Gli spunti di riflessione di Raffaella Arpiani intorno alla bellezza e alla sua sovversiva imperfezione nella letteratura, nella pittura, nella società…
«Dal soffitto di una delle stanze espositive pendono 1200 sacchi di iuta che fino a poco prima contenevano carbone, per rovesciare e mettere in discussione anche la normale idea e il significato di cosa e dove siano l’alto e il basso o il pieno e il vuoto. L’odore è intenso… Al posto del tipico rispettoso silenzio, come sottofondo sonoro si odono folli risate da asilo psichiatrico e minacciose marce e canzonette militari tedesche».
R. Arpiani: Esposizione internazionale del surrealismo, 1938,
Marcel Duchamp, arbitro della rassegna
La scelta scomoda di una prospettiva diversa ci permette di osservare e di valutare la bellezza, riconosciuta proprio perché sfregiata e imperfetta. La bellezza è significativa quando riesce a muovere il cambiamento, è autentica nella ferita che porta con sé. Siamo pronti per iniziare un percorso di emancipazione da noi stessi.
Compagna di riflessione è Raffaella Arpiani, storica dell’arte, che indaga sugli aspetti umani di grandi artisti che hanno inventato il linguaggio delle avanguardie più spericolate. Dal 1905 al 1924 si consuma la rottura nel mondo dell’arte. La provocazione avanguardistica viola tutti i canoni estetici e ci fa dubitare che il bello sia, naturaliter, anche buono. L’azione dell’artista contemporaneo ci allontana e ci attrae, diviene lo specchio del disordine e della contraddizione che abitano ogni essere umano.
Arpiani scrive un libro indispensabile che riannoda il filo invisibile e sconosciuto ai più fra l’opera d’arte e la vita dell’autore, al dolore, alla sconfitta, alla resistenza. Come noi, gli ideatori del nuovo si sentono sbagliati, soli, inadeguati, sconfitti dalla lotta e dall’isolamento e trasferiscono il vissuto nel gesto artistico, consegnando ogni spettatore alla bellezza. A una bellezza, appunto, sfregiata.
La scrittrice sviluppa una relazione di intimità con ogni artista, presente per assenza nelle nostre vite, restituendo la persona che guarda alla relazione con se stessa e con il prossimo. Leggiamo di Edvard Munch e di Pablo Picasso, di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Piet Mondrian, fino alla cara Hannah Höch, inventrice del fotomontaggio, tra le artiste più importanti del modernismo tedesco e unica donna a essere riconosciuta come parte del Club Dada di Berlino, uno dei rami più politici del movimento. Höch, in una sorta di danza bacchica sulle macerie della cultura borghese, realizza i suoi progetti artistici assemblando i ritagli di giornali, riviste o fotografie.
Di questa tecnica si serve per creare opere d’arte incisive con le quali critica la cultura popolare, i fallimenti della Repubblica di Weimar e i ruoli socialmente imposti alle donne. Collage, assemblage, merzbau, ready-made, esperimenti fotografici come le rayografie, tutte tecniche che capovolgono i modelli esistenti, sovvertono le gerarchie e rompono i confini con la realtà. Il movimento d’avanguardia Dada richiama la lallazione, la produzione pre-linguistica del lattante.
Con lo sguardo concavo, includente e indignato di Hannah Höch rileggo una vicenda. A Bitonto, nel paese in cui sono nata e in cui, stabilmente, vivo da qualche anno, gira un video che mostra tre ragazzi in una piazza centrale che prendono di mira un obelisco del 1731 arrampicandosi e poggiando due caschi rubati sulla testa degli ignari putti, divenuti vecchi, ipotizzo, senza divenire adulti, come i nostri prodi scalatori. A colpi di ferro, l’infanzia affronta l’infanzia. Spesso, in ogni città, tocca lo stesso destino ai manifesti celebrativi, alle mura antiche, ai monumenti storici.
L’apprendimento di ogni persona è nello smarrimento persistente, in cui si confondono la rabbia sfidante e l’ignoranza, lo scandalo e il passatempo, l’uccisione della legge del padre e l’autonomia personale. Come nell’Impero delle luci di Magritte, convivono insieme l’ombra e la luce, l’oscura incoscienza e la luminosa forma artistica. Ci scandalizziamo di come la cultura del nemico, del sospetto, del potere, del denaro, dell’astuzia, della performance, continui ad allevare i suoi figli, avvelenando l’anima e armando le mani.
Auguro alla società civile e alle istituzioni di diventare consapevoli del processo di trasformazione, doloroso e faticoso. Partorire la bellezza autentica coinvolge il corpo, il sangue, il sudore. L’essere umano, talvolta minore, dinanzi alla sanzione, più o meno definitiva, si adatta, ma non cambia, compiace, ma non pensa, obbedisce, ma non attiva la riflessione interiore.
Alla forza che distrugge e che pretende il tiro alla fune con le regole avvertite come imposizioni delle figure genitoriali, presentiamo la relazione che libera, e ci libera, anche dalla bruttezza dell’offesa. Ogni gesto odioso ha un valore, consentendo l’inizio di un confronto a più voci.
Cresciamo nella contaminazione di modelli, di visioni, di linguaggi. Diventiamo autonomi disonorando il buon gusto e lo stile familiare e paesano, mentre tutti si scandalizzano per la sfrontatezza e per la fragilità del figlio difficile e ripudiato.
Porto via a Christian Raimo un’idea utile, espressa in un altro contesto, in un articolo su La Stampa il 30 aprile scorso: «[…] ascoltare l’abusante non perché si autoassolva, ma per decostruire, interpretare il proprio gesto […] raccontare l’abuso (all’arte, ndr) dal lato di chi lo commette significa confrontarsi con il mostro allo specchio. Chi ha il coraggio di farlo, quale può essere la forma che renderebbe efficace questa scelta?»
Penso con fiducia alle iniziative dei docenti competenti che guidano alla conoscenza della storia dell’arte, nelle sue evoluzioni, partendo dal contesto: passeggiano, raccontano storie, creano sceneggiature teatrali. Il processo dinamico con l’opera d’arte prevede che i ragazzi possano interpretare le opere pittoriche, o di altro genere, attraverso il corpo, con costumi e coreografie, con installazioni e performance estemporanee. Così cambia il vissuto del prossimo e, in un processo dinamico, rinascono a nuova vita anche i quadri, i marmi, i manifesti, le musiche, le pietre.
Decidere di dare valore a ogni giovane impertinente e senza grazia è un atto politico che riapre lo spazio e il tempo dell’uguaglianza e della reciprocità. Da teppisti stupidi e insolenti ad artisti inquieti e trasgressivi.
La trasformazione della società umana accade fra lo spaesamento dell’empio che con rozzezza si impadronisce della forma artistica e dell’esteta che percepisce l’arte e la custodisce. Nel tempo minimo dei due sguardi, nello spazio enorme dei due gesti contrapposti, ritroviamo la possibilità della partecipazione comune nella visione e nella pratica di una antropologia moderna, di un senso dell’umano.
Per noi, figure genitoriali, capire non è solo assolvere o punire, è coinvolgerci e comprometterci in una relazione possibile, affinché l’oltraggio al manifesto, al monumento, al dipinto divenga occasione per creare una nuova coscienza di comunità fra prospettive e metodologie diverse di più generazioni.
La bellezza è tale perché è sfregiata, è viva solo divenendo parte dell’evoluzione umana e della crescita civile. Essa è casta, non è vergine, perché si fa contagiare e attraversare dalle relazioni. Il ricordo che richiama l’opera d’arte diventa memoria attraverso il lungo processo di autocoscienza e di scambio.
La bellezza viene sfregiata, non per dominio, con il gesto incosciente e primordiale, ma per farne parte e diventare, così, ancora più bella e significativa di una relazione collettiva rivoluzionaria. Il senso della politica è cogliere l’esperienza di crescita in ogni gruppo sociale e valorizzarne l’importanza. Oltre lo scandalo e la repressione.
All’insulto dobbiamo starci, prenderlo sul serio, farlo diventare confronto e comprenderne il senso insieme agli autori dei gesti incriminati. L’arte da contestare, l’adulto a cui opporsi servono alla dialettica che contribuisce all’evoluzione umana. La loro e la nostra. La relazione educativa prevede di governare la contestazione, la sfida al potere, la riappropriazione dei luoghi, dell’opera d’arte e delle sue forme.
Ci vuole la rabbia che diviene energia, spinta, coraggio. Lavoriamo per rinsaldare il vincolo della relazione, l’affidamento, l’autorità riconosciuta all’altra persona. Della bellezza ne godiamo assieme e ogni persona a modo proprio, o nessuno è assolto.
«Oggi vorrei ritrarre il mondo dall’occhio di una formica e domani da come lo vede la luna, forse, e poi come molte altre creature potrebbero vederlo. Sono un essere umano, ma sulla base della forza della mia immaginazione — stretta com’è — io posso fare da ponte. Mi piacerebbe fare in modo che ciò che sembra impossibile appaia possibile; mi piacerebbe aiutare le persone a sperimentare un mondo più ricco, in modo che possano sentirsi più gentili nei confronti di quello che già conosciamo».
Hannah Höch, Assembled Worlds, Zentrum Paul Klee, Bern, Belvedere, Scheidegger & Spiess, Vienna 2023, p. 139, traduzione di R. Arpiani
Riferimenti bibliografici:
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Arpiani, Raffaella, Non ci capisco un Picasso, Feltrinelli, Milano, 2026
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Eco, Umberto, a cura di, Storia della bellezza, Bompiani, Milano, 2004