera, protagonista di un secondo allestimento, dedicato all’universo privato dell’artista messicana, che si terrà a partire dal 20 settembre al Palazzo Ducale di Genova.

Gioia, felicità, passione, angoscia, dolore sono i fili di cui è intessuta qualsiasi esistenza. Frida ne è consapevole. Sin da quel giorno in cui decide di prendere un autobus diverso dal solito, alla ricerca di un ombrellino. Poi l’impatto rovinoso con un tram e quel corrimano che la trafigge da parte a parte “come la spada trafigge il toro”, i mesi in ospedale, la scoperta della pittura, mentre si spalancano le porte di quel “pianeta di dolore, trasparente come il ghiaccio”, in cui vivrà tutta la sua esistenza.

Se la vita è segnata da sofferenze continue per quel corpo fatto a pezzi e l’anima squarciata, Frida non ha paura di esporsi allo sguardo altrui, sguardo invocato, calamitato, eterodiretto, provocatoriamente.

Come su un palcoscenico, si svela sulla tela nella sua duplice identità, europea e messicana, fatta di costumi e pettinature indie, di immagini di santi, di scimmie, pappagalli e vegetazione lussureggiante; dipinge gli incubi che le fanno visita la notte; narra l’amore totalizzante e mai pacificato con Diego Rivera, marito-padre/madre-amico-amante (fedifrago)-maestro e compagno di lotta; il dolore insanabile della maternità agognata e irrealizzabile; la catena dei numerosi amanti.

Soggetto/oggetto dello sguardo rivolto su se stessa, la Kahlo mette in scena la propria intimità, interiore, sentimentale, corporea, nella sua nudità, al di là della superficie dei mascheramenti e delle convenzioni, in una infinita seduta di autocoscienza, che permette il passaggio da una «trionfante riaffermazione di narcisismo […](a) una simbolizzazione del dolore e della sofferenza», arrivando «a trasformare in visione e in pratica artistica quella che all’origine altro non era che una strategia di sopravvivenza». (Maria Nadotti)

Ma la realtà personale dell’artista si incrocia con i fermenti politici e sociali che pervadono la sua terra. Così, dal letto dove è sempre più spesso relegata dalla malattia, scrive lettere, raccoglie viveri, organizza manifestazioni e incontri. Le fratture e il sangue del suo corpo dilaniato diventano quelle del suo popolo che paga la scelta della libertà con un tributo di sangue altissimo, lastricando le strade del Messico di centinaia di migliaia di morti.

«La rivoluzione – scrive nel suo Diario – è l’armonia della forma e del colore e tutto esiste, e si muove, sotto una sola legge: la vita».

Frida la ribelle, con la sua identità nomade (il padre è un ebreo ungherese, la madre india), sempre pencolante tra le mille identità, di volta in volta vulnerabile e forte, sofferente e carismatica, spregiudicata e spavalda, intelligente e ironica, maschio e femmina. Di sicuro ingombrante e terribile, come una dea azteca, anzi, come la divinità flagellante di Xipe Topec, come la definì Carlos Fuentes, capace di esprimere un’arte totalizzante, in cui convivono pubblico e privato, sogno e realtà, avanguardie artistiche europee e arte precolombiana, bagliori e oscurità.

Una donna, prima di tutto e fuori da ogni facile stereotipo, fedele a se stessa. Sempre.

 

 


Illustrazione di Luigia Bressan

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Anna Puleo -

Sono una ladra di parole. Ho iniziato quando ho imparato a leggere, nella libreria dei nonni, e ho proseguito senza complessi di colpa dovunque mi trovi. Ai libri non riesco a resistere. Alle parole neanche. Le tiro fuori dal baule ogni giorno, le spolvero, le scelgo, le affido al foglio bianco. Poi è venuto il web. Dove parlo di idee e progetti dalla galassia cultura, di editoria, arte, teatro, cinema, innovazione. Mi muovo tra il mondo dell’informazione e quello della comunicazione ma, appena posso, torno a loro. Alle parole.

 

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