Se una notte d'inverno... un recensore


Libere recensioni su libri vecchi e nuovi.
Inviateci il vostro libro, specie se non appartiene alla schiera editoriale dei "soliti noti". Lo valuteremo e recensiremo.


Piccoli eroi

di Allan Gurganus

gurganusMa dove la imparano, queste persone perennemente sfruttate, tanta dignità? Si chiede Jerry “Rassicurazione”, tre lavori part-time per pagarsi i corsi serali e i genitori con tanto cotone nei polmoni da poterci fare una camicia. E forse è la dignità il vero eroismo nella North Carolina degli anni ’50, non fa differenza che tu sia un ragazzo di diciannove anni che riscuote nei quartieri bassi dei neri le rate dell’assicurazione per un funerale dignitoso, un omosessuale che deve fare coming out tutti giorni o il figlio artista di un eroe minore della Seconda Guerra Mondiale. Storie di epica sopravvivenza quotidiana tra la paura della diversità, il desiderio dell’accettazione e la voglia di riscattarsi in un’America dorata che si aggrappa ferocemente agli ideali della piccola borghesia.

Allan Gurganus è nato nel 1947 nel North Carolina, ha al suo attivo una guerra (in Vietnam) e due lauree. Allievo prediletto di John Cheever, esordisce nel 1989 con il romanzo L´ultima vedova sudista vuota il sacco, due milioni di copie e otto mesi nell’elenco dei bestseller del New York Times. Playground ha pubblicato anche il romanzo Santo Mostro.

 

Sara Meddi

 

 


 

Paseo Orinoco

di Giovanna Fanizza

paseo orinoco

 

"Non lascio che neanche un singolo fantasma

del ricordo svanisca con le nuvole,

ed è la mia perenne consapevolezza del passato

che causa a volte il mio dolore,

ma se dovessi scegliere tra gioia e dolore,

non scambierei i dolori del mio cuore

con le gioie del mondo intero"

(K. Gibran)

 

Ognuno di noi è la somma delle esperienze che ha fatto, delle persone che ha incontrato e dei luoghi dove è stato… delle storie che ha ascoltato.

Ecco l’esistenza: radici ma anche ricordi, legati da uno stretto connubio, che camminano insieme con noi e sono le nostre storie, tra passato e presente, sempre in movimento… e da portare come bagaglio.

Radici, dunque, come vite fatte di storie… storie come ricordi…, che si dilatano nello spazio e nel tempo.

Seguendo la fitta rete dei loro incroci e delle loro diramazioni, Giovanna Fanizza in “Paseo Orinoco” racconta sottovoce, intrecciando realtà e fantasia e raggrumando luci e ombre, una storia che, nella sua apparente semplicità, è un piccolo prezioso arazzo intessuto nella densa trama della vita di un tempo passato… brandelli di storie, persone e luoghi, che trasportati sul filo del ricordo, scorrono in queste pagine, ora allegre ora commoventi.

Sì, il romanzo di Giovanna è una cartolina d’altri tempi, che fa da sfondo alla storia di una donna che riesce a liberarsi dai tabù dell’epoca… è chiaramente un ritorno alla memoria umana, alle piccole memorie, un rivedersi a ritroso alla ricerca dei ricordi, di quei momenti che vengono consacrati come i migliori – e per taluni anche i peggiori – del proprio passato: l’infanzia, l’adolescenza, la gioventù.

(G. Stella).

 

Ogni singolo atto o episodio del racconto è come un bocciolo chiuso… un bocciolo i cui teneri e profumati petali si schiudono, ad un ad uno, piano piano… ed ecco, alla fine, un fiore!

E’così che il suo libro va sfogliato… lentamente, step by step, per riuscire a coglierne i colori e le delicate sfumature, per assaporarne le vivide, fresche emozioni che lo pervadono con le nostalgiche immagini evocative dei luoghi d’infanzia (Mola di Bari, Ciudad Bolivar…), per gustarne, come una moviola del tempo, ogni fotogramma della vita che passa, come l’acqua del fiume Orinoco, in continuo divenire...

 

Il racconto che, incatena e incanta, incastonando ogni momento nelle nostre vite, è un affresco a molti voci, tutto a tinte femminili, all’interno del quale si susseguono situazioni, rapporti umani, battaglie private e pubbliche, episodi familiari, altalenanti tra gioie e dolori, tra effetti e affetti ritrovati, celati nella terrena, e spesso tragica, normalità della vita.

 

L’autrice con accorata sincerità e sensibilità scrive: “Perdere qualcuno che ami, significa la vita che cambia… a volte il destino è crudele e quando gli eventi ti passano davanti scanditi dal tempo in una successione così tragica, lo è ancora di più”.

“E’ la storia che si ripete”.

 

Nel contempo, in questo scenario tanto intimo quanto dolente, Giovanna con sapiente maestria volge uno sguardo retrospettivo a una serie di momenti di forte cambiamento economico-sociale, che hanno segnato in modo consistente l’evoluzione del nostro paese a partire degli anni ’50. E di quegli anni l’autrice parla con immediatezza e lucidità, con commovente trasparenza e ardita partecipazione.

 

Si tratta di grandi e tumultuosi avvenimenti che riguardano tutti: il “boom economico” con i suoi effetti innovativi sugli stili di vita, l’emigrazione non solo nel nord d’Italia e nel nord d’Europa, ma anche in Sudamerica come il Venezuela, che ha una parte considerevole in questa storia, la contestazione giovanile del ’68 contro modelli di società e di cultura considerati obsoleti, la libertà sessuale delle donne, la legge per il divorzio.

 

E’ indubbio che questo affascinante intreccio, così vibrante di passioni, eventi e persone contribuisce a fare di “Paseo Orinoco” un itinerario stimolante di lettura, soprattutto un insegnamento per le donne di oggi, che sollecita spunti per dibattiti e approfondimenti, confronti tra vecchio e nuovo modello sociale del contrastato mondo femminile: i condizionamenti ambientali a cui erano sottoposti le donne, l’onta della gravidanza fuori dal matrimonio, l’obbligo di farsi carico del focolare domestico...

“I tabù iniziano a cadere, le donne non vogliono più adattarsi all’architettura sociale maschile… ed è qui che lei diventa libera…”

 

E in tutto questo ordito, nel quale assumono spessore e vigore le due protagoniste, le figure centrali presenti e agenti del romanzo, quella platea, che è l’immenso teatro della vita, restituisce colore e sapore alle personalità individuali, fissandone i tratti esistenziali… acquisisce sostanza, contraddizioni e verità. Si affolla di pensieri e drammi, di sfumature inedite, di “scintille che creano nel cielo l’atmosfera carica di Speranza per chi riesce a vederne una”.

“Un esercito di stati d’animo aspettavano di essere allineati secondo il giusto ordine”.

 

Come l’Orinocometro, “l’isolotto magico”, che la protagonista vedeva “venir fuori dal fiume e diventar alto”, così la sua Anima ora riemerge luminosa dai sopiti e scuri fondali, non più come “specchio appannato” dal passato” ma palpitante di “luce… e gratitudine per la vita”, mentre la sua esistenza, lungo il viale di Paseo Orinoco, scorrerà “come l’acqua del grande fiume con i suoi periodi di secca e di piena”, ormai forte e sicura grazie agli “argini possenti”… dell’Amore.

Mary Di Martino

 


 

Lezione di nuoto

di Valentina Fortichiari, Guanda

 

lezione di nuoto

“Ho trovato nel Salento un posto da cui guardare il mare e desiderare solo di nuotare e di scrivere.”

Così mi racconta Valentina Fortichiari, autrice di “Lezione di nuoto” edito da Guanda lo scorso anno, e a me fa venire in mente la Bretagna, luogo in cui è ambientato, appunto, questo libro: non certo per la somiglianza fisica dei luoghi (non potrebbe forse esserci lontananza più grande tra il freddo nord della Francia e la terra rovente del nostro sud Italia) quanto, piuttosto, per un amore, comune all’autrice e a Colette, che di questo racconto è protagonista indiscussa, quello per l’acqua. La Fortichiari, nuotatrice agonistica ai tempi, e Colette, esperta conoscitrice del potere liberatorio di questo elemento, che decide di invitare il figlio di primo letto di suo marito a trascorrere una vacanza con lei e con il suo gruppo di amici letterati proprio nella sua casa sulla costa bretone.

Il romanzo (è il 1920 e siamo nella villa di Rozven in Bretagna, lasciata a Colette dall'amica Missy) apre uno squarcio sull’inizio di quello che diventerà poi un lungo rapporto di passione e d’amore: Colette insegna a Bertrand a nuotare e, sciogliendo con sapiente maestria quel nodo di insicurezza e di timorosa reverenza che tiene avvinto il giovane cuore di lui, lo lega in un coinvolgimento che parte dal contatto dei corpi nell’acqua e arriva alla mente nell’innamoramento per la parola scritta.

In quella mitica vacanza, sotto il riverbero del sole e circonfusi dagli aromi della cucina di Colette, anche la compagnia di intellettuali e artisti contribuisce a disvelare sentimenti estremi, come quello della piccola figlia di Colette, sempre in cerca di attenzione da una mamma che sembra non avere abbastanza energie anche per lei, come quello della fedele segretaria e amica di Colette, consumata in un amore senza speranza, e infine come quello dell’autrice per lo spazio acquatico, concentrata, allo stesso modo, nel movimento fluido del nuotare e dello scrivere.

Non tragga in inganno la raffinatezza nell’uso della lingua: la Fortichiari ci mette a parte di passioni forti e vitali, senza riserve, seppure con grande eleganza. Il libro si legge d’un fiato, alla riscoperta di un personaggio oggi un po’ trascurato come è quello di Colette, il cui coraggio e la cui forza meritano invece la giusta considerazione, e ci chiama al diritto di amare e di volere tutto. Salvo poi pagarne le conseguenze.

 

Raffaella Musicò

 


 

Sulla Strada

di Jack Kerouac, Oscar Mondadori

 

sulla strada

La tanto temuta crisi ha colpito anche voi e non potete andare in vacanza? Amate scoprire posti nuovi, all’insegna dell’avventura? Oppure preferite godere di ogni confort e quindi per voi “vacanza” significa stare a casa in città semideserte? Bene, Sulla strada di Jack Kerouac è il libro che fa voi, sia nel primo caso perché viaggerete lungo gli Stati Uniti e il Messico, dapprima in autostop e poi in auto, sia nel secondo, perché leggendo questo libro e scoprendo dove la follia di ogni protagonista li conduce sarete ben contenti di stare sulla vostra poltrona preferita sotto il ventilatore, sorseggiando una bibita fresca.

Kerouac, tuttavia, non voleva solo offrire un resoconto di viaggi sullo sfondo di un’America a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso. Egli voleva descrivere un paese fatto di giovani che non rientravano negli schemi borghesi dell’epoca: drogati, alcolizzati, prostitute, vagabondi e giovani universitari come il protagonista e alter ego di Kerouac, Sal Paradiso, che cercavano l’esperienza, quella che non si può ottenere dai libri. Ed ecco che allora troviamo Sal girovagare nei peggiori locali notturni di Frisco o di Denver, ad ascoltare musicisti neri, a bere finché non finivano i soldi, ma anche a lavorare nei campi di cotone assieme a una famiglia di messicani. Tutto ciò è fatto dal protagonista con i suoi amici, fra i quali spicca la figura di Dean Moriarty, un pazzoide drogato e pseudo - santone, che ha mogli e figli sparsi un po’ ovunque negli Stati Uniti e che rimanda a un amico di Kerouac, Neal Cassady. Dean racchiude in sé l’essenza del libro, quella che è definita COSA e che Sal tenta di raggiungere nei modi più diversi. Non è un caso, perciò, che ai due sia affidato il dialogo simbolo dell’opera, dialogo che diventerà il motto della beat generation e in seguito degli hippies: «“Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo”. “Per andare dove, amico?” “Non lo so, ma dobbiamo andare”».

Il “dover andare senza sapere dove” accompagnerà tutta la vita e le opere di Kerouac, portandolo a esplorare nuovi posti e, allo stesso tempo, ritrovare quel “dove” presso il luogo che è chiamato “casa”, dando vita a una profonda inquietudine che terrà sempre l’autore in movimento.

Voi lettori siete chiamati a partecipare come compagni di viaggio di questo incredibile scrittore, sia che siate in vacanza, al mare, in montagna o in città, sia che siate nel vostro grigio ufficio in pieno inverno, magari arrivando a scoprire la vostra personale COSA.

 

Chiara Calabrò

 

 


 

L’isola di Arturo

di Elsa Morante

 

 

Vincitore del Premio Strega nel 1957 “L’isola di Arturo” racconta l’accattivante storia di un ragazzo nato e cresciuto negli anni Trenta su una piccola isola del golfo di Napoli, Procida. Elsa Morante, con innegabile maestria, traccia il profilo di Arturo dalla sua giovane età fino alla tanto attesa maturità. I personaggi che agiscono all’interno del romanzo si contano sulla punta delle dita ma i loro caratteri, le loro paure, le loro azioni, sono descritte in maniera precisa ed è inevitabile riconoscere in alcuni di loro segni familiari. Il romanzo si può dividere in due parti: la prima, che presenta l’infanzia di Arturo Gerace fino ai quattordici anni, quando il bambino trascorreva quasi tutti i mesi dell’anno da solo, in compagnia della cagnetta Immacolatella, nella costante attesa del ritorno sull’isola, da uno dei suoi lunghi viaggi, di suo padre Wilhelm; la seconda, dall’arrivo della nuova moglie del padre fino all’allontanamento dell’amata Procida.

Arturo, voce narrante e protagonista del romanzo, racconta l’età della sua giovinezza e dell’adolescenza lasciandosi andare in commenti critici ma sempre arguti e freschi. Eccolo, quindi, Arturo in giro per Procida, mentre cura la sua barca, mentre ripercorre le spiaggette isolate, sul molo mentre aspetta il ritorno del suo eroe: suo padre. Wilhelm, freddo, distaccato, incapace di dimostrare qualsiasi sentimento nei confronti di questo bambino per il quale invece lui è tutto. Per Arturo Wilhelm è il più bello, il più forte, un eroe d’altri tempi proprio come i cavalieri protagonisti dei libri che lui divora e che lo fanno immergere in un mondo fantastico. Tutta la sua narrazione è un misto tra sogno e realtà, come per esempio la descrizione fantastica che fa del suo nome di battesimo, facendo confluire in una sola parola il nome di una stella della costellazione di Boote e quello del re leggendario Artù.

L’ambiente che fa da sfondo all’infanzia di Arturo è ricco di richiami reali come l’isola selvaggia e fantastica; Procida che cresce Arturo come se fosse una mamma benevola, lo culla con il suo mare limpido, gli permette escursioni fantastiche, fa crescere in lui quel sentimento di pietas per la presenza della casa circondariale a cui sono destinati i criminali più feroci.

Il piccolo non conoscerà mai sua madre perché giovanissima morirà nel darlo alla luce, sarà allevato nei primi mesi di vita dal balio Silvestro che resterà anche il suo unico amico. Si svolge quindi in completa solitudine la vita di Arturo Gerace, a spasso per l’isola o nella “Casa dei guaglioni” (un’imponente costruzione lasciata in eredità a Wilhelm da Romeo l’Amalfitano, un misogino che in vita amava circondarsi solo di giovani amici).

La vita di Arturo trascorre così fino a quando il padre non gli comunica il prossimo arrivo in casa di una nuova moglie, una giovane che accudirà loro e la casa.

È così che Arturo entra in contatto con il mondo femminile. Dapprima vive con profondo distacco il rapporto con Nunziatella, questa giovane e dolce matrigna che tutto prova pur di creare un rapporto con il ragazzo, il quale però rifiuta ogni attenzione per la gelosia che nutre nei confronti del padre. Ritiene infatti che da quando è arrivata la donna il padre non trascorra più del tempo con lui per dedicarlo tutto alla sposa. Nel frattempo Arturo sogna il giorno in cui sarà finalmente grande e potrà lasciare Procida per vivere la sua vita compiendo gesta eroiche.

Il rapporto con Nunziatella cambia quando nasce il piccolo Carmine, Arturo diventa morbosamente geloso delle attenzioni che la giovane presta al bambino, desidererebbe anche lui un abbraccio, una carezza, un bacio. Si pente di aver alzato una barriera alla matrigna ma si accorge anche di esserne innamorato, di trovarla bellissima e pur di attirare la sua attenzione tenta il suicidio.

Arturo farà di tutto per ottenere l’affetto di Nunziatella che però, seppur amandolo in segreto, lo rifiuterà puntualmente. Nelle ultime battute del romanzo il giovane conoscerà la vera natura di suo padre, perderà la stima nei suoi confronti e i suoi occhi lo vedranno per ciò che davvero è: un uomo vittima delle sue stesse passioni, solo nel profondo, privo di qualsiasi spirito d’avventura, tormentato da sempre, incapace di restare e di provare amore nei confronti dei suoi cari.

Nel giorno del suo diciassettesimo compleanno il ragazzo ritiene giunto il momento di abbandonare Procida e di iniziare la sua nuova vita. Nel finale giunge Silvestro, il quale lo aggiorna sulla situazione politica mondiale e sull’imminente conflitto. Il giovane decide dunque di partire con lui e di lasciare tutto e tutti. Il romanzo si conclude con Arturo che abbassa la testa per non vedere Procida mentre diventa un punto grigio. Il suo grande amore, le sue origini, il suo mare, la sua infanzia rimangono lì fermi per sempre, in un misto di nostalgia e di incanto. Mentre la sua isola scema dalla vista, in Arturo cresce sempre più la consapevolezza che solo l’isola è stata la sua vera compagna di vita e che solo allontanandosi da essa potrà realmente crescere, proprio come i figli che giunta l’età della maturità lasciano i genitori.

Elsa Morante delinea perfettamente personaggi maschili e femminili, descrive Procida nella sua realtà, non la esalta, non la rende bella, la rende vera, aspra, selvaggia, invalicabile come i suoi abitanti. Dimostra di conoscere bene sia quest’isola mediterranea sia la sua gente. Ne rimane lei stessa affascinata e decide di affascinare anche i suoi lettori regalando loro delle pagine ricche di magia e di incanto, di maestria e di semplicità lasciando al lettore quella sensazione di sospensione tra fantasia e realtà.

 

Immacolata Iavazzo.


I nostri redattori e collaboratori:

Alberto Piccini, laureato in Scienze Politiche è stato professore a contratto di Storia dei Totalitarismi...Read more >>
Giornalista, laurea in filosofia e consulente filosofico, mi occupo di comunicazione istituzionale in...Read more >>
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