Società

Photoshop o Dorian Gray?

di Francesca Pacini

paciniCi scandalizziamo per i fotoritocchi al computer. Bene. Il loro uso è quasi selvaggio, tanto che i grafici si specializzano nelle acrobazie garantite da Photoshop perché aumentano la resa e il lavoro.

Le foto dei personaggi celebri mostrano deretani, seni, muscoli, visi e corpicini scolpiti. Tutti belli, precisi, appetibili.

Tutti “taroccati”. Da qui lo scandalo di alcuni.

Certo, non è bello sapere che quasi sempre abbiamo davanti un’immagine posticcia alla quale hanno tolto qualche chilo di troppo oppure hanno sollevato un poco le tette con un sapiente gioco di “ombre cinesi” …

Il problema è che il computer oggi rende tutto immediatamente trasformabile grazie al controllo del virtuale che diventa realtà.

Però il fotoritocco non nasce certo con internet che ne esaspera, moltiplicandole quasi all’infinito, le possibilità.

Prima della fotografia esistevano solo i dipinti: paesaggi e persone restituiti da mani sapienti. A volte molto, molto sapienti.

In effetti pare che i ritratti dei personaggi celebri – conti, imperatori, duchi e duchesse, regine e principi che hanno fatto la storia degli ultimi secoli – siano spesso stati abbelliti. Come nel caso di Lucrezia Borgia, miscuglio di fascino e ombra che ancora oggi seduce con la sua vicenda. La vediamo in molti quadri d’autore che ne esaltano i tratti delicati e allo stesso tempo profondi. E tuttavia, a un certo punto, i critici d’arte hanno scoperto che un anonimo ritratto raffigurante quella che sembrava una giovane qualunque, in realtà rappresentava lei, Lucrezia, "prima della cura". Il naso più ingombrante, gli occhi leggermente infossati sparirono poi dai ritratti ufficiali.

E non toccò solo a lei.

La fedeltà nel ritratto di sangue blu rischiava di essere viziata dal peso di una raffigurazione idealizzata, un po’ come si faceva con le antiche statue greche e romane che rappresentavano gli dèi (uno per tutti, il magnifico Apollo di Veio).

Solo che gli déi erano déi, ovvero "forme dell’anima", come scrive Campbell. Ed è giusto che un dio sia Armonia e Bellezza suprema.

E tuttavia anche  nel sangue reale si coagulava l’incarnazione divina. Di qui probabilmente la necessità di quel bello ideale ispiratore – nella resa pittorica – di molte lusinghe estetiche laddove la natura era stata poco generosa con il soggetto.

Ingentilire i tratti era una pratica diffusa quando si dipingevano per stirpi "patrizie".

Addirittura alcune regine non più giovani continuarono sempre a mostrare vent’anni in una eterna primavera, anche nei ritratti dipinti durante il loro autunno.

Insomma, ritratti simili a quello di un Dorian Gray che non solo rimane giovane, ma diventa anche più bello sotto lo sguardo dell’artista di turno.

Si sa, l’uomo da sempre insegue la bellezza non corrotta dal tempo, in un anelito costante che dona all’arte le visioni più suggestive. L’incanto senza tempo del Bello si fa struggimento, tensione verso.

In molti casi i visi e i corpi dei soggetti nobili venivano magnificati attraverso opportune aritmetiche dell’estetica; addizioni e  sottrazioni studiate per ritoccare i tratti, ingentilirli e abbellirli.

Ritoccare, appunto. Un fotoritocco artistico, manuale, dal sapore di un tempo perduto che non è più.

Ma chi si scandalizza troppo per l’uso di photoshop forse dimentica questi "interventi" pittorici.

Certo, il bello è una tentazione irresistibile. Come  sapeva bene anche Dorian Gray.

 

Il giusto giudice

di Alberto Piccini

piccini-ott16E' il 1971 e non tutto va bene. L'Italia è logora: in un decennio ha trangugiato, digerito ed espulso il grande banchetto del boom economico e al tempo si guarda attorno valutando le crepe materiali e morali del periodo. Tutto pare degradarsi di ora in ora: le sedi stradali appena riattate, le strutture del vetusto palazzo di giustizia, le spiagge ridotte a discariche, la morale familiare in disfacimento. In questo panorama di devastazione e dispersione, si muovono, ognuno secondo i propri codici e a perseguire fini antitetici, i due personaggi di questa amara pellicola. Il primo, ingegner Santenocito, industriale impegnato nei più disparati settori, corruttore e inquinatore notorio, guizza come un pesce in mare aperto e riserva la propria indignazione per i capelloni sfaticati e parassiti, che arriva ad ospitare sulla sua potente Maserati Ghibli al solo fine di insultarli. Il secondo, giudice istruttore Bonifazi, dedica la propria solitaria e sobria esistenza a lottare contro tutto quanto il rampante palazzinaro rappresenta. L'incontro tra i due uomini è appunto originato da un'inchiesta, la presunta morte violenta di una studentessa che in realtà tale non è, essendo nota la sua professione di squillo d'alto livello, della quale vivono pacifici i suoi cinici e inetti genitori. Appurato che uno degli affezionati clienti della giovane è il nominato Santenocito (interpretato da Vittorio Gassman che di questo personaggio già aveva fatto abbondante uso), che si fa beffe delle convocazioni giudiziarie, il magistrato lo fa condurre coercitivamente dai carabinieri. Imperdibile la scena dell'interrogatorio, che si tiene in una caserma dove l'ufficio istruzione è stato collocato provvisoriamente, con il convocato che, strappato ad una pacchiana festa in costume, relitto di una “dolce vita” ormai appassita da tempo, è travestito da centurione romano. Si esprime, nella commiserazione del suo inquisitore in un linguaggio che definisce “aderenziale e desemplicizzato”, quando nei fatti altro che non esprime che una farragine di pesanti luoghi comuni e ridondanze da presunto “esperto”. L'alibi che prospetta è casereccio e semplice, ma falso; il vecchio padre con cui sostiene di aver giocato a “scopetta” nella notte del delitto, non si presta a macchinazioni e per tale motivo il figlio lo fa spietatamente rinchiudere in manicomio, sebbene in possesso di ogni facoltà. Tanto basta perché il giudice decida di stringere quanto più la presa. In un incontro apparentemente casuale i due antagonisti paiono addivenire ad una comprensione dettata dalle comuni esperienze generazionali, ma l'atteggiamento aggressivo di Santenocito distrugge anche questa remota possibilità di apertura. Tenta infatti di corrompere il magistrato con la promessa di grossi donativi e persino inventa un'impossibile amicizia di infanzia, che strappa l'unico sorriso del suo inquisitore. Lo scontro è a questo punto inevitabile e l'accusato a sua volta accusa di parzialità e odio ideologico il giudice, che non ha difficoltà a confessare quanto odi tutto quanto il suo interlocutore rappresenti. L'inchiesta prosegue e la posizione del vulcanico ingegnere si complica sempre più, specie quando appare lampante come si servisse della defunta e di altre giovani avvenenti (non ancora chiamate escort come al presente) per facilitare trattative d'affari. Manca inoltre l'alibi per quella maledetta notte, ma si può trovare (o meglio comprare) presso un vecchio amico, industriale anch'egli, ma alle soglie della bancarotta, che volentieri si presta, inventando una improbabile cena di lavoro. A smontare tanta farsesca costruzione non ci vuole granché, basta la testimonianza di uno spaurito cameriere omosessuale e in una torrida giornata estiva, peraltro conturbata dall'imminenza di un incontro della nazionale contro l'Inghilterra, il giudice si appresta a firmare i mandati di cattura. Uscito da Palazzo di Giustizia a ora già tarda, nel vuoto di una città “chiusa per partita” e ingombra di immondizie, Bonifazi ha come unico rimedio alla sua solitudine più forte del solito, il diario della ragazza, da poco recuperato. Goccia a goccia sfilano gli amari avvenimenti delle ultime settimane: i noiosi e inconcludenti corsi di lingua, l'avidità dei genitori, un fidanzamento che poteva essere occasione di riscatto finito in nulla, le manovre del Santenocito. Tutto diventa un flash back, dove finalmente si vede agire – ma non parlare – Evy Galleani, evanescente nei piani del regista e dall'inquirente conosciuta solo attraverso queste tardive righe. E la decisione di togliersi la vita, la spiegazione degli strani lividi trovati sul corpo, non conseguenza di percosse ma postumi di un incidente stradale, l'oppiaceo assunto non per vivacizzare un'orgia, ma per chiudere la porta in faccia al mondo. Qui si palesa l'ossessione del giudice, che ha da tempo individuato e condannato il suo colpevole e le immagini del palazzinaro catturato e  tradotto in una lurida cella lo inseguono, mentre manipola il già sgualcito diario che potrebbe mutare il destino di molti. Nell'istante in cui la partita si chiude, con la vittoria chiara e sonante dell'Italia, il peggio del popolo arrembante e festante si riversa per le vie deserte fino a un attimo prima. Nel volto di ogni tifoso sfrenato e urlante, affiorano i tratti dello spietato Santenocito. È un vecchio nostalgico che brandisce un bastone, un monsignore sovreccitato, un militare minaccioso, un teppista analfabeta e persino una prostituta che ballonzola lasciva. Provvidenziale l'atto massimo di vandalismo, quando una vecchia auto inglese viene incendiata in spregio ai nemici battuti, nel cui rogo il magistrato getta il prezioso diario, scegliendo una sola delle giustizie umanamente possibili.  

Si potrebbe concludere che Dino Risi abbia voluto raccontare un'altra delle sue tante storie al maschile, intrise di pessimismo, il dramma di un umano fallimento come tanti, di una incredibile ascesa che diventa d'improvviso resistibile. Qui i fallimenti sono svariati e si parte dalla solitudine dei due protagonisti, uomini potenti e temuti, ma logorati e feriti sul piano umano. L'industriale aggressivo e sprezzante, una volta rientrato a casa subisce lo snobismo disincantato della moglie che gli rimprovera i trascorsi pirateschi che ne hanno fatto la fortuna e il malcelato disprezzo della figlia che non ascolta le sue sconnesse prediche e non si distoglie dalla lettura di Linus e dalla musica ascoltata in cuffia. E tuttavia, pure deluso e spregiato da una famiglia “tradizionale”, offre firme e appoggi alla campagna contro l'introduzione del divorzio e non si turba nel frequentare ambienti devianti e loschi. Non è da meno la solitudine del giudice Bonifazi, scandita da pranzi in una tetra trattoria, musica sinfonica ascoltata a basso volume e domeniche solitarie a pesca sul litorale romano; solitudine turbata dall'incursione del compagno di sua moglie da tempo separata, che si permette di bussare a quattrini, senza un minimo di ritegno. E se l'occhio del regista vuole concludere la sua narrazione intorno alla figura solitaria e dolente del Bonifazi (un Tognazzi asciutto e misurato come poche altre volte nella carriera) non è solo perché lo riconosca come agente della storia; egli è un uomo che, come nella citazione Kafkiana di Elio Petri per la sua “Indagine su una cittadino”, appartiene solo alla legge, ma che questa volta ha scelto di deviare, forse in nome delle tante ragazze senza giustizia e senza ideali che come in un'ecatombe vengono travolte e consumate dalla infernale città o forse in odio della plebe sconnessa e riottosa che come avverte Le Bon si sente strapotente e impunita solo perché gruppo. Tante litanie sui giudici iniqui sentiremo nei decenni a venire e ognuno offrirà o imporrà il proprio vibrante parere, ma se mille cose sono (o sembrano) mutate, quella decadenza di un'Italia che si screpola e si disunisce si è acuita e aggravata.

La “scandalosa”avventura surrealista

di Ilaria Biondi

 

Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome

[…]

Sull'assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine 
Sui sentieri della morte 
Io scrivo il tuo nome

 

Sul rinnovato vigore 
Sullo scomparso pericolo 
Sulla speranza senza ricordo 
Io scrivo il tuo nome

 

E per la forza di una parola 
Io ricomincio la mia vita 
Sono nato per conoscerti 
Per nominarti 
Libertà.

(Paul Eluard, Libertà)

 

surrealismoLa “rivoluzione culturale” surrealista, che da un punto di vista storico si colloca nella Francia degli anni Venti del XX secolo per protrarsi fino agli albori della Seconda Guerra Mondiale, tenta di erodere quel sistema di pensiero e di vita alienante, coercitivo e soffocante che rivela tutta la propria fragilità e inconsistenza proprio con l’esplosione della Grande Guerra. I giovani artisti e pensatori che danno vita a questo movimento di rottura – movimento non solo letterario ma che coinvolge tutte le forme espressive artistiche – comprendono e denunciano con lucidità e disincanto i futili prestigi e le vane fascinazioni di una civiltà che si fregia delle proprie scoperte scientifiche, del proprio progresso tecnologico ma che si è rivelata incapace di preservare tante vite dal massacro, dalla cieca furia della violenza guerresca.

Il radicale bisogno di rinnovamento artistico, filosofico e politico reclamato dalle nuove generazioni va di pari passo con il rifiuto categorico di questa cultura, dei suoi valori e miti, delle sue abitudini mentali e auspica di definire un umanesimo autentico, una vita nuova che conferisca la priorità assoluta ai desideri e ai bisogni più profondi dell’uomo, in primo luogo quello della libertà.

L’avventura surrealista, nel suo spirito di rottura, rivolta e cambiamento assoluto, non rivendica alcun predecessore; essa affonda tuttavia le proprie radici in quella tradizione culturale che risale al romanticismo e che pone al centro dei propri interessi la ricerca spirituale e il mistero poetico, la tensione verso l’ignoto. Alle ristrettezze e alla logica servile della cultura razionalista e dei suoi effetti sinistri – di cui la Grande Guerra rappresenta la pointe estrema – vengono contrapposte figure audaci e ribelli di poeti-veggenti come Rimbaud, Lautréamont e Jarry, per i quali l’avventura poetica non è mera attività artistica bensì rappresenta il modo più autentico e più profondo di vivere la propria esistenza terrena. La concezione dell’arte come esplorazione dell’Insolito e dell’Ignoto, di un Altrove insondabile nel quale l’io e l’universo sono legati l’uno all’altro da misteriose corrispondenze, apparenta strettamente la démarche surrealista al tema del viaggio quale lo si trova in Baudelaire e ancor prima in Nerval e negli scrittori romantici tedeschi, che l’autore di Aurélia contribuì non poco a far conoscere al di qua del Reno. Folgorante è anche la scoperta della psicanalisi freudiana, per lo spessore che conferisce all’inconscio, ai sogni e ai desideri, al versante “primitivo” e istintivo dell’individuo, concezione questa che collima con la volontà surrealista di esaltare nell’uomo la necessità di rintracciare nel più profondo di se stesso lo spirito libero che lo anima, scrollandosi di dosso tutte le sovrastrutture, le catene religiose, sociali e culturali che lo attanagliano, lo soffocano e lo snaturano.

Questa devastante crisi delle coscienze confluisce nella creazione del movimento Dada (collocabile grosso modo tra il 1916 e il 1921) a Zurigo, città che raduna buona parte degli esuli di guerra di tutta Europa. Il gruppo di giovani artisti, riunitosi attorno alla figura del romeno Tristan Tzara, propugna una rivolta totale, un diniego assoluto, un nichilismo senza appello che investe non solo la dimensione politica, i grandi rivolgimenti storici dell’epoca e la civiltà moderna, ma anche l’arte, la poesia e il linguaggio, che deve essere completamente disgregato e distrutto (da cui, l’uso di comporre poesie a partire da parole ritagliate alla bell’e meglio da un giornale e mescolate alla rinfusa all’interno di un cappello). Il Manifesto Dada, del 1918, trasuda violenza e ribellione:

 

Tutti gli uomini gridano: c'è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere: spazzare, pulire. Senza scopo né progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la decomposizione. Qualsiasi prodotto del disgusto suscettibile di trasformarsi in negazione della famiglia è DADA; protesta a suon di pugni di tutto il proprio essere teso nell'azione distruttiva.

Nella Parigi del 1919 si gettano intanto le basi per accogliere la rivoluzione nichilista e scandalosa dei Dadaisti: il giovane studente di medicina André Breton, che a causa dei disturbi neuropsichiatrici di cui soffre si avvicina all’opera di Freud e si interessa alle possibili applicazioni nell’arte dell’esplorazione dell’inconscio, comincia a costituire il gruppo surrealista fondando la rivista Littérature insieme a Philippe Soupault e Louis Aragon. Breton, che scopre il movimento di Zurigo già nel 1917 insieme a Guillaume Apollinaire, incontra Tristan Tzara nel 1919, al momento della sua venuta nella capitale francese; l’influenza del dadaismo stravolge completamente gli intenti della rivista Littérature, che nel suo spirito originario è d’impronta ancora tutto sommato tradizionalista. Tzara propugna infatti una volontà distruttiva, che se la prende soprattutto con l’arte e la poesia, oggetto di umiliazione, derisione e distruzione, e con la civiltà e cultura moderne, di cui vengono dichiarate la morte e la fine senza appello. Il pubblico parigino reagisce molto male all’impresa anarchica dei Dadisti, giudicandola sterile e insensata, perché limitata alla sola negazione e impotente di fronte alla creazione di un’arte nuova. Breton, deluso dal rapporto di collaborazione con Tzara, nel 1922 decide di rompere definitivamente i ponti con il gruppo dadaista, nel cui atteggiamento vacuamente scandaloso non si riconosce appieno e cerca di oltrepassarne il negazionismo orientando il gruppo surrealista verso la scoperta e lo studio di quelle dimensioni dell’io per gran parte ancora misconosciute e insondate come il sonno, il sogno e l’inconscio, esaltando nell’uomo la parte irrazionale e immaginativa, che rappresenta la vera, autentica vita. Il movimento surrealista, che vede nella figura carismatica di Breton il proprio leader e principale teorico e che raduna non solo poeti ma anche pittori (Soupault, Crevel, Desnos, Eluard, Aragon, Péret, Ernst, Picabia), viene formalmente fondato nel 1924. Nel Manifeste du surréalisme, pubblicato in quello stesso 1924, viene condannata ogni forma di arte che si ispiri al razionalismo e al realismo (in modo particolare la produzione romanzesca), «ostile al progresso intellettuale e morale» e si rivendica il potere supremo dell’immaginazione e della poesia, purché quest’ultima si proponga come fedele veicolo dell’inconscio e dei desideri reconditi dell’animo umano, ricorrendo a quella particolare forma di espressione chiamata scrittura automatica. Il surrealismo promuove pertanto la liberazione dell’individuo attraverso la liberazione del linguaggio, riponendo una fiducia sconfinata nel pensiero e nella sua capacità di combattere e distruggere cultura, morale, religione e politica, tutte quelle costrizioni che limitano la libertà dell’io, come designa esplicitamente André Breton:

 

Eravamo più che altro in preda a un rifiuto sistematico e accanito delle condizioni nelle quali, a quell’età, ci costringevano a vivere. Ma il rifiuto non si fermava qui, era avido, si rivolgeva a tutti quegli obblighi intellettuali, morali e sociali che da ogni parte e da sempre vedevamo pesare sull’uomo in maniera opprimente.

 

Nasce così un vero e proprio Bureau de recherches surréalistes, una fucina di idee, un luogo di confronto delle esperienze più disparate e lontane che confluiscono nella stesura di testi sperimentali, nei quali gli autori utilizzano le innovative e audaci tecniche del langage en liberté,  vale a dire la scrittura automatica (cui fa da contrappunto figurativo la pittura automatica di Tanguy, Masson e Mirò) e il resoconto onirico, nel tentativo di registrare in presa diretta e in maniera del tutto incontrollata gli stati d’animo e le immagini che affiorano alla coscienza.

L’iniziale distacco da ogni azione politica, che vale al surrealismo l’accusa di movimento estetizzante avulso dalla realtà e dalle sue contraddizioni, lascia ben presto il posto ad un atteggiamento più partecipe, che confluisce nella collaborazione con quei gruppi che, in occasione della guerra del Rif (1924-1926), si richiamano al pensiero marxista. I surrealisti sono tuttavia restii ad abbandonare i propri obiettivi e la propria linea di ricerca, incapaci come sono di farsi incasellare entro la rigida disciplina di un partito. L’avvicinamento alla causa politica crea pertanto profonde tensioni interne, che sfociano nell’allontanamento dal movimento di Artaud e Soupault, convinti difensori e sostenitori dell’attività letteraria come unica arma di intervento per trasformare la vita spirituale dell’uomo.

Per contro al movimento, di cui Breton nel Secondo Manifesto surrealista del 1929 ribadisce la duplice anima politica e morale, si avvicinano nuove figure di spicco come Dalì (che mette a punto la tecnica della “paranoia-critica”, nel tentativo di oggettivizzare l’immagine onirica) Char, Sadoul e Bunuel.

Le turbolenze in seno al movimento non ne arrestano la marcia: l’anno 1928 è particolarmente fecondo e vede la nascita di due opere-chiave, il Traité du style di Aragon e Nadja di Breton.

A lungo andare però i profondi dissidi interni, legati alla difficile convivenza tra l’impegno politico e la libera esplorazione dell’inconscio umano, finiscono con il travolgere il gruppo, incapace di superare in via definitiva tali inconciliabili contraddizioni: nel 1930 Aragon aderisce al Partito Comunista e si separa dagli amici surrealisti, mentre nel 1933 Breton e Eluard vengono esclusi dal partito. Quest’ultimo poi durante la Seconda Guerra Mondiale, con un nuovo cambiamento di rotta, compie una scelta analoga a quella di Aragon, mentre Breton va in esilio negli Stati Uniti, facendosi l’irriducibile difensore di un surrealismo integrale, dell’indipendenza del movimento da ogni forma di controllo esterno, marxismo compreso. Al suo rientro in Francia nel 1946 è costretto a subire feroci attacchi sia da parte dell’ex amico e collaboratore Tristan Tzara, che accusa i surrealisti di inefficienza rivoluzionaria, che da parte di J.P. Sartre, severamente critico verso l’atteggiamento ipocritamente borghese del gruppo. Breton tuttavia non desiste e prosegue con convinzione nella propria ricerca teorica, insensibile ai rimproveri provenienti dai diversi fronti.

Benché dunque il movimento non riesca a sopravvivere alla guerra, è innegabile che lo spirito di ribellione e di contestazione che lo contraddistingue sia capace di scuotere le menti e le coscienze e di esercitare un’influenza durevole sulla produzione artistica – sulla poesia contemporanea in modo particolare, anche su quegli autori che non si richiamano direttamente al movimento (L.P. Fargue, Max Jacob, Jean Cocteau, Pierre Reverdy, Jules Supervielle) – creando un nuovo clima letterario, un’estetica rinnovata, aliena alle limitatezze della tradizione realista e razionalista e desiderosa di riallacciare un legame profondo con l’esoterismo, l’occultismo e più in generale con la mitologia del meraviglioso e del misterioso, promuovendo diverse tecniche di esplorazione dell’Ailleurs come l’automatismo della scrittura, ma anche il sogno, la follia e il cinema, linguaggio nuovo e insolito dalle potenzialità inaudite che alcuni tra i maggiori scrittori del tempo come Blaise Cendrars e Jean Cocteau, pur essendo ai margini del surrealismo, praticheranno con esiti straordinari.

 

Pulp Fiction tra Tevere e Aniene

di Alberto Piccini

picciniA scoprire il delitto, lo spettatore è guidato da un turbine di cartacce sparse lungo il Tevere, che come farfalle infette si posano su un corpo di donna, rovesciato a faccia in giù. Non ci vuole molto per indovinare che appartiene ad una di quelle creature che, una volta e trucidate e portate all'attenzione della cronaca, venivano definite invariabilmente “mondane”. E se la narrazione cinematografica si fonderà sulle indagini intorno all'omicidio, ella resterà senza nome e senza storia. Subito la scena si sposta in un angolo di commissariato, del quale non scopriamo altro che una sola sedia dove sta appollaiato il primo sospetto e la voce severa ma impersonale del funzionario di polizia. Il giovanissimo indiziato, dovrà sottoporsi ad un'acrobazia non semplice, inventando una storia improbabile e parallela alla sua reale vicenda vissuta nella giornata del delitto, rievocata in un lungo flashback. Racconta di avere cercato lavoro, fin dalle prime luci dell'alba, quando nei fatti, uscito dalla baracca quasi surreale dove vive con una madre vedova, ha seguito due strani ladri specializzati nello scippare le coppie che cercano intimità in un parco. L'occhio cinematografico ci rende i tre come autentici animali da preda, che si coordinano a fischi e procedono nel sottobosco sudicio carponi o addirittura a quattro zampe, commentati da una musica tribale, come nei documentari sulla fauna africana. Il bottino è miserabile e lo “sgrullone” di pioggia che giunge a metà della giornata di fine estate manda definitivamente a monte la spedizione. Il giovane incorre in altre disavventure: prima schiaffeggiato da un derubato e quindi aggredito da un'altra banda che pare uscita non tanto dal soggetto firmato da Pasolini, ma da altre situazioni di violenza urbana che, almeno in Italia, hanno ancora da venire. L'attenzione della polizia non si ferma alle strane storie che inventa, ma all'epilogo della sfortunata impresa, che lo vede transitare, sfatto e stracciato, verso il ponte Marconi, luogo del delitto. Qualche faccia, già nota, qualche figura solitaria e ambigua, il povero ladruncolo, che svanisce dal film, ha notato.

Il secondo personaggio è prettamente pasoliniano, un pluripregiudicato dai capelli imbionditi e l'abito blu, di cui la voce burocratica riassume sommariamente il curriculum criminale. Ma ora ha chiuso, s'è messo calmo, puntualizza, ha la “donna”. Il repellente individuo, interpretato da Alfredo Leggi, una delle facce rabbiose e corrotte che già Pasolini aveva utilizzato in Accattone, non è un semplice magnaccia, ma addirittura vive sulle spese di madre e figlia, che esercitano l'attività di usura, prestando soprattutto a “battone” che terrorizzano con le loro richieste. Ma la giornata del mantenuto non è stata piatta o noiosa: cominciata con un appuntamento clandestino nella squallida cornice del Cinodromo. Qui ha incontrato una ragazza dalle troppe ingenuità, ma se n'è dovuto staccare per accompagnare la laida sua donna a recuperare crediti. Scampato ad una lite fra madre e figlia, effettua il sequestro di un cagnolino, unica proprietà di una debitrice e nel vano tentativo di ritornare alla più giovane e graziosa ragazza che lo aspetta poco lontano, rischia le coltellate dalla possessiva usuraia, urlante e disperata per la possibile perdita della sua proprietà più cara, un maschio asservito. Si indovina la riconciliazione e per il turpe parassita non è stata che “una passeggiata di salute”, come confessa al funzionario di polizia.

Scandisce l'apparizione dei diversi testimoni la scena reiterata della vittima che, alzatasi nel primo pomeriggio, sotto l'effimera raffica di pioggia, fissa di malavoglia la strada inzuppata e ricompone con fatica la propria immagine di nessuna seduzione. Compare un nuovo elemento da interrogare, un soldato calabrese che ha avuto in quel disgraziato giorno un permesso, che ha consumato girando senza meta una Roma che non comprende, dove si è perso dentro il Colosseo e ha pedinato e importunato tutte le “femmine” che ha incrociato, per finire incantato davanti ad un gruppo di stracciate prostitute sotto un cavalcavia. Unico ausilio che darà alle indagini, verrà dall'indicazione di confusi uomini poco raccomandabili, che lo hanno turbato ed hanno costituito l'ultima emozione del suo pomeriggio randagio, prima di crollare addormentato su una panchina.

Altro a sfilare tra questi disgraziati soliti sospetti è un girovago dall'accento friulano, più solitario che emarginato, dai piedi calzati in zoccoli, che trascina la vita come inserviente in un luna park e che inganna le ore vuote girando senza meta e senza pensieri per i quartieri della periferia. Ha gesti di animalesca paura e sguardo fisso, ma qualcosa ha visto, anzi molto e le strane comparse che brulicavano nella notte del parco le conosce almeno per soprannome, non ha difficoltà a indicarle, sebbene fra tremori e spaventi e qui si dirama l'episodio più schiettamente pasoliniano, sebbene velato di suggestioni oniriche che il regista spiega solo a metà. I due adolescenti che compaiono, quasi ilari e sperduti nella terra mista che sta al di fuori del loro mondo di case abusive e terreni disastrati, corteggiano due coetanee un po' sciocche, ma più integrate e fortunate tanto da avere un lavoro e poter offrire una “ciriola” con la marmellata agli affamati amici. Simboli viventi di una fame borgatara e atavica, condividono il sogno elementare e godereccio di un pranzo casalingo. La pronuba del doppio e improbabile fidanzamento, nonché della lauta mangiata, è l'inquietante personaggio di una giovane donna dall'aria torbida e trasandata, che vive in una villa patrizia fatiscente, dal mobilio in disfacimento, ma proprietaria di un grammofono e di qualche disco di moda; vuole essere lei a mettere a disposizione il luogo per il festino, forse solo per usufruire di un pranzo insperato. Ormai forti di due innamorate e di una cornice per il loro gran giorno, i due ragazzi devono solo procacciarsi le “piotte” sufficienti a realizzare il progetto e proprio a questo scopo si intrufolano nella notte del parco. Con una facilità quasi connaturata, individuano tra le losche e spaiate figure che vi gravitano la loro vittima ideale: un adescatore omosessuale sicuramente innocuo e piuttosto ridicolo, cui sfilano senza bisogno di violenze né minacce portafogli e accendino. E sotto gli occhi dello spaurito e confuso ometto, avverrà il brutale delitto e da preda atterrita si farà testimone decisivo. L'omicida, lo sbandato dalla parlata del nord, ha prima strappato con una rabbia sorda e confusa la borsa forse vuota della mondana e infine l'ha percossa fino alla morte, che ha accolto aprendo le braccia, come in un sacrificio, con un gesto di rassegnata accettazione. Né sarà la sua l'unica vita immolata in questa storia di miserabili e di sofferenti, perché anche uno dei due ragazzi, alla notizia della convocazione al commissariato, si getterà nel fiume verso una fuga impensabile, travolto da quelle correnti prossime agli scarichi fognari, che in altre giornate di disperazione marginale avevano risparmiato la patetica Cabiria di Fellini.

Ultimo atto sta nella cattura del colpevole, tra i muri di cannucce di una balera della periferia, cui fa da unico commento la voce nostalgica di Modugno che canta “Addio” e lo squallido sbattere degli zoccoli del ballerino, quasi una confessione onomatopeica. Dietro il muro dei poliziotti, decisi e maneschi, gli occhi fissi dell'accusatore, già vittima e già trasgressore, forse prossimo ad abbandonare le sue avventure miserande e mercenarie. Diligenza di cinefilo impone di notare che, la ragazza che si strofina all'assassino nel suo ultimo ballo, è già comparsa nella narrazione, una delle prostitute sfruttate e sottomesse dalla schiavitù del debito dall'usuraia: un'altra anima sconfitta in questa ecatombe romana.

Il film appartiene a Pasolini per certi aspetti, ma ne è distante in molti altri. La storia viene quasi per intero estrapolata dal panorama pietroso e affranto delle baracche e viene trasferita in una Roma ai margini ma già abitata e frequentata da “civili”, che secondo le occasioni possono essere predati o ammirati, dove ponti e fiumi, muraglie e parchi, fanno da confini non solo fisici. Se pure restano i termini di un gergo lascivo e rancoroso, non si ritrova il recitativo reiterato e desolato che fa dei marginali di “Accattone” quasi dei personaggi da Sacra Rappresentazione né le situazioni didascaliche che sottolineano le incursioni dell'Ineluttabile e i segni profetici elementari, sogni in primis. Quasi a voler riesumare una polemica vecchia di qualche mese intorno alla poetica del cinema di Pier Paolo Pasolini, non mi esimo dal dichiarare che lo stile di Bertolucci è più maturo e mirato, con una scansione dei tempi che rende possibile leggere l'andamento ciclico della storia più ricostruita che vissuta. Bertolucci, ripetiamo, è uscito dalla dimensione precristiana e legge in una profondità diversa i personaggi e quanto di essi Pasolini aveva voluto ritrarre senza giudicare, il regista parmigiano vuole spiegare ed acclarare. Le aggressioni al parco, le esazioni dell'usuraia, la giornata di libertà del soldato, le passeggiate dei giovani aspiranti innamorati, sono narrate con sequenza da documentarista, con una puntualità di operatore deciso alla disamina e che molto si basa sull'attenzione ai particolari dei tratti somatici e della gestualità.

Qualche riflesso del cinema contemporaneo è lampante: il guardaroba dello sfruttatore sciorinato a dimostrazione della sua vita di parassita deriva dalla già citata Cabiria, di cui Pasolini era stato consulente e ancora più l'omicidio della prostituta somiglia nelle modalità e nell'accettazione a quello di Nadia in “Rocco e i suoi fratelli”, quasi la società esigesse sacrifici riparatori in nome di una moralità degradata al modo dei suoi sobborghi, lapidazioni rituali di donne perdute.

Una rarità sta nella chiusura della pellicola, con la riproduzione della Morte sita in via Giulia, con il terribile Hodie Mihi Cras Tibi e gli sconsolati versi del Belli. Roma come Moloch o come il Saturno che diede anticamente nome alla penisola, tutto divora.

Magie d'Africa

di Tommaso Ramella

mozambico

Un viaggio nel "continente nero" per insegnare taekwondo ai bambini di un villaggio. Una sfida che trasforma il protagonista, un giovane antropologo che si trova a osservare il mondo con lo stupore allegro di un'infanzia che non dovremmo mai dimenticare...

 

Due anni fa, quando il mio maestro di taekwondo mi chiese se avessi voluto passare un’estate in Mozambico, dove lui aveva finanziato una scuola, pensai subito ‘che idea balzana’. Perché dovrei andare in Africa, io? E perché me lo chiedi proprio tu, tu che vuoi che mi alleni tutti i giorni tutto l’anno? E poi, perché mai hai finanziato una scuola elementare in Mozambico? Cosa ti frullava per la testa? No, non avrei mai pensato che ci sarei andato. A fare cosa, poi? A insegnare taekwondo ai bambini del villaggio di Sanculo? Non credi che abbiano altre priorità, in questo momento? Cosa se ne fanno di imparare le arti marziali? Ora, guardando dalla finestra la spiaggia e la sala dove ho allenato per due mesi, mi si stringe il cuore. Ho appena terminato l’ultimo ‘traino’ con i ragazzi, e domani un pulmino mi porterà alla città di Nampula, dove mi aspetta il primo aereo di un lungo viaggio di ritorno. Le foglie delle palme e dei manghi si muovono piano sotto la spinta calda del vento; qua tutto è tranquillo, come sempre. Non mi ero informato del posto dove sarei andato, prima di partire, a parte qualche foto; non avevo idea che fosse un piccolo paradiso.

Un’isola di cinquanta, forse cento chilometri quadrati, dove i bambini scorrazzano liberamente per le strade, dove i ragazzi si muovono in gruppi e giocano insieme sulla spiaggia. Ho dimenticato un particolare: studio antropologia, e da che mondo è mondo gli antropologi finiscono sempre a studiare in Africa. È per questo, in effetti, che fui proprio io a tirare fuori l’argomento Mozambico con il mio maestro: perché era una grande occasione per una tesi di ricerca. E poi, quando mi sarebbe ricapitato di unire due passioni in un’unica esperienza? Arti marziali e antropologia insieme, un sogno! Eppure, sebbene l’idea mi venne appositamente per costruire una tesi di ricerca, alla fine andai solo per le arti marziali; la mia relatrice mi incaricò di elaborare un altro argomento di studio, che prevedeva solo lunghe ricerche sui libri (nel dettaglio: come la storia dell’economia influenza le culture di oggi. Sembra più noioso di quanto non sia in realtà!). Niente studi sulle culture africane, quindi, ma tanto sport!

Adesso è il momento di chiarire un paio di cose. Come ci si sente prima di un viaggio di questo tipo? Un viaggio in Africa, intendo, che non è come andare a visitare Parigi o New York. Bene, c’erano tre persone in me che si contendevano aspettative diverse. Da una parte c’era l’antropologo (mancato), quello che avrebbe voluto fare ricerca, e che si sarebbe dovuto accontentare di guardare e ipotizzare campi di studio che sarebbero rimasti, comunque, monchi. Chissà cosa avrei potuto trovare, in un’isola del Mozambico! Faccio solo qualche esempio di cosa avevo ipotizzato, giusto perché oggi gli antropologi sono visti più che altro come dei fricchettoni che vanno in giro per il mondo a parlare con la gente. E la cosa non è poi così lontana dalla realtà. Quindi: i sistemi di parentela! Niente, nella storia della disciplina, ha ossessionato gli antropologi più dei sistemi di parentela. Si tratta delle discendenze tribali, di stabilire chi va a vivere da chi dopo il matrimonio, di quante mogli si possano avere, di chi ha ragione nelle questioni di eredità, anche quando ha torto, di come si strutturano i villaggi... un po’ di tutto quindi.

I sistemi di parentela sono un po’ come le tabelline in matematica o i neutrini in fisica e i neuroni in psichiatria. E come si studiano? Parlando con la gente, naturalmente. Chiedi a uno, chiedi ad un altro, metti insieme le cose, e voilà, eccoti un bello schemino sulle linee di discendenza. Già... niente di più divertente? In realtà sì, anche perché la parentela turbava le menti degli antropologi dei secoli passati, che speravano, attraverso lo studio della discendenza, di ‘scoprire’ le leggi naturali che organizzano la natura umana. Niente a cui oggi si creda ancora, fortunatamente. Per lo stesso motivo, diciamo, tralasciai lo studio anatomico-criminologico lombrosiano. Un po’ datato, no? E pensai, allora, a possibili ricerche più moderne. Per esempio il retaggio colonialista sull’immaginazione e sulle prospettive future degli abitanti dell’isola, o le attività di microcredito promosse da un’organizzazione portoghese. E come si studiano tutte queste cose? Parlando con la gente, chiaro! Quindi ripeto, se a qualcuno è venuta in mente la famosa citazione di Nanni Moretti ‘faccio cose, vedo gente’, non è poi così diverso da quello che facciamo veramente. Solo con un po’ di criterio in più, questo concedetecelo.

C’era, poi, un’altra persona in me pronta a partire. Era l’allenatore di taekwondo, che in fondo era il mio ruolo ufficiale. Il progetto del mio maestro non era certo una cosa che si sente tutti i giorni. Sarei dovuto andare tutti i giorni in un piccolo villaggio in mezzo alla savana (sì, era proprio un tipico villaggio africano come ce lo si può immaginare dalle cartoline), fare lezioni sportive ai bambini che frequentavano la scuola e, contemporaneamente, cercare un ragazzo del luogo a cui insegnare le basi delle arti marziali, in modo che potesse continuare l’attività dopo di me. Questo era il progetto del mio maestro, ma quando atterrai a Nampula, il capo dell’organizzazione alla quale mi appoggiai, ancor prima di salutarmi mi disse: “Il progetto del tuo maestro è impossibile”. Bene, pensai, che sono venuto a fare, allora? Quel che mi terrorizzava di più, a dire il vero, erano i bambini. Sarei dovuto andare in quel villaggio da solo, senza parlare la loro lingua, senza un aiutante, a fare lezioni. Quando mi immaginavo come sarebbe potuta andare, non vedevo bambini, ma solo mocciosi petulanti e indisciplinati. Non il massimo, in effetti. Sapete cosa mi salvò la vita? Un semplice fischietto! Infine c’era un’altra persona che fantasticava sul viaggio, ed ero semplicemente io, senza ruoli, doveri, ricerche da fare... Solo io. Ecco, come ci si sente prima di un viaggio in un luogo dove Cristo non è ancora arrivato, come direbbe Carlo Levi? Posso dire di avere una certa esperienza, dal momento che avevo già visto il Tibet, l’India, il Nepal...

Spesso si fantastica di esperienze meravigliose, incredibili, qualcosa di così diverso dall’abitudinario da risultare surreale. Le culture incontaminate, i saperi ancestrali, i colori tribali, quasi si volesse entrare in una canzone di Battiato. Devo ammettere, però, che anche in questo caso l’antropologo che è in me un tantino spingeva per uscire. Mi diceva che non esistono culture incontaminate e tradizioni millenarie, ma solo uomini. Uomini che, in fondo, si assomigliano, a New York come in un villaggio delle montagne del Nilgiri, in Tamil Nadu; uomini che odiano e uomini che amano, uomini onesti e uomini che rubano, uomini con cui diventeremo amici e altri che non sopporteremo alla sola vista. È questo che, in fondo, l’antropologia mi ha insegnato, finora: a volare basso, a guardare le persone per quello che sono, e cioè persone, piuttosto che materializzazioni di un’essenza culturale che non esiste. E, se devo dirla tutta, credo di essermela goduta proprio grazie a questa piccola saggezza. Quando parlavo col capo tribù in Tibet, o con i raccoglitori di miele del villaggio di Banglapadigai in India, non mi aspettavo di ricevere qualche arcano segreto da loro. Semplicemente, parlavo con delle persone. Qualche giorno fa, qua sull’Isola di Mozambico, vidi un bimbo che chiedeva dei soldi a un turista. Vidi il turista dargli le monetine e sorridergli compiaciuto, e poi mettersi a giocare a palla con lui. Quell’uomo aveva, sulla faccia, il sorriso di compiacimento di chi è entrato in contatto con qualcosa di nuovo, di chi ha toccato le corde più intime dell’esperienza umana. Mi sentii infastidito. Quel tizio, lo so, aveva appena provato la sensazione inebriante di aver toccato una cultura estranea, così estranea da essere straordinaria; si sentiva un privilegiato e non vedeva l’ora di portare a casa quell’esperienza e raccontarla agli amici. L’incontro finì come mi aspettavo: l’uomo si scattò un selfie insieme al bimbo. Volete sapere come la penso? Non credo vedesse quel bambino per quello che era, e cioè solo un bambino. Quando lo stesso piccoletto venne da me a chiedere dei soldi, mi sentii del tutto in diritto di essere irritato. Tirai dritto con la mia biciclettina scassata e non mi voltai.

Non vorrei passare per un cinico, vorrei solo chiarire una cosa. Credo che nell’immaginario moderno, quello che esalta le nuove esperienze e la "vita vissuta fino in fondo" ci sia un grande spazio per il viaggio. Tuttavia il viaggio in questione si riferisce ad un contatto superficiale con l’esotico, lo strambo, il particolare. Non con le persone. Una piccola confessione: è colpa dell’antropologia. Quando, durante la Prima Guerra Mondiale, il famoso antropologo Bronisław Malinowski condusse la sua ricerca fra gli atolli della Melanesia, presto divenne l'’icona dell’uomo avventuroso, lui, che con la sua tenda era rimasto su quella spiaggetta ed era diventato un ‘vero nativo’, proprio come loro, lui, che aveva abbandonato gli agî e la superficialità della modernità e la noia del traffico per trovare l’autentico... un vero eroe moderno. Per di più, Malinowski fondò quella che venne chiamata "antropologia dell’emergenza", che consisteva nello studio di quelle comunità che si riteneva sarebbero scomparse molto presto, divorate dal progresso. Una sorta di museizzazione di uomini ancora vivi. Cinquant’anni dopo sua moglie pubblicò i suoi diari, nei quali il buon vecchio Bronisław raccontava tutto il suo odio per quei ‘selvaggi’, il fastidio nel dover vivere tanto tempo fra loro, il sollievo che trovava nel passare le notti con le loro donne (quelle di altri), e così via... A quanto pare, la moglie non l’aveva presa bene...

Da allora l’antropologia ha rovesciato le sue prospettive di studio. Per riassumere questo cambiamento in due parole dirò solo questo: dallo studio dell’Uomo allo studio degli uomini. Una cosa è certa, gli antropologi non pensano più che sia utile nascondere i loro sentimenti di fronte alla scoperta del nuovo. Anzi, quegli stessi sentimenti sono utili a comprendere gli altri, e non come manifestazioni di una cultura immortale ed eterna nel tempo, ma come uomini che soffrono, che amano, che odiano, che combattono lotte politiche. D’altra parte, la Coca-cola esiste anche nel più remoto degli atolli della Micronesia... Con tutti questi ghirigori mentali ero partito per il Mozambico. Dopo questa lunga tiritera vorrei specificare che gli antropologi, quando viaggiano (anche in borghese, come me), se la godono, solo cercano di attivare un occhio un poco più critico. Potrà apparire strano ad alcuni, ma esistono studi antropologici sui turisti stessi – e a chi non lo conoscesse, consiglio Cannibal Tour di Dennis O’Rourke, fa morir dal ridere. Ecco un piccolo esempio divertente. Un volta un mio professore raccontò a lezione che una tribù africana era solita fare danze tradizionali ai turisti in visita, per qualche spicciolo. Sebbene i ragazzi e le ragazze indossassero normalmente T-shirt qualsiasi, maglie con i nomi di calciatori famosi e jeans bucati, per queste performance si mettevano appositamente quegli abiti colorati che siamo abituati a vedere nelle cartoline o nelle riviste del National Geographic. È chiaro, i turisti non possono rimanere delusi quando si aspettano una danza tradizionale (soprattutto se ci va di mezzo qualche monetina). E io, in tutto questo? Andavo a insegnare arti marziali. Il taekwondo è un’arte coreana, io sono tutto italiano – anche se la mia bisnonna ha vissuto in parte in Argentina – e insegnavo a bambini mozambicani. Che pasticcio! Ma, se mi sono spiegato come spero, in fondo si tratta dell’incontro tra persone. Così suona molto più semplice, vero? E credo che lo sia, semplice, dopotutto.

Pedalavo fino al villaggio di Sanculo con una bicicletta che si rompeva ogni due o tre viaggi, scarrozzandomi il materiale sportivo per otto chilometri, sulla sabbia e su un lungo ponte asfaltato. Dopo un paio di settimane, i bambini mi riconoscevano, aspettavano che indossassi il mio dobok bianco con cintura nera e mi si accalcavano intorno, schiamazzando allegri e ridacchiando sotto i baffi, in attesa che iniziassimo a giocare. E poi si giocava. Intorno alle mie classi di quindici-venti bambini si affollavano gli altri che avrebbero partecipato alla lezione seguente, ridendo di gusto ogni volta che qualcuno cadeva o sbagliava un esercizio. In fondo, erano solo bambini. Sarebbe stato diverso se fossi andato a fare una "ricerca di" per l’università? Credo di sì. I bambini non sarebbero stati solo degli studenti o dei compagni di gioco, ma quelli che in antropologia si chiamano ‘informatori’; sarebbero stati fonti di informazioni preziose, o il collegamento per arrivare ad altri informatori. Posso dire, serenamente, di aver messo l’antropologia ‘tra parentesi’ e di essermi divertito. Certo, l’antropologia era potente in me, un po’ come la Forza in Luke (anche se forse meno utile), ma mi ha permesso di non aspettarmi dalle persone cose che non mi avrebbero potuto dare.

A questo penso, mentre guardo la spiaggia per l’ultima volta. C’è una cosa, però, su cui il mio antropologo interiore non può fare nulla: si tratta della nostalgia. Tra un mese, un anno, e chissà, anche quando sarò vecchio forse, mi ronzeranno per la testa queste stesse spiagge e viuzze in ciottoli, e i ragazzi del villaggio e la scuola, il rumore delle onde dell’oceano che mi cullano durante la notte, e il sapore del mare quando cammino, e tutte insieme queste immagini mi chiuderanno il cuore in una morsa dolce e stretta. Sarò solo io, e i ricordi offuscati di un mondo lontano, eppure così umano.

 

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Silvia Rosati nasce a Isola del Liri, piccolo centro della Ciociaria, nel 1990. Frequenta il liceo scientifico...Read more >>
Jacopo Granci, Città di Castello 1984. Dottorando all'Università di Montpellier con una tesi sul movimento...Read more >>
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