L’Italia che vogliamo


L’Italia che vogliamo

 

politicaIeri si è conclusa, a Firenze, la kermesse di tre giorni, la Leopolda, appuntamento creato e voluto da Matteo Renzi, tre giorni di dibattiti, scambi di idee e proposte, su come affrontare i gravi problemi che affliggono l’Italia. È innegabile che gli occhi di tutti gli italiani sono rivolti a Matteo Renzi, alle sue proposte politiche, sociali ed economiche per cambiare rotta a questo nostro bellissimo paese che, per troppo tempo, è stato in mano a politici miopi ed incompetenti, nel migliore dei casi. Negli ultimi decenni l’Italia è stata, a poco a poco, ma con tenacia, distrutta, sia dal punto di vista industriale, economico, territoriale, che morale. I problemi che ci affliggono, in ogni campo, sono gravi e necessitano di interventi mirati e lungimiranti, che certamente , né la classe politica che li ha prodotti, né quella che ha peccato di omissione, può essere capace di affrontare.

Tra i tanti problemi da affrontare e a cui porre rimedio, il più grave, a mio avviso, è la mancanza di lavoro, a cui si va sempre di più affiancando, la mancanza di speranza in un futuro migliore. I nostri genitori, nonostante fossero cresciuti in un paese che era stato distrutto dalla guerra, sono riusciti a consegnarci un paese florido, ci hanno fatto crescere in un clima di benessere e di sicurezza sociale. Questo è stato reso possibile da una serie di interventi, sia statali che economici, che, senza bisogno di chiamare grandi economisti e premi Nobel di economia, ma solo utilizzando il buon senso comune, hanno consentito al paese di rialzarsi. Per es. le banche iniziarono ad elargire anche piccoli prestiti alle  famiglie, anche per l’acquisto di un semplice  ferro da stiro. È stato l’accesso al credito,che, in pochi anni, mise  in moto l’industria. Questa è stata la chiave del “boom economico” degli anni ’60. E se non si interviene sul sistema bancario, non ci saranno incentivi, né fondi stanziati per le nuove assunzioni, che potranno dare frutto. Bisogna ritornare a valorizzare il lavoro, basta con stage gratis, dove le aziende usufruiscono del lavoro di giovani laureati a costo zero. Il lavoro va valorizzato e non, come è avvenuto fino ad ora, sminuito.

Il lavoro è un tema centrale nella ormai lunghissima ed esasperata crisi economica. I dati declinati al presente sono spaventosi e gli orizzonti sono anche peggiori: per Bankitalia la disoccupazione arriverà al 13% nel 2014.

Noi che paese offriamo ai nostri giovani?

Dice Renzi: “Noi non ci rassegniamo a dare per scontato che i figli vivranno peggio dei padri. La sfida, per noi, è riuscire a coinvolgere le forze più vitali nella costruzione di un nuovo modello competitivo che abbia lo stesso potenziale di inclusione sociale del precedente”.

Siamo tutti d’accordo con lui, su questo punto. Ma, vogliamo guardare un po’, per esempio, come hanno ridotto la ricerca e le nostre università?

Si sente spesso parlare degli scienziati italiani che fuggono all’estero, e vengono segnalati dai giornali i casi di questo o quel ricercatore. Spesso sono casi eclatanti, che fanno notizia per ragioni diverse. Si dice che sono tanti, ma non si sa quanti.

Alcuni docenti di Fisica, come il Preside della facoltà di Fisica di Trieste, hanno cercato di dare una risposta a questo quesito. Il risultato è sorprendente. «Abbiamo provato a fare un’analisi usando solo i nostri laureati in Fisica negli ultimi vent'anni, che dopo la laurea, o dopo il dottorato, hanno deciso di andare all’estero a fare ricerca - dicono -.

Ci hanno risposto in tanti (troppi...), una settantina, con posizioni che vanno da full professor fino a Ph.D. students».

«Anche se in difetto i numeri la dicono lunga sul fenomeno, specie se moltiplicato per i circa 30 corsi di laurea in fisica in Italia; significa che migliaia di fisici hanno abbandonato il paese negli ultimi 25 anni. Il costo per formare un fisico, dalle elementari al dottorato, oscilla tra i 300mila e i 400mila euro (dato riportato nel libro “I Nipoti di Galileo” di Pietro Greco edito da Baldini Castoldi Dalai) il che significa che l’università italiana ha regalato in 25 anni circa un miliardo di euro alle università e centri di ricerca stranieri».
In un mondo globalizzato, in cui talenti e intelligenze circolano liberamente, questo flusso in uscita di scienziati italiani sarebbe solo un segno positivo della qualità dell'Università italiana, se fosse compensato da un flusso in ingresso di talenti stranieri: purtroppo la situazione attuale è invece nettamente sbilanciata verso l'emigrazione».
«Nella tristezza della situazione italiana una cosa ci rincuora: i nostri ragazzi di Trieste coprono posizioni importanti in posti che vanno dall’Mit, a Caltech, Stanford, all’Università di Cambridge, al Cern di Ginevra, all’Università di Parigi, agli Istituiti Max Planck della Germania. Questo significa che sono bravi, ma anche che sono stati formati bene in questa università italiana cosi denigrata da tanti politici e giornalisti».

Non va meglio la situazione di un’altra prestigiosa Facoltà di Fisica, quella di Roma, quella dei “ragazzi di via Panisperna”, per intenderci.
Tra Roma e Parigi c’è una galleria che invece di sparare neutrini recapita Oltralpe i più brillanti fisici nostrani. Così, la “gaffe” del ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini sull’esistenza di un fantomatico tunnel che collegherebbe il Gran Sasso con Ginevra, diventa la metafora rappresentativa di una realtà nota a tutti i giovani studiosi del settore: se vuoi diventare un ricercatore di fisica devi volgere lo sguardo all’estero, percorrere il lungo “tunnel” che porta a Parigi. Un tunnel percorso da tanti, se è vero che da quelle parti si parla di “invasione italiana”.

Il perché è presto detto. “In Francia – spiega Francesco Zamponi, ricercatore in Meccanica statistica dei sistemi complessi presso il Cnrs, l’omologo francese del nostro Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) – per fare il mio lavoro non devi metterti in coda all’ordinario di turno e aspettare un concorso che potrà non arrivare prima di cinque o dieci anni, ma puoi giocartela ogni anno grazie ai bandi del principale ente statale deputato alla ricerca di base”.

Tempi certi, posti programmati, trasparenza e tempo indeterminato, questi gli ingredienti che rendono incomparabilmente più attrattivo rispetto al nostro il sistema di reclutamento transalpino. “Qui – continua Zamponi – il concorso Cnrs non solo si svolge con cadenza annuale, sempre nello stesso periodo, ma le università bandiscono un numero di posti che rimane costante, in modo che ogni studioso possa sapere in anticipo le disponibilità, cominciare a mettersi alla prova e rendersi conto prima possibile delle proprie possibilità di successo. In Italia, ammesso e non concesso che i concorsi si continuino a fare, accade l’esatto contrario: si accumulano per anni generazioni di studiosi per poi essere assunti tutti, o quasi, in una volta sola. Non c’è bisogno di uno scienziato per capire che si tratta di un reclutamento improvvisato, che mortifica invece di valorizzare”.

Zamponi, seppur appena 32enne, è stato testimone in prima persona dell’annus mirabilis della fisica italiana in Francia, il 2007, quando al concorso del Cnrs gli italiani ottennero, nelle classi di fisica, circa il 35 per cento dei posti banditi (il 71 nella sola classe di fisica teorica).

Ma, quello che amareggia , è la totale assenza di un flusso inverso.

Non si assiste a un normale processo di internazionalizzazione, in cui ognuno ha da guadagnare, ma a un esodo che impoverisce solo un parte: il nostro Paese. Tanto più che in genere sono proprio quelli più bravi a non aspettare il loro “turno”. “La verità è che appena un giovane respira l’aria pulita di un paese straniero decide di non tornare più indietro”. Lo stesso fenomeno avviene in Biologia, Matematica, Chimica, e quindi quel miliardo diventa ben di più.

Con l’abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato,  la riforma Gelmini ha cambiato radicalmente il modo in cui l’università recluta il personale docente. Oggi per i ricercatori precari esiste solo una strada per accedere alle posizioni di ruolo: vincere un concorso da ricercatore a tempo determinato (RTD) “di tipo b”. Si tratta di una posizione che dura tre anni, al termine dei quali l’ateneo, se possiede le risorse necessarie, valuta nuovamente il ricercatore ai fini della “promozione” a professore associato (sempre che nel frattempo il candidato abbia ottenuto l’abilitazione scientifica nazionale). I concorsi RTDb insomma svolgeranno un ruolo cruciale nella definizione degli organigrammi dell’accademia, e anche dalla trasparenza di queste procedure dipende il futuro dell’università e della ricerca italiana.  Futuro che rischia di essere nero, ancora più di quanto i limiti al finanziamento già lasciano presagire.

Con i concorsi RTDb, infatti, le manipolazioni non si effettuano in sede di valutazione, ma più comodamente redigendo un bando di concorso che richieda al candidato dei requisiti talmente specifici, perché ritagliati sul profilo di un “predestinato”, da rendere impossibile la competizione. La norma implementa la raccomandazione della Commissione Europea che chiede il rispetto dei principi enunciati dalla Carta europea dei ricercatori. Gli atenei “dovrebbero istituire procedure di assunzione aperte, efficaci, trasparenti, favorevoli, paragonabili a livello internazionale” e gli annunci “dovrebbero contenere un’ampia descrizione delle conoscenze e delle competenze richieste, ma non dovrebbero richiedere competenze così specifiche da scoraggiare i potenziali candidati. La situazione è aggravata dal modo in cui sono formate le commissioni. Prima la loro composizione era definita dalla legge, che al commissario “interno” ne affiancava altri due sorteggiati in una lista di “esterni”. Ora la formazione delle commissioni è demandata ai regolamenti di ateneo, col risultato di una estrema diversificazione: si va dagli atenei virtuosi che scelgono il sorteggio integrale ad altri che blindano i posti in palio con delle commissioni integralmente “fatte in casa”.

Così, una riforma nata per “togliere potere ai baroni” (secondo gli annunci del ministro di allora, quello dei neutrini in gita nel tunnel), ha di fatto aumentato la discrezionalità e l’arbitrio baronale.

Ma è chiaro che il problema deve essere risolto alla radice, facendo rispettare l’obbligo per tutte le università di bandire concorsi aperti e trasparenti come prescrive la Carta europea dei ricercatori. E vista la recidività di tanti atenei, è il Ministero che deve prendere l’iniziativa. L’università italiana non ha futuro se non si ripristina la legalità nelle procedure di reclutamento. Renzi, recentemente, ha affrontato il problema della ricerca e delle università, affermando: ”Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca. Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine. Le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto? Io vorrei che noi portassimo i primi cinque gruppi, poli di ricerca universitari nei vertici mondiali.”

La riforma del sistema universitario e della ricerca, in Italia è certamente necessaria, se si vuole competere con gli altri stati europei. La Germania, per es., sta discutendo di questo e ha già aumentato le risorse finanziarie alla ricerca e alle università, nonostante la crisi, per porsi in una posizione di egemonia perfino sulla Gran Bretagna. L’Italia riesce comunque, nonostante i tagli continui, a piazzare nel novero dei 500 atenei nelle posizioni più alte in media una ventina di sedi, e, tenendo conto che le università prese in considerazione nel mondo sono, tra le dieci e le diciassettemila, essere cinquecentesimi rende assai più simili a Harvard che a una università “media”.

I futuri governi devono capire che la ricerca crea innovazione e imprese che producono e che assumono. Questa è una delle strade maestre da percorrere quando si parla di lavoro.

È vero che non tutti i nostri ragazzi faranno i ricercatori, e che bisogna affrontare le problematiche legate ad altri settori che daranno lavoro, come quello del turismo o quello dell’agro-alimentare o della ristorazione, o dell’artigianato. Quello che è certo è che abbiamo bisogno di giovani competenti e di scuole che li sappiamo formare. Ma questa è un’altra storia, di cui parleremo successivamente.

Voglio chiudere questo articolo, raccontandovi una bella storia accadutami la scorsa estate:

Poco tempo fa mi trovavo a Trieste. Quella mattina faceva molto caldo ed io e mio marito stavamo aspettando un autobus che dall'università ci portasse in centro. Dopo pochi minuti, l'autobus arrivò e salimmo. Mentre io mi accingevo a sedermi, mio marito si era diretto verso il centro dell'autobus per vidimare i biglietti. Dietro di noi era salito un ragazzo di colore, giovane, con uno zainetto sulle spalle. Vedendo che a fianco a me c'era un sedile libero, educatamente mi chiede se poteva sedersi. Io cercavo con lo sguardo mio marito, ma gli risposi di sedersi pure. Quando, poco dopo, arrivò mio marito, lui fece per alzarsi, ma gli dissi di rimanere pure seduto. Aveva un sorriso luminoso e uno sguardo gentile. Così, gli chiesi "Di dove sei?". La sua risposta mi lasciò per un attimo senza parole... "Io sono di Palermo" rispose, con un sorriso. Poi mi raccontò che aveva studiato alla scuola alberghiera a Trieste ed ora lavorava in un famoso ristorante in Piazza Unità, ma che sarebbe andato presto a lavorare nelle grandi navi da crociera. Voleva ampliare la sua competenza. Guardavo ammirata questo ragazzo che, con una punta di compiacimento diceva di essere italiano, un italiano che amava il suo lavoro. Poco dopo, arrivammo alla fermata e lui scese. La sera, andando a passeggiare a Piazza Unità, lo vidi da lontano, con la sua livrea, che sorvegliava il ristorante all'aperto... attento e competente. A lui e ai tanti ragazzi che sognano una vita normale, bianchi, gialli, neri, di qualunque colore e nazionalità, dobbiamo dare le risposte adeguate. Sono loro il futuro di questa paese, che adulti ottusi e, nel migliore dei casi, incompetenti, hanno ridotto in macerie.



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