Cento passi, una storia

impastato

A volte la bellezza è semplicemente coraggio e azione. Come quella che avvolge la vita di Peppino Impastato, morto per non essersi mai sottomesso.

Il caso ha voluto che scrivessi questo articolo proprio oggi: 9 maggio.

Per chi ha memoria, e per chi conosce la storia italiana, questa data porta con sé due nomi: Aldo Moro e Peppino Impastato. Il primo, trovato morto in Via Caetani a Roma. Il secondo, ucciso dalla mafia nella notte tra l'8 e il 9 maggio 1978 a Cinisi, in Sicilia, e il corpo abbandonato sui binari di una ferrovia per simulare un suicidio. Due uomini che avevano scelto, ciascuno a proprio modo, la bellezza della coerenza. Non quella dei musei, della letteratura, della natura. La bellezza difficile di chi non si piega, di chi resta riconoscibile anche quando converrebbe sparire. Moro, il dialogo come forma di civiltà in un paese che preferiva gli opposti. Impastato, il riso e la cultura come baluardo contro chi prosperava nel silenzio. Entrambi eliminati nello stesso giorno, come se qualcuno volesse cancellare in una notte sola due modi diversi di abitare il mondo con dignità: Moro, il potere che disturba il potere; Impastato, il coraggio che disturba la paura.

Aveva trent'anni, Peppino.

E questa mattina, torno a rileggere una frase che circola da anni, murale dopo murale, condivisione dopo condivisione: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un'arma contro la rassegnazione, la paura e l'omertà.» È una frase potente. Urla ciò che molti sentono ma non sanno dire. E, anche se Peppino Impastato in realtà non l'ha mai pronunciata, quelle parole vengono dalla sceneggiatura di “I cento passi”, il film di Marco Tullio Giordana del 2000, basato sulla vita del giornalista siciliano. Lo stesso Salvo Vitale, amico e compagno di Peppino, lo ha chiarito diverse volte: «Peppino non ha mai espresso in un discorso quelle parole.»

Eppure.

Eppure quella frase è diventata un murale a Genova, uno spot pubblicitario per occhiali, una citazione da Sanremo. È diventata, in maniera paradossale, esattamente quello contro cui Impastato ha vissuto e lottato: un'abitudine. Qualcosa che si mette alle finestre come tenda, e si accetta senza chiedersi da dove viene, cosa significa e perché.

Allora la domanda si sposta, si fa più interessante: perché quella frase funziona così bene? Perché risuona come vera, pur sapendo che è parte di una sceneggiatura cinematografica?

Forse, perché dice qualcosa che Impastato ha fatto, non detto. Radio Aut, la satira contro Gaetano Badalamenti — il boss di Cinisi deriso in diretta, ribattezzato "Mafiopoli" — il riso come gesto politico, la cultura come spazio sottratto alla paura: tutto questo era bellezza. Non un tramonto da cartolina, bensì bellezza come atto di presenza, rifiuto dell'invisibilità, scelta di esistere ad alta voce in un posto dove conveniva, e conviene tutt’oggi, stare zitti.

Dostoevskij, nella sua opera “L'idiota”, fa dire al principe Myškin che la bellezza salverà il mondo. Ma Myškin è un uomo che il mondo non riesce a salvarlo, travolto dalla sua stessa purezza. La bellezza contemplativa, quella che si guarda e ci commuove, non basta. Impastato — o meglio, il personaggio che il cinema ha costruito su di lui, distillando una verità che era già nell'aria — lo intuiva: la bellezza salva solo se diventa azione, se smette di essere estetica e diventa etica.

Oggi viviamo in un tempo che di bellezza è saturo e insieme vuoto. Ogni giorno milioni di immagini, filtri, reel, colori studiati per catturare l'attenzione per tre secondi prima di scorrere via. Una bellezza usa e getta, che non lascia traccia e non disturba nessuno. La bruttezza vera — le guerre, il cinismo politico, l'indifferenza verso chi muore in mare o nelle strade — viene imballata nella stessa estetica patinata, finché non si distingue più dal resto.

È in questo deserto che i tanto inascoltati giovani sono i soli a poter fare qualcosa di serio: scendere in piazza sapendo di non vincere subito, fare arte nei quartieri abbandonati, aprire spazi culturali dove non ci sono fondi, rifiutare l'omertà digitale — il silenzio complice davanti a un contenuto odioso — comunicando con la stessa ostinazione con cui Impastato rifiutava di abbassare la voce. Hanno sedici anni, venti anni, o trenta come Peppino in quella notte di primavera siciliana, e come lui sanno, magari inconsciamente, che la bellezza non è un ornamento. È una postura. Una maniera di stare nel mondo urlando: questa cosa non va bene, e io non mi ci abituo.

La frase sul muro, allora, non importa se è di Impastato o di una sceneggiatura. Importa che qualcuno l'abbia scritta su una parete invece di tenerla in un cassetto. Importa che leggendola, oggi, ci fa sempre più male nel posto giusto.

La bellezza salverà il mondo?

Non lo so. Ma quel che so è che senza di essa ci arrenderemmo prima di averci provato.

Paolo Maragoni

Paolo Maragoni

Autore e redattore
Paolo è un inguaribile sognatore e passeggia sulle nuvole! Forse lo dice per scherzo, ma non troppo. È nato a Terracina, dove vive; lavora come consulente tecnico commerciale nel settore degli impianti termomeccanici ed energie alternative. Nella seconda vita è un Artist e Creative coach, editor e insegnante di scrittura creativa. È autore, attore e regista teatrale da oltre 30 anni, ha esperienze radiofoniche e da podcaster. Adora il teatro, il cinema, la lettura, la scrittura, e il jazz che cerca in ogni espressione artistica. Scrive articoli, racconti e poesie, adora i gialli e i racconti brevi. Ha un blog personale: www.paolomaragoni.it

 

 

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La stanza di Virginia, rivista bimestrale di cultura e costume

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