L’Emma flaubertiana e quella freudiana


Con Madame Bovary, Flaubert dissacra l’ideale dell’eroina romantica, che viene trasformata in una comune e mediocre donna di provincia, persa dietro sogni illusori e irrealizzabili dettati dal suo incoercibile Es, e inaugura uno stile oggettivo e documentaristico che influenzerà in seguito il realismo di Guy de Maupassant (1850-1893) e il Naturalismo di Émile Zola (1840-1902).

 

huppert

“No, non creda più donna ad uom che giura,

Né mai speri trovar fidi i suoi detti,

Ma come prima le sue voglie ha sazie,

Finch’ei cupido alcuna cosa agogni,

Non più parole né spergiuri ei teme”.

Non perdona a promesse o a giuramenti.

(Gaio Valerio Catullo)

 

 

Nella storia della letteratura vi sono date importanti, coincidenze a cui ci piace credere.

Il 1821 è l’anno in cui morì Napoleone, il dominatore d’Europa, a Sant’Elena, ma è anche l’anno in cui videro la luce due grandi scrittori e un poeta, artisti che incisero il tessuto letterario dell’era moderna: Dostoevskij, Flaubert e Baudelaire.

A distanza di più di centocinquant’anni, la figura di Emma Bovary, nata Rouault, è più vivida e attuale che mai: non si è affatto trasformata nell’appassita damina che potremmo immaginare, ma ci ha lasciato in eredità una strana e contagiosa malattia, il bovarismo, che si manifesta con una diffusa insoddisfazione sul piano affettivo e sociale, riscontrabile tra giovani, velleitarie donne magari un po’ nevrotiche e si traduce in ambizioni vaghe e smisurate, in fuga costante verso l’immaginario e il romanzesco. Mi sono dunque chiesta quanta impronta di Flaubert ci fosse in codesta definizione, a conferma del suo celebre rivendicare “Madame Bovary c’est moi!” e quanta eco potremmo tributargli in coro, dopo un leggero e pudico esame di coscienza collettivo.

Al di là della facile ignominia di cui si sarebbe macchiata Emma Bovary, con il suo apparente ruolo di borghesuccia adultera e meschina – etichetta divenuta prototipo nel tempo – il mio modesto interesse analitico si è spostato su un piano squisitamente psicologico e sulla tutt’altro che semplice risposta, considerata la complessità del personaggio, a tre quesiti naturali che la trama ci sussurra: perché Emma fallisce nel trovare l’amore ideale, quali sono le ragioni che la spingono a commettere adulterio e quali quelle che la muovono a congedarsi dal mondo per sua stessa mano. Se capiremo tutto questo avremo lo sguardo riconoscente di Flaubert, poiché capire Emma equivale a leggere l’anima flaubertiana come un enigma svelato. Un’anima, la sua, tanto affine a quella della sua passionale eroina da riuscire a descrivere, con particolare finezza ed empatia, alcuni aspetti proprî dell’anima femminile, seppur miseramente contraddittorî:

“Un uomo è almeno libero; passioni e paesi sono aperti dinanzi a lui, può ignorare gli ostacoli ghermire le felicità più remote. Una donna, invece, è continuamente impedita. Inerte e flessibile nello stesso tempo, ha contro di sé le debolezze della carne e i dettami delle leggi. La sua volontà, come il velo del cappello, trattenuto da un cordone, palpita a tutti i venti; per ogni desiderio che alletta, v’è una convenienza che trattiene”.

(Gustave Flaubert, Madame Bovary, ebook pos.1392)

Flaubert, quale visionario dell’animo femminile, aveva il dono profondo d’indulgere nell’anima di donna a tal punto da saper tratteggiare, con maestria e sorprendente verosimiglianza, una delle figure più indelebili e complesse della storia letteraria; questo femmineo quadro, incapace di resistere alla tentazione degli oggetti, per cui un bell’abito o accessorio non soddisfacevano il primario bisogno di protezione o quello di decorazione, men che meno di pudore, ma assurgevano a ruolo di “costume”, di salvacondotto, in grado di aprirle le porte eleganti dei palazzi, così come di riscattarla da una provincialità mal tollerata.

Emma pagherà un caro prezzo alla facondia d’impulsi creati dal suo Es freudiano, primitivo e animalesco, un vasto ambito mentale, il luogo dei contenuti psichici rimossi – cioè scartati dalla coscienza attraverso il processo di rimozione – territorio delle pulsioni contrastanti e della continua pressione rivolta incessantemente al soddisfacimento del piacere e dei bisogni egoistici. L’Es viene così identificato nell’inconscio, i cui contenuti – seppur latenti – sono determinanti per l’attività psichica dell’uomo. Nell’Es non vigono le leggi della logica, dunque se la vita ti offre un semplice ufficiale sanitario, sembra illogico appellarsi alle velleità e agli utopistici sogni di un mondo patinato; nell’Es non esistono giudizî di valore, al punto che se Emma cederà alle lusinghe lussuriose, sdegnando l’altrui opinione, parimenti trascurerà il richiamo di madre sorda e indifferente al filiale accudimento. Nell’Es non funzionano i meccanismi della memoria, a tal punto che i contenuti di tale sfera non risultano modificati nel tempo, dunque la romantica ricerca del “cavaliere dalla scintillante armatura” ch’ella aveva carezzato e affinato in anni d’illusorie letture, continua ad essere il suo precipuo miraggio, in cui il romanticismo, con il suo culto delle emozioni, sormonta la banalità del quotidiano:

“Anche se lo amava non era felice e non lo era mai stata. Da cosa dipendeva questo vuoto che esisteva nella sua vita, questa putrescenza istantanea delle cose che le stavano più a cuore?” (Ibidem, pos.4426)

Di fatto, la storia di Emma ci appare come un chiaro esempio d’insoddisfazione cronica mitigata da rari momenti d’esaltazione, una condizione mentale che, letta in chiave moderna, verrebbe etichettata con il marchio di bipolarismo: depressione, accensioni passionali, delusioni. Eviterei le ideologie femministe e le paludi nosografiche, per non cadere nell’incomprensione del fenomeno e analizzerei in modo più complesso questa condizione: credo fortemente che le donne sentano, più e più intensamente degli uomini, lo scarto che esiste tra la finitezza individuale e l’infinito. Questa sensazione è tanto più viva quanto più vasto è il pozzo in cui versiamo le emozioni di una vita e come donna, spero scevra da scontati preconcetti, avverto la sensibilità femminile come più viva, rispetto a quella maschile. È come se la donna dovesse vivere la propria vita in uno stato tensivo estremo, nel tentativo di azzerare tale scarto, per cui spesso si spende nell’estenuazione dei lavori domestici, così come nelle passioni amorose, nel virtuosismo estremo, frutto di un’ideologia religiosa fagocitante e mortificante i suoi desiderî, come nelle accensioni passionali; in pratica, nel disperato tentativo esperienziale di soddisfare il suddetto iato. L’ideologia e l’organizzazione sociale borghese, allora molto più sentita, ha approfittato in questo senso di una naturale predisposizione e propensione della donna, per far gravare su di lei la responsabilità della virtù domestica e morale; non sorprende, dunque, che a questo peso interiore faccia spesso da contraltare un compenso inconscio che si traduce nel sogno di una vita di segno opposto: la necessità di “voler vivere la propria vita” –  come ho sentito dire ad una donna che aveva abbandonato anni prima figli e marito – talvolta non implica quella fase condivisa con qualcuno in un vissuto precedente, quanto piuttosto una forma incoercibile di evasione dalla stessa. Quindi l’opposto del perfezionismo morale, a cui dovrebbe assoggettarsi la donna per definizione, non è neppure la libertà da quello, ma il perfezionismo trasgressivo.

In Madame Bovary, il personaggio di Emma appare chiaramente dominato dall’Es: è il cuore che, non senza un poco di utilitarismo, la rende insaziabilmente vorace di emozioni:

“Amava il mare soltanto per le sue tempeste, e la vegetazione solamente se cresceva a stento e rada in mezzo alle rovine. Era necessario per lei trarre dalle cose una specie di utile personale e respingeva come superfluo tutto ciò che non appagasse la brama immediata del cuore. Era più una sentimentale che un’artista, cercava emozioni più che paesaggi”. (Ibidem, pos. 4416)

In virtù di questo, tutto il romanzo flaubertiano è apparentemente costellato, a più riprese, dalla descrizione doviziosa e dettagliata di tutti i desiderî che l’Ego, il mediatore tra Es e Super Io, pressoché assente in questo caso, esprime quasi incessantemente. In realtà, è un paradosso, ella non vuole nulla, non può volere, o meglio, vuole solo ciò che non avrà mai: è il fantasma dell’isterica, rimanere ancorata a un desiderio impossibile che la condanna all’insoddisfazione come unica forma di godimento, perché ciò che “l’isterica” Emma vuole è la speranza, la promessa, la possibilità di poter rimandare nel futuro la conclusione, la tensione verso l’infinito di cui detto sopra:

“Era innamorata di Léon e cercava la solitudine per poter a suo agio dilettarsi con l’immagine di lui. Vederlo di persona significava turbare la voluttà di tal meditazione. Il suono dei suoi passi faceva palpitare il cuore: poi, la sua presenza faceva svanire ogni emozione e in seguito in lei restava soltanto un immenso sbigottimento che si trasformava in tristezza”. (Ibidem, pos. 584)

L’isteria di Emma appare dunque come una forma di feticismo, che si consuma al motto di “l’attesa del piacere è essa stessa piacere” e tanto basta: il pensiero fisso di un amore che non c’è prende il posto di feticcio. Emma dovrà accontentarsi dell’oggi, o meglio, l’oggi insoddisfacente serve a mantenere in vita l’amore-feticcio, l’obolo consolatorio, dove l’oggetto d’amore pensato si tramuta in materia prima, poiché ciò che interessa a Emma è il godimento nell’immaginare un desiderio, non realizzarlo e per questo fa obiezione al modus recipiendi, al ricevere da un altro. In pratica, la nevrosi di Emma, con il trascorrere del tempo, si attesta e si consuma su una linea di confine tracciata dall’indecisione, almeno nei prodromi dell’adulterio, per cui, come sostenne Lacan, “il nevrotico non fa che preparare i bagagli per un viaggio (nel caso di Emma, verso il proprio desiderio) che non farà mai”:

“Sì, affascinante! Affascinante! ... Amerà una donna?” si domandò “E chi? ... Può amare soltanto me!”. In un lampo, tutte le prove di ciò si spiegarono davanti a lei e il cuore le balzò nel petto”. (Ibidem, pos. 1614)

Perché, dunque, Emma fallisce nella sua ricerca del vero amore?

Gli uomini correlati al fallimento, li abbiamo citati, sono tre: il primo è il marito, Charles Bovary, il secondo è Rodolphe Boulanger e il terzo Léon Dupuis. Charles è un uomo semplice e mediocre, profondamente innamorato della moglie, ma incapace di capirne la psicologia complessa e le mondane richieste. L’inettitudine di Charles a incarnare l’ideale romantico di Emma, forgiato anche da anni di letture in tema e da una certa dose di misticismo religioso, le offrono il pretesto per l’adulterio, quale riscatto dall’insoddisfazione coniugale, una condizione che neppure la nascita della figlia potrà risanare. L’eziologia del tradimento inizia qui: l’anarchia morale della Bovary, inizialmente tenuta a freno dall’Ego – anche grazie alla morale religiosa di cui era infarcita per educazione – e dal richiamo mistico, (risorse a cui s’affida in seguito all’abbandono di Rodolphe, cosi come in punto di morte), non è espressione della potenza degli istinti prepotenti affrancati dal controllo morale. Questa anarchia morale in crescendo costituisce piuttosto una difesa soggettiva contro i valori mortificanti interiorizzati a cui accennavo sopra, quelli da lei oltraggiati e i sensi di colpa che essi, nel suo Ego, fermentavano. È a questo punto che fa il suo ingresso il Super Io, il censore della propria coscienza: per metterlo a tacere, evitando la depressione e l’onta psicologica derivanti dalla sua condotta, non può far altro che commettere infrazioni sempre più contrarie alla pubblica decenza, in uno stato di coscienza anestetizzato e sordo ai richiami del Super Io. Anche per questa ragione la conclusione del percorso di vita di Emma, che si attua con il suicidio e il pentimento mistico è significativa: darsi la morte manu propria azzererà i problemi, pacificherà i sensi di colpa e la disperazione da deminutio di sé che da viva non avrebbe saputo, né voluto affrontare.

Se non le è dato avere l’esistenza che vagheggia da una vita intera, potrà almeno apporre una data alla sua dipartita.

Alla pienezza di vita e ricchezza di ideali a cui tende Emma per tutta la sua vita, seppur oscillante tra la mutilante virtù e la passione amorosa, fa da contraltare la mediocrità dei personaggi maschili che ne popolano il mondo fatato: Charles, non solo per l’amore che nutre per lei, appare il personaggio più autentico, sebbene ammantato di banalità piccolo-borghese, complici un padre gaudente e narcisista e una madre ambiziosa e invasiva. Invano Emma tenterà di aprire l’anima di Charles verso orizzonti più vasti e invano tenterà di renderlo affine a sé: “come può uno scoglio, arginare il mare…”:

“Intanto, seguendo le teorie nelle quali credeva, ella cercò di crearsi l’amore. In giardino, al chiaro di luna, recitava tutte le rime amorose che sapeva a memoria e sospirava romanze malinconiche, ma non sentiva agitarsi dentro di sé nessuna passione, e Charles non sembrava né scosso né più innamorato”. (Ibidem, pos. 692)

Léon è un personaggio contraddittorio, anche lui divide con Emma una finezza di orizzonti, la ama poi di autentico amore, platonico, prima che erotico. Inizialmente il Super Io riesce a fare la sua parte controllando l’Es, poiché vuol essere una donna virtuosa. Nonostante questo, ad un certo punto, poiché tutto ha una fine e spesso contraria al proprio volere, arriva a sentirsi fagocitato dall’intensità passionale di Emma al punto da disamorarsene:

“Come il più modesto libertino ha sognato harem, così ogni notaio porta celati in sé i frantumi di un poeta. Léon si sentiva infastidito adesso quando Emma d’improvviso si metteva a singhiozzare sul suo petto, e il cuore di lui, simile a quelle persone che si stancano se ascoltano per lungo tempo la musica, si assopiva nell’indifferenza alle manifestazioni clamorose di un amore del quale non apprezzava più le raffinatezze”. (Ibidem, pos. 4532)

Quando poi Emma lo implora di aiutarla a far fronte ai debiti, gioca la spontanea carta del vigliacco: non le nega il suo aiuto, ma non lo concretizza affatto.

Ma sicuramente Rodolphe è la figura maschile più sgradevole di tutto il romanzo; uomo di mondo, intuisce la fragilità di Emma e ne approfitta a piene mani, celando sotto enfatiche dichiarazioni d’amore un calcolo da cinico séducteur che, essendo tale, non può, per definizione, tollerare il linguaggio eterno della passione e men che meno l’assoggettamento:

“Si era sentito dire tante volte tutte queste cose che ormai non avevano per lui più niente di originale. Emma non era diversa dalle altre amanti, e il fascino della novità, cadendo a poco a poco come un abito, metteva a nudo l’eterna monotonia della passione, che ha sempre le stesse forme e lo stesso linguaggio” […] “È necessario” pensava “ridimensionare i discorsi esagerati che spesso nascondono sentimenti mediocri: come s e talora la passione eccessiva non traboccasse dall’anima servendosi delle più vuote metafore, perché nessuno, mai, può dare l’esatta misura delle proprie necessità, delle proprie concezioni, o dei propri dolori, dato che la parola umana è simile a un calderone incrinato da cui è facile trarre una musica adatta per far ballare gli orsi quando vorremmo commuovere le stelle”. (Ibidem, pos. 3014)

Il cinismo di Rodolphe rasenta confini insopportabili, riducendola alla docilità più assoluta, alla più convinta corruzione, fino a farle credere di voler fuggire con lei in un progetto di vita insieme, per ritirarsene poi all’atto finale, incapace di assumersi un impegno tanto vincolante legandosi a una donna impegnativa e sfaccettata, Emma, questa storica figura dal valore universale.


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