Nella pittura di Paolo Bucci gli scontri bellici raccobtano la vita esattamente come fa l’amore.
Tutto l’orrore, l’alienazione, l’asprezza di un aspetto che l’uomo non riesce proprio ad abbandonare.
Frequentare Pablo Picasso senza farsi influenzare. Lasciarsi affascinare da Amedeo Modigliani senza rimanere ammaliato dall’inquietudine di una vita trasgressiva. Vivere a Parigi senza dimenticare la propria terra d’origine, le Marche. Futurista, post-impressionista, moderno ma con un occhio al classico. Artista eclettico, pittore, incisore, letterato, non è passato giorno in cui Anselmo Bucci non abbia lasciato traccia di sé su una tela, su un foglio, o su un libro. Lo dimostrano le centinaia e centinaia di quadri, schizzi, bozzetti, dettati dalla frenesia del momento, dall’urgenza di esprimere con matita e colori l’attimo che fugge su pezzi di carta, angoli di quaderni, ritagli di cartone, destinati a diventare vere e proprie opere d’arte, composte, misurate, eccentriche come solo la bellezza può permettersi di essere.
Anche in guerra, quando parte come volontario, Bucci lo fa come “pittore di guerra” e la sua documentazione figurativa parla più di molte pagine di cronaca. Arruolatosi come volontario nel leggendario "Plotone degli artisti" insieme a Marinetti, Boccioni, Sironi, Sant'Elia, si trasforma in testimone visivo del conflitto. Disegni a carboncino, dipinti e incisioni dal fronte o realizzati durante le licenze milanesi: esemplare in tal senso Combattimento notturno, dove Bucci aggiunge ai colori terrosi, i colori della guerra, accenti di tinte chiare, illuminanti, di evidente derivazione impressionista. Bucci costruisce così un archivio della guerra che è anche un documento della propria coscienza umana e stilistica. Croquis du front italien, la raccolta di 50 incisioni realizzate a puntasecca sul fronte italiano durante la I guerra mondiale, diventa essa stessa un diario sull’esperienza vissuta al fronte, da uomo e da artista. Non vi è infatti solo la spinta a registrare ciò che accade intorno a sé a rendere ineguagliabili queste opere; in esse troviamo passioni travolgenti, emozioni impetuose di una guerra vissuta in prima persona. Condanna, repulsione non disgiunte però da uno sguardo sorprendentemente languido, quasi poetico, proprio di colui che guarda il mondo sempre da una prospettiva obliqua, sfuggente, elevata, come se stesse costantemente affacciato ad una delle finestre delle tante stanze affittate, rigorosamente all’ultimo piano, da Bucci stesso nel suo peregrinare per il mondo e per la vita.
Indicativa in tal senso l’opera L’ addio del 1917 che ritrae Elena Fambri, sua compagna di vita, compenetrata nella città che la donna è intenta ad osservare sotto di sé: perché è solo dall’alto che è possibile guardare la vita scorrere, come il torrente in un bosco, inserita cioè in un contesto più ampio, dove ogni particolare trova la sua collocazione. Dall’alto la realtà prende forma, addolcisce i tratti, facendo emergere la parte e il tutto. E così in altri suoi quadri, che da vicino non sembrano altro che pennellate di colore apparentemente casuali, ma appena ti allontani ogni tocco, ogni tratto prende vita, si mette letteralmente in movimento, assumendo forme precise, omogenee, come nelle sue opere parigine Boulevard Hausmann, Juliette e Un ballo.
Questo e molto altro troviamo passeggiando fra i 10 padiglioni della mostra allestita al Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, dedicata appunto ad Anselmo Bucci.
Artista vissuto tra il XIX e il XX secolo, nato nel 1887 a Fossombrone, in provincia di Pesaro, in una regione adagiata sul mare, addolcita da colline morbide e sinuose dove in ogni angolo urge la passione per la bellezza nella sua essenziale sobrietà. Bellezza e sobrietà: due qualità che sono maestre nella carriera artistica di Bucci, anche durante il suo soggiorno, da giovanissimo, nella trasgressiva Parigi da dove scriverà, in una lettera indirizzata alla famiglia - per sottolineare il periodo di stenti che si trova a vivere - di essere arrivato a Parigi nel 1906, ma di aver fatto il primo pasto solo nel 1910! Una frase in cui serpeggia anche un’altra caratteristica che percorre molti dei suoi dipinti: l’ironia, ovvero la capacità di guardare e di guardarsi con indulgenza, soavemente. Come quando il pittore dipinse il proprio volto, adeguandolo in maniera inconfondibile, sopra una tela antica del Seicento attribuita al Padovanino, quasi a voler sancire un legame, insieme di amore e di sfida, con la grande tradizione pittorica veneziana (Autoritratto su tela antica del Padovanino, Parigi 1909-1910).
Ma l’arte di Anselmo Bucci è probabilmente frutto anche della sua educazione. Anselmo infatti cresce in una famiglia che offre le stesse opportunità educative e professionali a tutti i suoi figli, due maschi e tre femmine: in controtendenza per la mentalità del tempo, soprattutto per quanto riguarda la considerazione e l’educazione della donna. Una delle sorelle infatti, la sua preferita, diventerà maestra e in un quadro, che l’artista sceglierà per la Biennale di Venezia del 1924, Bucci “fotografa” la classe gestita dalla sorella Emilia, presso Bresso, in un dipinto dal titolo "La scuola della Bigia", soprannome appunto della maestra. Una tela che è quasi un'istantanea sulla quotidianità di inizio secolo, uno spaccato fulmineo, icastico sulla vita vissuta dentro le pareti di una scuola dell’epoca.
Una testimonianza inoltre, tra le tante, della sensibilità di Bucci per il valore degli affetti privati e della famiglia, alla quale rimarrà fedele e riconoscente per tutta la vita. Ed è anche, probabilmente, un ambiente familiare così sicuro e accogliente che permetterà all’artista di avere uno sguardo ampio, aperto, vibrante sull’esistenza e sul mondo; uno sguardo che non indugia solo sull’esistente, sul qui ed ora, ma che vaga alla ricerca di nuove colorazioni che arricchiscano le sue opere, alimentate dagli stessi viaggi che l’autore compie a più riprese, in un vagabondare dettato da slancio e passione, ma mai da tradimento o insofferenza. Questo attaccamento alle radici emerge ad esempio, prepotente, nell’opera L’autunno, con il quale Bucci ha l’ardore di annunciarsi per la prima volta al cosmopolita e colto pubblico parigino con un dipinto che ritrae la campagna di Fossombrone, seppure rappresentata con tecniche che appartengono alla scuola divisionista e una luce che rimanda al contemporaneo Segantini. Tradizione e innovazione, bellezza e sobrietà sono le sue Muse ispiratrici.
Come in Juliette, la donna franco-algerina che non ha mai sposato, che Bucci ritrae in questo e in altri numerosi dipinti, senza mai eccedere in particolari compromettenti, ma mettendo in risalto le forti emozioni che la donna suscita in lui e che lui decide di condividere con lo spettatore, attonito, in estasi di fronte ad una potenza espressiva così marcata e coinvolgente. “La bellezza è negli occhi di guarda”, recita un aforisma comunemente attribuito a Goethe, ma che probabilmente risale a Platone. Occhi che rendono “visibile l’invisibile”, come ebbe a dire l’artista in occasione della mostra dei suoi disegni tenutasi a Genova nel 1917. La mostra raccontava l’esperienza della guerra vissuta dall’artista, che lo stesso ripropone nella sua autobiografia, Pane e luna, dove scrive, ricordando il 24 ottobre del 1915 - quando gli Austriaci furono costretti al ritiro dal monte Altissimo, sopra il lago di Garda -: «Procediamo allo scoperto, si corre quasi. Il narcotico lunare ci rende attoniti. Siamo meravigliati del nemico e di noi stessi. Ma la facilità del declivio culla i sogni dei più temerari» (II, p.7). Parole sigillate da una lunga serie di stampe che raccontano quasi in presa diretta gli armamenti, i trasferimenti delle truppe, scorci di vita in caserma, gli assalti alla baionetta, la morte sul filo spinato, i soldati, suoi compagni d’arte e di vita, in trincea. “Tutti sanno meglio di noi, che l'abbiamo guardata da vicino, che la guerra è invisibile. È arcinoto che questa guerra plasticamente graficamente non esiste: è dramma musicale non è spettacolo. Essa non può divenire un pretesto pittorico: le lance e i gonfaloni di Paolo Uccello sono relegati coi pennacchi di Meissonier e le nappine di Detaille nello stesso passato vertiginosamente lontano. Nella raffigurazione di questa guerra dovrà scomparire molto. Scomparirà forse il visibile. L'Invisibile dovremo dipingere” (L. Angelini, Disegni di guerra, in “Emporium”, agosto 1917, p. 107).
Credo che la mostra su Anselmo Bucci ospitata al Mart sappia restituirci in buona parte lo sguardo nuovo, originale, sfrontato con cui Anselmo Bucci si è affacciato all’arte e alla vita.