Ogni viaggio – interiore ed esterno - fa i conti con la seduzione della bellezza che può generare pericoli…
«I have heard the mermaids singing, each to each
I do not think they will sing to me».
(Ho sentito cantare le Sirene, l’una all’altra
Non credo che canteranno per me).
J. Alfred Prufrock, Canto d’amore
All’origine del mito, le Sirene, creature semidivine, metà donne e metà pesce — o metà uccelli, restando alla versione omerica — popolano gli incubi dei marinai nel Mediterraneo, dopo essere state punite da Demetra per non aver impedito il rapimento della figlia Persefone. I naviganti che ascoltano il suono di quelle voci, per incantamento, credono alla promessa della conoscenza assoluta. L’ascolto si risolve così in un naufragio mortale, poiché perdono il controllo della nave e finiscono contro gli scogli.
La seduzione e la persuasione sono, entrambe, forme di influenzamento, ma mentre la persuasione si attua mediante argomentazioni razionali e logiche, la seduzione insiste prevalentemente sugli aspetti che fanno parte dell’emotività e dell’affettività, utilizzando quella fascinazione che supera la semplice convinzione. Resistere significa riproporre di continuo il diritto all’autodeterminazione, cioè a decidere in autonomia della propria esistenza, al di là delle eventuali cause esterne.
La filosofa Adriana Cavarero, attualmente presidente del centro di studi Hannah Arendt, con saggezza e ironia, rilegge e promuove una storia, imprevista e inaspettata delle Sirene, le quali non intendono incantare nessuno; semmai, intonano melodie l’una all’altra, per se stesse. L’irresistibile seduzione canora, tramandata nei secoli, è solo un racconto strumentale, utile a far emergere Ulisse come l’eroe furbo e temerario.
Al contrario, il godimento vocale basta a se stesso. La prospettiva è capovolta: le Sirene che nella tradizione seducono e trattengono l’ascoltatore, nella lettura della filosofa condividono, in libertà, la voce e il canto in un discorso fra donne, a sostituire la baldanza e l’astuzia del marinaio che le incrocia.
Cavarero vince il premio per la saggistica Costa Smeralda 2026 offrendo una interpretazione inedita e sovversiva, e aprendo la via al ribaltamento di altre prospettive. Le sciagurate Pandora, Elena, Giocasta, Lisistrata, Antigone, fino a Eva, a confutare l’inferiorità naturale delle donne, a superare il modello della femme fatale. Per secoli, è convenuto attribuire la loro esclusione e sottomissione a basi biologiche. Fino alle neuroscienze: il cervello maschile è, certo, più pesante, ma in quello femminile, i neuroni sono più connessi. Le donne producono, insomma, pensieri complessi e integrati fra loro, più capaci di visioni d’insieme e di contesto.
Non superiamo sempre gli ostacoli e, talvolta, non raggiungiamo i traguardi. Per esempio, la malattia non è il nemico da sconfiggere, piuttosto, rappresenta un limite da conoscere. Resistere a oltranza esprime l’ordine psicologico: “Metticela tutta. Sforzati”. Il dovere di essere resilienti, di incassare i colpi con destrezza, di stringere i pugni come se la forza fosse infinita è un dovere che richiama patologie. Andare oltre ogni limite, se non ti diverti più, è un sintomo grave.
Oggi, rivediamo Ulisse in Rocco Schiavone, il personaggio cinico e disincantato dei romanzi di Antonio Manzini, a fare i conti con la realtà del dolore, con la realtà del male e della mancanza. Schiavone è schiacciato dal proprio copione e rimane un eroe aggressivo che sfida e si accanisce, che incassa i colpi e non molla. Quando va bene è la violenza dell’essere umano mite che rimane sempre nello stesso binario, a esprimere la stessa categoria mentale, convinto che per vivere deve fare la guerra, a se stesso, agli altri, al mondo, alla vita.
L’intelligenza di Odisseo, esaltata da Cicerone e Dante, è mortificata dalle riletture che propongono Kafka, Brecht, Blanchot, Adorno, Eliot. Questi ultimi autori si adoperano per spodestare l’uomo solo al comando. Ulisse ha la presunzione di salvare i compagni chiudendo le loro orecchie con morbida cera per godere, da solo, incatenato all’albero maestro della nave, il canto suadente e pericoloso delle Sirene.
Ma le Sirene sfuggono alla rigidità del lògos e all’inganno della furbizia, e godono della propria voce e della musica come esperienza condivisa. Il canto permane, come un’alleanza, una reciprocità che ignora lo sguardo e le aspettative di chi è solo di passaggio. Il vittorioso eroe diviene un ridicolo voyeur. Alla forza fisica e mentale, le Sirene contrappongono la potenza della voce e del coro in armonia.
E loro cantano, intonano melodie senza dover dimostrare eccelse qualità, esagerato entusiasmo, straordinaria personalità. Cantano per se stesse, non danno lezioni di vita a nessuno. Con o senza gambe non è la stessa cosa. E le Sirene lo sanno. E stanno senza combattere. Senza pretendere di affrontare tutto. Cantare, filare, tessere storie e relazioni sono azioni che non pretendono di testimoniare il sacrificio, la tenuta del ruolo, la riuscita dell’impresa. Invece che urlare contro il destino, le Sirene cantano alla vita per onorarla, così com’è, senza bisogno di reinventarla. Il dolore ci spezza e siamo libere, talvolta, di decidere di piegarci. Poi, si vedrà.
Seguendo le ipotesi di Samuel Butler (1897), il primo ad avanzare l’ipotesi che l’autrice dell’Odissea sia una donna, e di Robert Graves (1992) che richiama Nausicaa come figlia di Omero (in termini di divertimento letterario), Cavarero la butta lì, nell’ultimo capitolo, e racconta di Penelope e delle sue ancelle che cantano: «[…] e collaborano al lavoro di tessitura, rendendolo collettivo, esse cantano fra di loro, se non per loro — each to each — e insieme godono di una complessa esperienza tattile, sonora, corporea, danzante e narrativa, la cui creatività, non solo sul piano della storia della cultura, supera di gran lunga i limiti dell’ambito domestico in cui vengono confinate dai codici patriarcali».
Penelope, per più di dieci anni, con le fidate ancelle, egregiamente, riesce a farcela. E ritrovo, in questa fantasiosa odissea scritta da Penelope, lo spirito della teologa Adriana Zarri, per me fondamentale figura di riferimento, che sottolinea come la volontà di offrire una testimonianza credibile attraverso la propria esperienza esistenziale sia, in fondo, una posizione onnipotente e paranoica da risolvere:
«Poi la stessa testimonianza mi parve dimensione presuntuosa. Ciò che volevo era semplicemente vivere; e, se questa vita a qualcuno diceva qualche cosa, bene: era un fatto suo, che non mi riguardava; e meno mi riguardava, nel senso di coscienza preveduta e riflessa, meglio era per tutti… (non testimonianza ma resoconto, un termine volutamente dimesso e notarile)…».
Riferimenti bibliografici
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Cavarero, Adriana, Il canto delle Sirene, Castelvecchi, Roma, 2025
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Zarri, Adriana, Teologia del quotidiano, Einaudi, Torino, 2012