Bellezza, femminile plurale

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Come è cambiato il concetto di “bello” nel tempo? Una piccola escursione attraverso la letteratura per rovesciare i soliti concetti a cui siamo abituati…

Non accade davanti a un quadro, né ammirando il sole mentre scende sul mare, né nel perfetto equilibrio di un volto che incrociamo per strada e che, per un istante, ci illude che l’armonia esista davvero e sia anche a portata di mano. La bellezza, quella che ci ostiniamo a cercare come fosse un luogo in cui rifugiarci, non abita nello sguardo, o almeno non solo lì, perché lo sguardo, per quanto capace di commuoversi ed emozionarci, resta sempre a una certa distanza dalle cose, le sfiora senza trasformarle, le attraversa senza modificarne il destino.

Abbiamo imparato a riconoscere il bello come esperienza, come un incontro fortuito e quasi privilegiato con qualcosa che ci appaga, ci consola, ci sottrae per un attimo al peso del reale; e in questo riconoscimento c’è una verità che non può essere negata, perché la bellezza, nel tempo, ci ha davvero protetti, ci ha offerto riparo quando tutto intorno sembrava sgretolarsi, ci ha concesso quella tregua silenziosa di cui ogni essere umano ha bisogno per continuare a restare nel mondo.

È accaduto, ad esempio, durante il blackout che colpì New York nel 2003: mentre la città si fermava le persone iniziarono a guardare il cielo e, forse per la prima volta dopo anni, sopra Manhattan tornarono a vedersi le stelle. Molti raccontarono di aver provato una forma inattesa di quiete nel mezzo della paura e della confusione, come se quella bellezza improvvisa e silenziosa avesse aperto una tregua dentro qualcosa di collettivamente spezzato. Non risolveva nulla, non cambiava la vulnerabilità di quelle ore, ma permetteva, almeno per un istante, di respirare dentro il disordine del reale.

Eppure, proprio in questa sua natura di bellezza come rifugio, si nasconde un limite che raramente siamo disposti a nominare: la bellezza osservata, contemplata, ammirata, non cambia nulla, non interrompe davvero il corso delle cose, non si oppone alla deriva che trasforma l’altro in distanza, al massimo rende tutto questo più sopportabile.

Quando il bello non basta più

La famosa frase "La bellezza salverà il mondo", pronunciata dal giovane Ippolit, nel celebre romanzo L'idiota di Fëdor Dostoevskij, non si riferisce tanto all'estetica superficiale bensì a una bellezza spirituale, morale e interiore, che richiama il bene in senso lato, ma oggi – forse - non possiamo più accoglierla come una promessa rassicurante senza interrogarci su ciò che implica davvero: affermare che la bellezza salverà il mondo significa, in qualche modo, attribuirle una funzione che va oltre la contemplazione, significa chiederle di agire, trasformare, incidere nella realtà.

Ma può qualcosa che resta confinato nello sguardo compiere un simile gesto?

Il nostro tempo, così saturo di immagini patinate e corpi perfetti fino a diventare irriconoscibili, sembra aver portato all’estremo proprio questa forma di bellezza: una bellezza levigata, standardizzata, replicabile all’infinito, che si consuma rapidamente e si sostituisce senza lasciare traccia. Scorre davanti ai nostri occhi con la velocità di uno schermo che si aggiorna di continuo, senza mai fermarsi davvero. È una bellezza che non chiede nulla, se non di essere ammirata e approvata, e che proprio per questo finisce per svuotarsi, diventando una presenza costante ma inoffensiva, incapace di suscitare turbamento, desiderio autentico o una reale messa in discussione di ciò che siamo.

Forse non è la bellezza in sé ad aver fallito, ma il modo in cui abbiamo imparato a viverla relegandola a esperienza passiva, a ornamento, a superficie da esibire e consumare. L’abbiamo trasformata in una necessità di approvazione per sentirci esistenti, senza mai permetterle di diventare qualcosa che ci attraversa davvero, che ci modifica, che ci espone. Una bellezza che, invece di proteggerci dietro una forma impeccabile, ci costringa a restare, a sentire, a rischiare.

La bellezza che accade nelle relazioni

Ci sono luoghi in cui la bellezza continua a esistere in una forma più profonda, più scomoda, meno riconoscibile, e sono i luoghi delle relazioni, degli intrecci umani, delle storie che non si lasciano semplificare. La letteratura, grazie alle storie, ci mostra strade alternative in cui la bellezza non coincide con l’armonia o con la perfezione, ma emerge piuttosto dalla complessità, dall’incrinatura, dalla tensione irrisolta tra ciò che siamo e ciò che desideriamo essere.

È una bellezza che abita il conflitto, che si rivela nei margini, nei fallimenti, nelle contraddizioni dei personaggi, e che proprio per questo ci riguarda più da vicino: perché non si limita a essere contemplata, ma chiede di essere attraversata, interrogata, perfino sopportata. Nella letteratura, soprattutto contemporanea, la bellezza non è mai neutra né pacificante; è una forza che disorienta, che apre domande, che incrina le certezze e restituisce spessore all’esperienza umana.

In questo senso, le storie diventano uno spazio di resistenza rispetto alla semplificazione del reale: ci insegnano che la bellezza può essere anche opaca, ambigua, perfino disturbante, e che proprio in questa sua capacità di sottrarsi a una definizione univoca risiede la sua forma più autentica e trasformativa.

Nei romanzi di Elena Ferrante troviamo, ad esempio, un rovesciamento radicale dell’idea classica di bellezza: non più forma compiuta, equilibrio, riconciliazione, ma campo di forze. La bellezza, in questo senso, smette di essere un esito e diventa un processo — spesso doloroso, quasi sempre instabile — che coincide con l’esperienza stessa del legame.

Un esempio concreto emerge con particolare intensità in L’amica geniale, nel rapporto tra Elena e Lila. In uno dei passaggi più emblematici, Elena osserva l’amica durante l’adolescenza e percepisce come la sua bellezza non sia mai qualcosa di rassicurante o armonico: Lila appare luminosa e magnetica, ma allo stesso tempo attraversata da una sorta di inquietudine che la rende imprevedibile, quasi pericolosa. Non è una bellezza che si lascia possedere o definire, ma una forza che destabilizza chi la guarda e chi la vive.

Elena stessa riconosce che ciò che la attrae in Lila non è la perfezione, bensì questa energia irregolare, fatta di slanci e rotture, di genialità e rabbia. La bellezza, qui, coincide con il movimento del loro legame: cresce nella competizione, si incrina nell’invidia, si trasforma nella distanza. È qualcosa che accade tra loro, non qualcosa che una delle due semplicemente “ha”.

In questo passaggio — e in molti altri lungo la tetralogia — la bellezza prende forma proprio nella relazione, nella sua instabilità, nel continuo ridefinirsi dei confini tra sé e l’altra. Non consola né ricompone, ma espone entrambe a una verità più complessa: che amare, riconoscere e persino ammirare qualcuno significa anche entrare in una zona di vulnerabilità, dove ciò che è bello non è mai separabile da ciò che ferisce.

Se allarghiamo lo sguardo alla letteratura contemporanea, questo paradigma ritorna con insistenza, come se la modernità avesse definitivamente perso fiducia nella bellezza come armonia, per ritrovarla invece nella frizione.

Si pensi, ad esempio, a Annie Ernaux. Nei suoi testi — da Gli anni a Passione semplice — la bellezza non è mai estetica nel senso tradizionale, ma risiede in un gesto di esposizione radicale. Ernaux non addolcisce, non organizza il dolore in una forma rassicurante: lo lascia accadere sulla pagina. La bellezza, allora, emerge proprio nella sua ostinazione a non distogliere lo sguardo, nel restare dentro l’esperienza anche quando questa appare degradante o umiliante. È una bellezza che coincide con la verità nuda e che, come in Ferrante, non consola ma intensifica.

Un movimento simile si trova nei romanzi di Sally Rooney, dove le relazioni sono attraversate da incomprensioni, silenzi, disallineamenti emotivi. In Persone normali, ad esempio, ciò che è “bello” non è mai l’incontro perfetto tra i personaggi, ma la loro incapacità di smettere di tornare l’uno verso l’altra. La bellezza qui è iterativa, quasi ostinata: nasce nel fallimento ripetuto, nel tentativo continuo di abitare un legame che sfugge a ogni definizione stabile. Non c’è risoluzione, ma una forma di fedeltà al disordine.

Anche nella narrativa italiana contemporanea ritroviamo questa tensione. Nei libri di Paolo Giordano, soprattutto in La solitudine dei numeri primi, la bellezza si situa in una prossimità impossibile: i personaggi si sfiorano senza mai coincidere davvero. Eppure è proprio questa distanza incolmabile a generare un’intensità che potremmo definire “bella”, non perché sia desiderabile, ma perché è autentica, irriducibile a una forma pacificata.

Se volessimo sintetizzare criticamente, potremmo dire che in questi autori la bellezza si sposta da una dimensione estetica a una etica dell’esperienza. Non è più ciò che appare, ma ciò che si attraversa. Non riguarda la forma, ma la postura: restare.

Ed è interessante notare come questo “restare” non abbia nulla di eroico nel senso tradizionale. Non è un gesto grandioso, ma una scelta minima e reiterata: non sottrarsi. In Ferrante come in Rooney o Ernaux, i personaggi non sono esemplari, spesso sono fragili, contraddittori, persino meschini. Ma è proprio nella loro imperfezione che si apre uno spazio di verità, e dunque di bellezza.

In questo senso, la bellezza contemporanea è profondamente relazionale: esiste solo dentro il legame, e il legame è sempre conflittuale. Non c’è più un “bello” isolabile, contemplabile a distanza. C’è solo un “bello” che accade mentre si resta dentro qualcosa che potrebbe anche ferirci.

E forse è proprio qui il punto più radicale: questa bellezza non promette salvezza. Promette, al massimo, una forma di intensità. Ma in un tempo che tende continuamente a semplificare, a rendere tutto gestibile e superficiale, anche questa intensità — scomoda, irrisolta — diventa una forma rara e preziosa di esperienza.

Diventare il luogo del bello

Non si tratta più, allora, di cercare la bellezza nel mondo come se fosse un oggetto da trovare, ma di interrogarsi su quanto siamo disposti a diventare il luogo in cui il bello accade, su quanto siamo disposti a lasciare che le nostre azioni siano attraversate da quella qualità sottile che trasforma un gesto qualsiasi in un atto di cura, una parola qualsiasi in un atto di verità.

E questo implica una responsabilità che non può essere delegata, perché non esiste una bellezza collettiva se non passa attraverso scelte individuali, attraverso micro-decisioni quotidiane che, sommate, cambiano la direzione delle cose, anche se in modo impercettibile, anche se senza clamore.

È una bellezza che non si mostra, ma agisce; che non chiede di essere riconosciuta, ma di essere vissuta.

Dove la bellezza incontra l’empatia

È qui che la bellezza sfiora ciò che chiamiamo empatia, senza però coincidere completamente con essa, perché non basta sentire l’altro per generare bellezza, così come non basta comprendere per trasformare: ciò che fa la differenza è il passaggio dal sentire al fare, dal percepire al rispondere.

L’empatia può restare un moto interno, una vibrazione che non si traduce in azione; la bellezza, invece, quando diventa atto, implica sempre un movimento verso l’esterno, una scelta che prende forma, che incide, che modifica qualcosa, anche se in modo minimo.

In questo senso, la bellezza non è un’emozione, ma una pratica, un esercizio quotidiano di presenza che ci spinge fuori da noi stessi non per dissolverci, ma per incontrare davvero ciò che è altro, ciò che non ci appartiene, ciò che non possiamo controllare.

Una salvezza imperfetta

Non salverà il mondo nel senso assoluto, definitivo, quasi mitologico che spesso attribuiamo a questa parola; non fermerà le guerre, non cancellerà le ingiustizie, non correggerà da sola le distorsioni di un sistema che continua a produrre distanza e disuguaglianza. Sarebbe ingenuo, forse persino pericoloso, pensarlo.

Eppure, ogni volta che si manifesta come atto, la bellezza interrompe qualcosa, crea una crepa, apre uno spazio in cui la logica dominante — quella dell’indifferenza, della competizione, della chiusura — smette, anche solo per un istante, di essere l’unica possibile.

È una salvezza imperfetta, fragile, parziale ma reale, perché accade, perché si inscrive nel tessuto delle relazioni, perché modifica, anche se di poco, la qualità del mondo che abitiamo.

Forse, allora, la domanda non è più se la bellezza salverà il mondo, ma se siamo ancora disposti a sottrarci alla comodità dello sguardo per entrare nella fatica del gesto, se siamo disposti a rinunciare all’idea di bellezza come rifugio per accoglierla come responsabilità.

Enza Di Marco

Enza Di Marco

Enza di Marco

Autore
Sono editor, writer coach, giornalista pubblicista e coach professionista nell’ambito del benessere e della crescita personale. Dopo la laurea in Lettere Moderne, ho approfondito il mio percorso professionale attraverso diversi master di specializzazione in comunicazione, marketing ed editoria e discipline olistiche, costruendo negli anni una formazione che unisce scrittura, comunicazione e sviluppo personale. Mi occupo anche di comunicazione, organizzazione eventi e ufficio stampa, ma soprattutto accompagno scrittori e autori nei percorsi di scrittura, pubblicazione e promozione delle loro opere, aiutandoli a dare forma e voce ai propri progetti editoriali. Sono facilitatrice di scrittura terapeutica e biblioterapia, discipline che utilizzo per creare percorsi di ascolto, consapevolezza ed espressione autentica attraverso le parole. Credo nella scrittura come in un luogo di ascolto e trasformazione: uno spazio autentico attraverso cui conoscersi più a fondo, dare voce alla propria interiorità e ritrovare connessione con sé stessi e con gli altri.
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