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Alice delle Meraviglie PDF Stampa E-mail
di Francesca Pacini   

 

Da Fazi c'è un editor al femminile. Una donna che coniuga sorriso e letteratura, e che ama poco certe spocchie intellettuali che viziano gli ambienti culturali. Perché leggerezza non vuol dire superficialità. Lei ce lo dimostra, ogni giorno.

 

La prima volta che ho incontrato Alice di Stefano sono rimasta piacevolmente sorpresa.  Ha un sorriso che contagia, lo sguardo infantile e disarmante di una fatina dei boschi, gli occhi buoni che ti puntano dentro. I suoi modi sono aperti, gentili, ti mettono immediatamente a tuo agio. Mi fa pensare alle nuvole, o a quelle deliziose casette di legno sugli alberi. Ma se qualcuno si aspetta di trovarsi davanti una sprovveduta, si sbaglia di grosso. Alice è una donna intelligente, determinata. E colta. Ma non le piace farlo pesare. Preferisce giocare, divertirsi lavorando. Chissà, forse anche a lei piace la frase di calvino "la leggerezza è una gravità senza peso". La prossima volta glielo chiederò. Intanto, qui ci racconta  la sua avventura editoriale da Fazi.

 

Alice, quando hai iniziato a lavorare nel mondo dei libri? Un colpo di fulmine oppure un amore maturato progressivamente?

Un colpo di fulmine, direi. Prima lavoravo all’università dove, dopo laurea, dottorato e assegno di ricerca, insegnavo letteratura dedicando una particolare attenzione ai nuovi autori e alla narrativa italiana degli ultimi decenni. Il mondo dell’editoria, avvicinato quasi per caso ma presto conosciuto dall’interno, mi ha subito conquistata per l’estrema dinamicità che lo contraddistingue: il continuo confronto col mercato, al di là delle riflessioni puramente intellettuali, costringe a stare sempre all’erta, spesso provocando un sentimento di sfida positivo in grado di aumentare la creatività. È proprio il confronto con i lettori, che emerge chiaro dal riscontro nelle vendite, a dare quel pizzico di sale in più al lavoro rispetto, ad esempio, all’affascinante ma anche più statico mondo dell’accademia.



Il rapporto con la lettura e la scrittura cambia, quando diventa un mestiere. Cosa significa essere un editor? Puoi spiegarlo a chi è affascinato da questa figura professionale?

La difficoltà (ma anche la novità) più grande per me è stata quella di capire l’importanza della necessità di un libro, dell’esigenza cioè di pubblicarlo o meno, a prescindere dal suo contenuto. Il momento, le mode, le tendenze in atto infatti possono grandemente determinare la scelta di un’opera così come la misura del suo successo.

In questi anni, spesso mi è capitato di leggere avidamente i libri in classifica nel tentativo di coglierne i motivi del consenso: ovviamente, non sono mai riuscita a trarne regole certe né il vantaggio che immaginavo a riprova del fatto che l’editoria è un mondo del tutto imprevedibile e dove oggi c’è un bestseller e l’idea di un certo tipo di narrativa, si può star certi che sei mesi dopo il vento soffierà da un’altra parte... L’editoria (a differenza della letteratura) vive nel presente ed è sempre al passo con i tempi.

L’editor è un buon editor secondo me se riesce a fare del bene al libro che ha scelto di curare, sia in termini di risultato estetico (scelte stilistiche, ritmo, lingua, coerenza nelle sequenze narrative, equilibrio delle parti) sia in termini di risultato sul mercato (sempre in proporzione, ovviamente, al tipo di testo trattato).



La tua giornata tipo? E la tua giornata ideale?

Ogni giorno, in ufficio, per prima cosa leggo la posta; poi, do un’occhiata alla rassegna stampa e, se non ci sono riunioni di programmazione o di pianificazione per il lancio di qualche romanzo in particolare, seguo l’andamento dei libri già usciti o mi informo su quelli ancora da pubblicare; dopo aver risposto a un numero sufficiente di mail (tante e varie, con i problemi più disparati e l’immancabile proposta di testi inediti), mi dedico al copertinario per la presentazione delle novità alla rete di promozione - e di conseguenza ai librai -, parlo (se possibile) con gli autori o i loro agenti. A quel punto, e solo se rimane tempo, cerco di leggere qualcosa (sempre che per quel giorno non siano previsti incontri o letture con il pubblico). La verità quindi è che l’editor (almeno io) per leggere con calma e concentrazione ha solo i week end (o i viaggi in treno: fantastici!). Anche per questo, credo, la mia giornata ideale è a casa, in completo silenzio, al computer, magari passando al setaccio un libro, riga per riga, per un tipo di editing puntuale a stretto contatto con l’autore (tramite mail o telefono).

(La mia giornata ideale ideale è all’aria aperta con una lunga passeggiata nel parco o al mare, d’estate, aspettando il tramonto coi piedi nella sabbia).



Come è nata e si è sviluppata la nuova collana le Meraviglie?

Le Meraviglie – contenitore di varia, guide turistiche e fiction - nasce nel tentativo di gestire uno spazio proprio all’interno della casa editrice, un luogo ideale cioè in cui poter assecondare con maggior libertà le mie inclinazioni in fatto di libri e la predilezione, in particolare, per la narrativa dal taglio umoristico. In più, con Le Meraviglie, ho la possibilità di sondare settori finora inediti o almeno poco frequentati alla Fazi come ad esempio quello legato ai viaggi (tentativo già in parte avviato con la collana di guide “per cervelli in fuga” dedicata a chi ha deciso di trasferirsi a vivere all’estero, per un periodo o per sempre).

 


C'è un libro, pubblicato da Fazi, al quale sei particolarmente legata? Ce lo racconti?

Naturalmente quello di mia madre, Cesarina Vighy. Temo però che la storia sia anche troppo nota avendo lei, con L’ultima estate, un romanzo scritto già settantaduenne e gravemente malata di SLA, vinto il Premio Campiello opera prima (per l’edizione del 2009), il Premio Cesare De Lollis (ex aequo con Ugo Riccarelli) arrivando (nello stesso tempo) nella cinquina finale del Premio Strega.

Una vicenda umana, oltre che editoriale, che tuttora mi stupisce per la sua esemplarità e il suo valore.



Un libro "classico",  invece,  che da ragazzina ti ha cambiato dentro, e perchè.

Tanti, davvero. Anna Karenina, Il rosso e il nero, Lolita e poi I Buddembrook, Guerra e pace, Cime tempestose, Orgoglio e preguidizio ma anche Jane Eyre, La fiera delle vanità, Madame Bovary, Bel ami, Il Gattopardo, e, più avanti Gli indifferenti, La coscienza di Zeno, Cent’anni di solitudine, La Storia, ecc. ecc.

Ognuno di loro, ogni volta, faceva risuonare in me sensazioni e sentimenti fino ad allora considerati intimi. In ciascuno, ritrovavo qualcosa di me, cosa che mi faceva sentire parte di una collettività (seppure di un certo tipo), e quindi viva. È stata la scoperta del mondo, la coscienza di non essere più sola.

 


Perché in Italia non riusciamo ad avere lettori forti come in Francia, ad esempio? Cosa ci manca?
Magari non ci manca niente! Qui c’è più sole e la gente, forse, preferisce fare due passi all’aria aperta  piuttosto che leggere un libro: luoghi comuni, certo, ma anche comuni verità. Io, inoltre, non sono di quelli che sostengono la lettura a tutti i costi. In fondo, dovrebbe essere una scelta: una volta ricevuto un buon imput (dalla scuola ma più spesso dalla famiglia d’origine), ci si dovrebbe innamorare dell’esperienza in sé fino a provare un vero e proprio piacere nell’atto di leggere. Quando a Natale, da piccola, mia mamma mi regalava un libro, già scartando il pacchetto (da cui si riusciva a intuire il contenuto), come tutte le ragazzine urlavo, delusa: “Nooooo! È un libro!?!”.



L'editoria oggi: come affronta Fazi le nuove sfide?

Con grinta, direi. L’editore in persona, già un anno fa, si è lanciato in un progetto tutto nuovo, con un blog e una collana di ebook venduti a un euro l’uno (alcuni pubblicati anche in cartaceo). Con questa linea, dedicata per lo più alla discussione economico-politica e al dibattito sull’Europa, abbiamo potuto verificare sul campo la reale portata ed efficacia del “fenomeno ebook”, oltre che studiarlo a tavolino, anche se la produzione digitale non sarà l’unica novità della Fazi né del mercato in generale, avviato secondo me ad una contrazione fisiologica dopo anni di produzione ipertrofica.

Francesca Pacini - giornalista, art director.

Francesca Pacini è giornalista, art director, docente. Sempre in moto, vive e lavora tra Roma e le Marche, dividendosi fra più contesti, tutti però legati alla parola e all'immagine che a volte la accompagna. Non trova mai pace: il suo motto è "lavori in corso".

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