Editoriale

Editoriale: Perchè mi sono schierata con i chapuller di Istanbul

di Francesca Pacini

istanbulIn molti mi chiedono perché mi sono schierata con i famosi çapulcu.

Per chi mi conosce, non è difficile immaginare i motivi. Sono sempre stata dalla parte dei ribelli, dalla parte di quelli che combattono per un mondo migliore. Perché sono una sognatrice anche io. Una romantica, probabilmente. Una che non smetterà mai di pensare che bisogna battersi per le idee.

Difendo la rivolta di Gezi Park perché l’ho vissuta sulla pelle, più volte. Ho parlato con i miei amici coinvolti, e con quelli che invece difendono Erdoğan. Si cerca sempre di capire tutte le sfaccettature della realtà, vagliando le ipotesi, cercando i bianchi e i neri, capovolgendoli, invertendoli.

Ma davanti alla ferocia della polizia, il nero diventa ancora più nero. E’ l’oscurità di chi usa la forza bruta contro una popolazione che si ribella in modo pacifico.

E che a volte usa perfino l’ironia. Ho letto scritte, in turco, che il cuore gentile di Doğa ha tradotto per me.

Alcune riassumono perfettamente lo spirito di questa rivolta. “Lo spray al peperoncino rende la tua pelle più bella”. Ecco, rispondere con lo scherzo alla violenza. Un segno di grande civiltà.

Non si tirano pietre, qui, e non si incendiano auto e negozi.

Si resiste, in modo dignitoso, consapevole. E straordinariamente forte.

C’è un’energia, in questa Istanbul che vuole cambiare, capace di entrarti addosso e non lasciarti mai più.

La senti perfino mentre fuggi dai cannoni ad acqua e dai gas lacrimogeni. Ci si aiuta, si è complici, solidali.

Come sono  ridicoli, i poliziotti, quando entrano nelle vie laterali di istiklal a cercare, con i loro squadroni, i çapulcu. Perché i çapulcu non sono terroristi armati con il viso nascosto. I çapulcu sono i negozianti, i clienti seduti ai bar, gli avventori.  I çapulcu sono gli uomini e le donne che camminano passeggiando nella folla.

I çapulcu sono io, sei tu, siamo tutti noi.

Devono arrestarci tutti, abbatterci tutti, bruciare i nostri libri, piegare le nostre idee che, come diceva Falcone, uno dei nostri, pochi, veri eroi, continueranno comunque a camminare sulle gambe degli altri.

I çapulcu sono i cittadini che si sono svegliati, quelli che non vogliono un capitalismo mascherato da Islam che imponga loro le cose. Non bisogna cercarli nei loro rifugi, ci camminano accanto, ogni giorno.

Stanno cercando di dare un senso profondo alla loro rivoluzione.

Quando  i poliziotti li cercano, sorrido quasi. Sono nascosti fra noi, perché siamo noi.

Noi che poco prima fuggivamo dal gas, e che torneremo a fuggire domani. Ma che leggiamo, ci informiamo, cerchiamo di usare le parole e non i muscoli, come loro, come i poliziotti.

I çapulcu hanno un’anima diversa l’una dall’altra e nelle loro differenze riconoscono la bellezza della diversità.

I çapulcu sognano un domani migliore. Un domani in cui si sia libertà di parola, in cui la stampa possa scrivere quello che vuole, in cui i gay possano camminare accanto ai religiosi senza sentirsi emarginati, in cui non ci siano imposizioni ma decisioni corali, in cui la polizia torni a fare il suo lavoro senza massacrare, arrestare innocenti, lanciare gas su mezza città solo perché qualcuno la pensa diversamente

Li ho visti, i çapulcu. E mi sono sentita una di loro. Ogni giorno, ogni istante.

 

 

Francesca Pacini

 

L’autore e i suoi diritti al tempo del Web

di Francesca Girardi

 

Roberto Mariotti, assieme  a due amici, ha dato vita all'agenzia letteraria Martin Eden. Qui arrivano moltitudini di scritti e, attraverso un lavoro certosino, si decide se scartarli o promuoverli. Quando la risposta è positiva, ha inizio un profondo lavoro di promozione, di divulgazione che implica un accurato e ulteriore impegno in materia di diritti sia digitali sia cartacei.

 

mariottiIl web permette un costante collegamento con il mondo, un'informazione e una ricerca continua attraverso gli innumerevoli dati versati in rete.

Tuttavia tali dati devono essere protetti. Questa protezione non costituisce un limite all'idea di continuo aggiornamento e informazione di cui si fa portavoce il web? È come offrire un servizio e poi doverlo proteggere da se stesso...Si può affermare di aver raggiunto un alto livello di sicurezza nei documenti digitali oppure si può incappare in qualche rischio?

Quale sia il confine tra il libero flusso delle informazioni in rete e il rispetto della privacy e della protezione dei dati, è una questione complessa e molto dibattuta che non può essere liquidata in poche righe ma richiederebbe un’analisi attenta ed approfondita. Comunque il meccanismo più utilizzato per la protezione degli e-book è chiamato DRM, Digital Right Management. Il Dmr è stato creato per combattere i primi atti di pirateria, o per meglio dire di scambio e diffusione gratuite degli ebook su internet, violando i diritti di copyright di autori ed editori. Esistono vari tipi di DRM con differenti gradi di protezione. Tuttavia molti utenti si sono lamentati di questo sistema e lo considerano una scomodità poiché in taluni casi impedisce il trasferimento da un supporto ad un altro, anche dei materiali legalmente acquistati. Tanto che alcuni editori negli ultimi tempi hanno deciso di rinunciare a questa forma di criptazione dei file. Ad ogni modo tutti i sistemi di protezione in circolazione riescono ad arginare soltanto parzialmente gli atti di pirateria e le violazioni del diritto di autore.

 

Con quali criteri un agente letterario riesce a districarsi nelle miriadi di opere letterarie e scrittori, riconoscendo quelle veramente "autentiche"?

Il lavoro di un agente letterario è delicato e necessita di una miscela di intuizione e calcolo. In realtà non è poi così difficile riconoscere una buona opera narrativa, perché il gran numero di scritti che ci capitano sottomano quotidianamente ha un livello di letterarietà e di sapienza di scrittura piuttosto basso e il dattiloscritto ben scritto (e anche correttamente scritto) salta subito all’occhio. Più difficile, riuscire ad individuare gli editori che potrebbero essere interessati all'opera. Questa naturalmente è una eccessiva semplificazione, perché ci sono dattiloscritti dai temi e dalle storie potenzialmente vincenti ma scritti male o altri, al contrario, scritti molto bene ma che hanno lacune strutturali o temi poco avvincenti. In questi casi è compito dell'agente suggerire agli autori i percorsi da intraprendere per migliorare i loro lavori.

 

A proposito di autenticità, è possibile nel web usare tale aggettivo?

Il web è un mare magnum dove si può trovare di tutto e di più, è cosa nota. Tuttavia crediamo che se si possiedono i giusti strumenti per procedere ad una ricerca attenta e oculata, anche nel campo letterario, si possano trovare lavori originali ed interessanti.

 

Come avviene la gestione dei diritti digitali?

Abbiamo parlato poco fa del DRM come sistema tecnologico di protezione anti-pirateria. Tale strumento negli anni si è evoluto fino a diventare un vero e proprio sistema di gestione dei contenuti digitali garantendo la tutela dei diritti connessi. In una accezione più ampia quindi il DRM si compone di vari aspetti che vanno dall'identificazione e descrizione dei diritti di proprietà intellettuale, al tracciamento delle licenze di uso, fino alle misure tecniche che assicurano la restrizione dell'utilizzo dei contenuti La gestione dei diritti digitali in sostanza prende in considerazione tre aspetti essenziali: legale (tutela dei diritti, licenze d'uso, responsabilità), tecnologico (autenticazione e sicurezza delle transazioni) e sociale (educazione all'uso corretto delle opere digitali e disincentivazione della pirateria).

 

È più semplice proteggere un documento cartaceo oppure uno digitale?

Sicuramente è più semplice proteggere un documento cartaceo. Il fenomeno della pirateria se prima dell'introduzione del digitale era marginale (la copia non scadente di un formato cartaceo richiede macchinari costosi) adesso si è diffuso in modo esponenziale causando ingenti danni ad autori ed editori.

 

L'ammontare dei diritti digitali varia rispetto a quello dei diritti cartacei? In cosa consiste la loro differenza?

Se con tali domande si intende le royalties spettanti agli autori sulle vendite delle copie, beh sì, c'è una differenza sostanziale tra una copia stampata e una digitale. I costi per la realizzazione e la stampa di una copia cartacea sono ovviamente molto più alti di una copia digitale che viene prodotta praticamente a costo zero. Oltre a ciò con la vendita dell'e-book si salta altri due passaggi che sono invece imprescindibili per la vendita del libro cartaceo: il distributore ed il libraio. Se dunque all'autore per la vendita di ogn copia cartacea spetta una percentuale che varia dal 5% al 10% del prezzo di copertina, per le edizioni elettroniche le royalties oscillano tra il 15% e il 25% dei ricavi netti dell'editore.

 

Quali sono i passi principali nella stipulazione di un contratto di edizione?

Nel momento in cui l'editore mostra il proprio interesse ad acquisire i diritti di sfruttamento economico di un'opera letteraria, sottopone all'autore una bozza di accordo che regola le condizioni di acquisto oltre che le modalità di pubblicazione dell'opera. A questo punto cominciano le trattative tra le parti che saranno più o meno serrate in funzione del potere contrattuale dell'autore. In genere le questioni più delicate sono quelle che riguardano i tempi di pubblicazione dell'opera, la durata del contratto, l'entità delle royalties sulle vendite delle copie e sulla cessione dei cosiddetti diritti secondari e il diritto di opzione sulle successive opere realizzate dall'autore.

 

C'è differenza tra la gestione dei diritti digitali in Italia e all'estero?

Attualmente il quadro giuridico è piuttosto frastagliato ed esiste una disparità tra i vari ordinamenti nazionali. Tuttavia a livello europeo sono state emanate varie direttive che tendono ad armonizzare le legislazioni dei paesi aderenti soprattutto in materia di norme anti-elusione dei sistemi di protezione e di divieto del traffico di supporti finalizzati all'elusione. A livello intercontinentale esiste invece da tempo la Convenzione di Berna per la tutela delle proprietà letterarie ed artistiche che sta alla base del sistema di trattati del WIPO (World Intellectual Property Organization). Trattati che, tenendo conto delle evoluziontecnologiche, hanno come obiettivo quello di aggiornare la protezione internazionale deldiritto di autore integrando le disposizioni della Convenzione di Berna per adattarle all'era digitale.

 

Talvolta un libro è scritto bene, è avvincente ma può non piacere a tutti: quanto influisce il proprio "gusto" o la propria "preferenza" di genere nella valutazione di un testo? Riuscite a essere oggettivi oppure anche il coinvolgimento ha la sua importanza?

Il gusto e le preferenze letterarie di ciascuno influenzano inevitabilmente la lettura. Noi però dobbiamo essere bravi a riconoscere le reali potenzialità dello scrittore, che sono indipendenti dal tipo di romanzo che scrive, e giudicare le opere solo per quelle. Un agente letterario avrebbe il dovere di essere onnivoro. Purtroppo non sempre ci riusciamo.

 

Tra un'emozione e una perfetta stesura di forma e grammatica: cosa vi spinge a promuovere un testo rispetto a un altro?

Se un dattiloscritto è scritto male, ma questa scrittura “sporca” è funzionale alle emozioni che sempre i romanzi dovrebbero dare, se riesce a far schizzare fuori il romanzo dalla pagina, allora ben venga la cattiva scrittura. Al contrario, un romanzo scritto perfettamente ma che non ha sangue perde immediatamente di interesse. Ci sono alcuni temi, alcune situazioni e certi tipi di romanzo che hanno bisogno di sporcarsi con la lingua parlata, con il turpiloquio, per essere più caustici, per arrivare in profondità al lettore. E poi, ma questo è solo una nostra opinione, quelli attuali sono tempi di contaminazioni tra diversi media,tra dialetto e lingua, tra gerghi e capacità di scrittura. Quindi molto meglio un efficace romanzo scritto “male”. Un po’ com’erano i romanzi di Svevo e Pirandello, che non erano certo maestri di stile ma sono diventati giganti della letteratura.

 

Il diritto d'autore ai tempi del web: cosa pensi dei creative commons e del copyleft?

Che può essere una valvola di sfogo per tutti quegli autori che non riescono a sfondare nel mondo dell’editoria tradizionale.

 

Ha ancora senso la Siae?

A livello teorico un ente che si propone di garantire ai propri iscritti la tutela dei diritti delle opere depositate può avere senza dubbio una funzione positiva ed importante. In concreto tuttavia, la SIAE è attualmente un elefante burocratico molto costoso che garantisce notevoli guadagni ad una ristretta cerchia di artisti. Si dovrebbe pertante ripensare ad una sua integrale ristrutturazione. Si tratta comunque anche in questo caso di una questione molto complessa che meriterebbe un dibattito più approfondito.

 

Come tutelare gli autori per quanto riguarda i loro diritti?

Un modo piuttosto rudimentale ma efficace per verificare la paternità di un'opera ed evitare eventuali plagi è quello di far apporre sul testo presso qualsiasi ufficio postale un timbro recante data certa.

 

Voi avete lanciato Lorenza Ghinelli. Continua a pubblicare con lo stesso editore? Cosa accade a uno scrittore quando ha successo?

Lorenza Ghinelli è una giovane autrice che possiede davvero un grande talento oltre ad essere una persona splendida. Per adesso continua a pubblicare sempre con Newton Compton, un editore che crede molto in lei e che le ha permesso di avere un'ampia visibilità, tanto da entrare addirittura con il suo ultimo romanzo, La Colpa, nella cinquina finalista dell'ultimo premio Strega. Dopo il successo dei suoi primi due romanzi è stata e continua tuttora ad essere corteggiata da editori molto importanti. E senza dubbio la pressione e l'attenzione nei suoi confronti sono aumentate. Ma per fortuna si è affidata ad un'agenzia letteraria che la protegge in modo adeguato e le permette di continuare a scrivere ed a lavorare con la massima tranquillità!!

La mappa della mia libreria

di Francesca Pacini

 

 

libreriaQualche tempo fa, a casa mia, un amico mi rimproverava la posizione sghemba dei libri ammucchiati su scaffali ormai invasi, troppo stretti, come un golfino infeltrito.

"Sono creature - mi ha detto - hanno bisogno di stare dritte".

Una frase bellissima. Vera, probabilmente. Solo che ognuno, i libri, li vive a modo suo.  Proprio perchè sono vivi, febbricitanti, i volumi della mia libreria condividono il disordine che anima la mia esistenza. Sono ammucchiati, sparpagliati, eppure non naufragano via in cerca di bussola. Semplicemente respirano il mio modo di essere, all'unisono con l'anarchico ordine (può sembrare assurdo, ma non lo è) in cui ogni cosa che si smarrisce viene trovata. Sì, insomma, come in un gigantesco frattale. Li ho amati, annusati (da quando ero piccola infilo le mie narici in ogni libro, con voluttà e persistenza), segnati; ne ho piegato le orecchie (ma ne ho assorbito la capacità di sentire), accarezzato il dorso come si fa con un amante dopo l'amore, disegnato il profilo nello scaffale. Alcuni hanno buoni vicini di casa, vanno d'accordo, altri si trovano un po' spaesati, in compagnia di alcuni titoli con i quali non hanno nulla in comune (ma alla fine si rilassano e convivono, lo fanno meglio di quanto riusciamo a fare noi). Mi guardano dalla libreria, mi invitano a repentine riletture, a ricerche esasperate davanti a un romanzo scomparso, a piccole soste con gli occhi che innestano il carburante della memoria. Altri attendono di essere letti. Così, con pazienza. Sanno che prima o poi accadrà. E se non accade, va bene lo stesso. Sono meno ansiosi di noi, loro.

Ma non sono soldatini, i miei libri. Non sono intruppati in reparti. E neppure per autore. O per collana.

Stanno lì, randagi. Si spostano soffiati dal vento dei miei umori, che ora ne mette in evidenza alcuni, ora altri. Ma sono sempre accuditi. Perfino quando qualcuno di loro finisce con il dorso girato (ancora più prezioso il suo ritrovamento).

La mappa della mia libreria è casuale, come il tiro di un dado. Ma allo stesso tempo rivela tracce precise, ondulazioni tra passato e presente che scavano un'ansa nel tempo, cullandosi in uno spazio lontano. E' stropicciata. Sì. Somiglia più a una strada sterrata che a una via di cemento. Ma il suo essere selvaggia, il suo rifiutare l'addomesticamento di spazi e percorsi, è anche lo spazio di libertà in cui la vita si abbandona a sé stessa.

Certo, a volte sono costretta a lunghe ricerche. Ma ne vale la pena. I libri privilegiati, invece, godono di uno spazio particolare, accanto al divano, impilati senza un perché ma con un quando. Quando li leggerà? Ora, presto, domani. Più tardi. Non importa. Importa cercare.

E capire che ogni libreria ha le sue mappe e i suoi tesori.  Bisogna rispettare chi fa dei libri una reliquia, accudendoli come anziani all'ospizio (in effetti alcuni di loro sono molto vecchi), ma allo stesso tempo capire che si possono anche vivere così come si fa, a volte, con la vita: spargendoli intorno e dentro di noi, strusciandoci fisicamente la nostra esperienza, che li strapazza insieme alle rughe che compiono i nostri giorni.

Si possono bere e mangiare, i libri. Hanno suoni, odori e sapori.  Dalla libreria assistono, immobili, al nostro affaccendarci di formiche intorno alla tavola apparecchiata dei nostri giorni. Eppure si muovono, dentro e fuori, dentro e fuori, tic tac, come le lancette di un orologio. Ed è la memoria a conservare nella testa e nel cuore i doni più belli che ci hanno fatto.

Molti di noi sognano i titoli che rileggeranno in vecchiaia. Mi sono ripromessa di rileggere Proust, ad esempio. Tutto, di nuovo. E poi anche un po' di Borges, di Calvino, di Woolf.

Quanti appuntamenti mancati, in alcuni libri che non ho avuto o voluto leggere. Ma sono come le occasioni perdute, come quei famosi treni che passano. E poi chissà, a volte la vita ti rimette davanti una situazione, il treno ripassa, forse si ferma. Anzi sono io ad abbassare il passaggio a livello fermandomi, con la valigia del tempo, davanti allo scaffale in cui quel famoso libro mai letto mi stava aspettando.

Ma molti ancora vorranno essere letti.

So che forse non ne avrò il tempo, e tuttavia la consapevolezza non corrode il gioiello del sogno.

Ognuno di noi conosce i segreti della sua libreria. Sa quali libri sono stati importanti, come i grandi amori, quelli rari, quelli che il cuore conserva con un sussurro; e sa quali invece sono stati solo comparse, intersezioni veloci, fugaci, che hanno lasciato un pallido segno.

Ci sono i libri mai finiti (perché non si deve finire un libro, il rapporto è libero, è anche uno scavo interrotto), quelli invece su cui gli occhi si sono attardati più volte, quasi sbiadendo - come per magia di costanza - i colori della copertina.

Le posizioni che assumono nella nostra biblioteca sono percorsi, direzioni dell'anima, indicatori del rapporto con il loro lettore.

I miei, lo ripeto, vivono una vita scarmigliata. Un po' come me. Ma sanno di essere lì, alla rinfusa, pronti però a ogni nuova avventura, a ogni spostamento dettato dal caso o dall'intenzione.

Ogni lettore possiede la mappa della sua libreria. É una faccenda personale.

L'importante sono i tesori ai quali la mappa conduce. E quei tesori non stanno comunque nei libri, ma nel respiro allargato della nostra coscienza.
Perché non siamo solo quello che mangiamo.
Siamo anche quello che leggiamo.

 

Di libri, librai e altre faccende...

di Francesca Pacini

gattoOccuparsi di libri non è facile. Lo sappiamo tutti.

Chi ha scelto questo mestiere ne è consapevole, sempre. Lo sa quando si sveglia al mattino, e vede intorno a sé un mondo fagocitato dalla bulimia di informazioni sempre più superficiali, trangugiate in fretta insieme a una vita sempre più veloce, con il pedale  su un acceleratore che mentre  spinge all’azione rende inerte la capacità critica, la seda, la domina, la relega in un cantuccio dell’esistenza.

E tuttavia la crisi del libro nasce ben prima della crisi globale che ci strattona da quel 2008 in cui  il mondo si è reso conto che la finanza e il sistema in cui crede è una bolla, o rischia di diventarlo.

Chi ha scelto di vivere di libri sa bene che affronta una crisi che, a dire il vero, nel nostro paese esiste un po’ da sempre, almeno dagli anni Novanta.

La crisi prima della crisi, potremmo dunque scrivere.

Il libro è sempre in crisi, un po’ come un artista tormentato.

E le crisi dovrebbero generare anche forze creative, dovrebbero diventare forza e propulsione per nuove idee, nuovi sviluppi.

Non è facile, certo, in un mondo che contrae drasticamente i momenti di riflessione, cuciti intorno a quella preziosa solitudine necessaria al lettore. Il libro è intimità, è rapporto confidenziale con il piacere della narrazione.

Nell’era dei social network, delle condivisioni obbligate, portate all’estremo dell’umana sopportazione, il libro, nel momento della lettura, rimane un fatto privato. Meravigliosamente privato. Le comunicazioni con gli altri avverranno dopo, nel magico momento in cui in il lettore e l’autore si incrociano, si vive su un crinale, su una sospensione di mondi in cui di dilata il tempo della possibilità.

Non ci sono reti sociali, non c’è mondo intorno. Ci siamo noi e ci sono le parole che un autore ci ha regalato.

E in questo mondo sempre più urlato, faccendone, superficiale, il libro soffre la sua profondità, la sua richiesta di scavo, la sua necessaria volontà di interloquire con l’intelligenza.

Anni fa, a Praga, mi reso resa conto di come il consumismo abbia fatto a pezzi il  mondo lento di certe letture, sospese in uno spazio atemporale troppo astratto per la concretezza del produrre e del fare. Quindici anni fa, nella repubblica ceca, i lettori vivevano ancora nel magico mondo a metà fra due mondi, fra passato e futuro: i sintomi del capitalismo erano ancora bagliori, che presto avrebbero infuocato quei luoghi, come accade ormai nella maggior parte dei luoghi del globo.

In quelle librerie i sapori avevano davvero il gusto del tempo come essenza dell’essere, non come perdita di urgenze varie.

E ho ripensato, con nostalgia, alla libreria della mia infanzia, quando il tempo era ancora un “non tempo”.

Ci sono cresciuta, dentro una libreria. Quella di mio nonno. Ricordo la mia infanzia che galleggiava sul profumo della stampa (infilavo sempre il naso nelle pagine che sfogliavo aspirando con voluttà), sui colori delle copertine, sui libri impilati pronti per il viaggio negli scaffali.
Ne ho una memoria vivida, vivida come i caratteri stampati che man mano smettevano di essere geroglifici svelandomi i territori della letteratura.
Era una libreria accogliente, quella di mio nonno. E lui, lui un libraio “vero”, come quelli che popolano ancora le nostre idee su questo mestiere.
Quando qualcuno entrava, sapeva consigliare letture di ogni genere: filosofia, narrativa, poesia. Era onnivoro, come ogni lettore estremo che si rispetti.
Quando, negli anni del dopoguerra, la libreria radunava persone in cerca di autori, mio nonno, che era un comunista “vero”, organizzò nella libreria la biblioteca circolante. Chi non aveva i soldi per comprare i libri poteva portarsi a casa quelli destinati all’uso comunitario, per poi riconsegnarli una volta finiti.
C’era, nel sapere che guidava la vita di mio nonno (tanto che fu questo il nome della libreria, “Sapere”), una concezione ampia, dilatata, che si faceva carne e umanità.
Nel retro della libreria c’erano due poltrone e un tavolino per fare due chiacchiere intorno a un libro.
Ho passato interi pomeriggi a passare in rassegna con il dito il dorso dei libri che, come filari di alberi, accompagnavano i miei viaggi. Già, perché ogni libro è un viaggio. E io, lì dentro, attraversavo tutte le geografie.
L’atmosfera intima di quel posto mi regalava grandi entusiasmi. Mi sentivo un po’ come gli angeli di Wenders, giravo nel corridoio immaginando i pensieri delle persone che sostavano su un libri sfogliandoli, sbirciando un incipit promettente, affogando lo sguardo su una quarta di copertina. Chissà quali pensieri si affollavano su quelle teste di lettori.
Era piccola, la libreria. Ma era costruita su due piani gloriosi capaci di ospitare tantissimi volumi. Sì, era la prima libreria della città. E anche la più vecchia.
Io ero invece così “nuova”, all’inizio, davanti a quelle storie che chiedevano attenzione. Storie che cambiarono con me, che seguirono i miei incerti passi verso l’adolescenza e poi quelli più spediti, verso la maturità.
Oggi la libreria esiste ancora. Ma mio nonno non c’ è più. A un certo punto diventò cieco, come Borges. Ma, a differenza dello scrittore argentino, il buio intorno si fece anche interiore. Diventò brivido.
Non poteva leggere più, non poteva guardare i suoi libri adorati. Presto diventò impossibile gestire la libreria che fu venduta.
Fu allora che iniziò lentamente a morire. Ogni giorno.
Mi ricordo ancora le sue ultime giornate lì dentro: aveva perso la sicurezza della confidenza con la sua grande famiglia di carta e parole; si aggirava, spaesato, fra quegli oggetti improvvisamente muti, invisibili, silenziosi testimoni del suo tramonto.
L’ultimo periodo della sua vita fu accompagnato dalla radio. Ma non era la stessa cosa. Lui, senza i libri, aveva perduto la linfa vitale. Appassì come una piantina d’inverno.
Dentro di me conservo intatto il suo ricordo. E quello della libreria ai tempi del nonno.
Oggi ci vado ancora, quando torno nella mia città.
Ed è cambiata. Come sono cambiate tutte le librerie.
Non mi va di discutere sul peggioramento o sul miglioramento, né parlare delle grandi catene librarie che, come eserciti all’assalto, stanno decimando quelle piccole. Se ne parla tanto. Ci sono stati anche film come C’è post@ per te.
Il mondo cambia. Non si può fermare il tempo.
E malgrado la mia nostalgia, frequento tranquillamente Feltrinelli o Mel bookstore. Solo che è…diverso. Come diverso, di nuovo, è il resto del mondo.
Certo è che il librario di una volta era meno ossessionato dai lettori in fuga, meno assediato da quelli in cerca del libro di Vespa o Costa, meno teso verso il richiamo insistente di una cassa che batte al suono del marketing.
Però il libraio è anche un commerciante, e questo va detto.
Mio nonno passava notti intere a fare conti, a controllare il flusso di entrate, permanenze e uscite di quei volumi che racchiudevano la sua vita.
Una volta il commercio era forse più “rilassato” perché i costumi seguivano ritmi meno incalzanti, più liberi dal rapido ciclo di vita, per usare un termine caro al marketing, che scandisce l’alba e il tramonto di ogni cosa.
Oggi, come tanti replicanti, siamo costretti a vivere in un tempo programmato, organizzato da una scadenza in cui le cose nascono e scompaiono con la velocità di una mela che cade dall’albero. Se Newton scopriva la gravità, oggi noi sembriamo invece scoprirne – e pagarne- tutto il peso. Ogni giorno. Perché pesa, la leggerezza di una superficie che imbratta tutto, implacabile.
In questo pigia pigia che è il quotidiano, il tempo senza tempo del libro fatica a trovare i suoi spazi. E le librerie si sono adeguate, trovando nuove risorse, costruendo alleanze, piegandosi ai costumi che impongono alcune letture piuttosto banali.
Ma i classici – consoliamoci – non muoiono mai. E il mestiere del libraio può ancora essere qualcosa di diverso dalla pallida memoria di ciò che una volta rappresentava, può ancora pulsare di vita perché i libri sono perla dell’umanità. Per venti persone che compreranno L’amore e il potere ce ne sarà una che cercherà I Malavoglia. La qualità – anche se accerchiata – resiste. E se la maggioranza preferisce i comici e le starlette giornalistico-politiche della televisione, c’è sempre una minoranza silenziosa che allo spessore effimero della popolarità preferisce quello più autentico del pensiero.
Ecco che dunque le librerie – per quanto cambiate, moderne, percorse da commessi a volte ignoranti (“Eh? Chi? Nel computer non trovo Finzioni di Borgejoise, mi disse allarmato un tizio, una volta) – raccontano ancora del fascino antico di questo mestiere. Le librerie. Il porto dei libri, il luogo di attracco di queste navi che solcano i nostri mari interiori. Da lì salperanno per una fissa dimora, finiranno a casa di qualcuno che, con mani amorose, le conserverà. E continueranno a viaggiare negli oceani nascosti in quelle pagine di carta e inchiostro.
Mio nonno me lo immagino ancora lì, in piedi accanto ai suoi libri. Si gira, mi sorride. Prende un volume e lo rimette al suo posto.

Mi manca, oggi. Mi manca tanto.

Mi chiedo cosa direbbe di questo collasso nelle letture. Continuerebbe, lui, fino alla morte, a combattere per trasmettere la polvere magica della lettura.

L’editoria è in crisi, alla fine, perché noi siamo in crisi. Perché è uno specchio di quello che siamo (o non siamo) diventati.

Le collane indipendenti, che nascono con un progetto preciso, faticano a trovare spazio, devono sgomitare per tirare la giacca a un lettore che ha sempre meno tempo, e meno voglia.

Ma non possono, non devono morire. Dovranno rinnovarsi.

Diciamocelo in tutta franchezza: le nuove tecnologie ci hanno un po’ rimbambito. Passiamo ore a “informaci” con i nostri portatili e i nostri i pad, salvo poi dimenticare le tonnellate mostruose di informazioni che abbiamo collezionato.

Informarsi non è conoscere. Non a caso la velocità con la quale oggi maciniamo notizie è inversamente proporzionale alla capacità di conservare una buona memoria. L’arte del cazzeggio in rete ha sostituito l’abitudine serale di un buon libro prima di addormentarsi.

Ma non bisogna mollare. Bisogna ripartire, innanzitutto, dalla didattica della lettura, dalla trasmissione di quel fuoco che può accendere mille cerini, fino a infiammare un pezzo di mondo in più.

Quella didattica della lettura penosamente trascurata in famiglia, da genitori assenti che parcheggiano i figli in prima fila davanti al televisore, e così poco seguita da insegnanti veramente in gamba, a scuola, più preoccupati della ripetizione pappagallesca di un’antologia che di un ingresso nell’universo di una scrittura.

Ricominciamo da lì.

Senza libri non vogliamo vivere. E allora dobbiamo fare qualcosa. Perché lamentarsi, e stare a guardare, non serve a nulla. Ogni lettore conquistato è una piccola possibilità per rallentare la corsa folle di questo mondo. Che, sembra, non ha più voglia di pensare.

E se la crisi diventa profondità?

di Francesca Pacini

Le persone profonde fanno fatica a stare a galla. Vero. Sono inseguite dal disagio, dal dolore, da quella punta irritativa che buca sempre la pelle. Questo mondo, così com’è, come lo abbiamo voluto, è fatto per i superficiali. Per quelli che ancora credono che vivere sia un tuffo nella “Milano da bere”, una passeggiata nel Mulino Bianco con i suoi biscottini fatati, mentre tutto intorno a me, a te, la Vodafone. Ma che c’è, lì, tutto intorno a noi? Un sacco di merda. Ed è quella merda che, come un alchimista, devi trasformare in oro. Sempre che tu riesca a creare un varco nel cerchio di Mediolanum, eh già, perché tu sei un puntino al centro, circondato, anzi accerchiato, da quelle associazioni a delinquere chiamate Banche, circondato da questo mondo economico e finanziario che casca a pezzi, come l’intonaco di una vecchia casa che non vogliamo cambiare. La crisi economica, forse, in mezzo a tanta angoscia ci aiuta a togliere i totem che ci hanno anestetizzato per anni, tanti, troppi anni. E ancora crediamo in un mondo fatto di successi ( o su – cessi?) patinati, pettinati, fatti in serie come una Coca Cola? Quelli che si sono svegliati a ceffoni adesso stanno accanto a quelli che, anche quando le vacche avevano la ciccia addosso (che grasse grasse, da noi, non sono state mai), dubitano, dubitano di un mondo fatto solo per i narcisi, i menefreghisti, gli acrobati, gli artisti dell’individualismo e del qualunquismo, del furto al prossimo perché importa solo arrivare alla meta.

Il circo è scoppiato. Bene, forse ritroveremo il sapore antico di qualche valore finito nel sottosuolo. O forse no, forse, come adesso, cercheremo di pensare che tutto tornerà come prima, e che il Produco Consumo Ergo Sono proseguirà, indenne, la sua corsa folle contro un muro che non sarà fatto di gomma.

In tutta questa ansia per il futuro, forse la vera domanda da porsi è la solita, vecchia domanda: chi sono? Dove vado? Ma, ancora meglio: dove sono? Dove sono, ora, dentro di me?

I disadattati, quelli che sembrano sempre gli eterni perdenti perché non si trovano a proprio agio nell’oceano di squali, hanno almeno capito la grande truffa di un sistema che all’uomo ha tolto la cosa più preziosa: la sua umanità. Einstein diceva: “dobbiamo diventare campioni di umanità”. Prima ancora che eccelsi scienziati, professori, manager, comunicatori… dobbiamo essere campioni di umanità.

Invece siamo diventati come i Replicanti, sordi a qualunque test emotivo.

Campioni di umanità. Il dolore, quello vero, ha due strade: o ti chiude per sempre dentro te stesso o ti rende solidale. Peccato che, per noi, la solidarietà nata da una comune tragedia ha gli stessi tempi di un lutto, che nel giro di un anno viene comunque elaborato psichicamente; poi, tutto torna come prima.

Come per l’11 Settembre, “siamo tutti americani”. Siamo tutti uniti, solidali. E, alla fine, ciao, arrivederci, è stato un piacere. Perché è sempre così, che funziona. Le grandi tragedie creano una empatia con scadenza. Come uno yogurt che a un certo punto diventa rancido e va buttato via.

Peccato, perché se ci ricordassimo, ogni giorno, quel senso di unione, di dolorosa unione, forse saremmo quei campioni di umanità che, alla fine, sono davvero più preziosi di tutto.

Le persone intelligenti, sensibili, faticano a trovare gli spazi in un contesto che sgomita, sgomita, e opprime il prossimo per portare avanti se stesso.

Io, Io, Io.

I Pad. I Pod. I Phone.

E invece ci sono anche gli altri. Basta aprire gli occhietti per vederli. Camminano accanto a noi, ogni giorno.

Solo che, mentre corriamo, non li vediamo.

 

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