Giovanna Cipollari e il sogno della pace

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Immaginate di trovarvi negli anni Novanta, con una laurea in Filosofia, conseguita per passione. Immaginate di vivere in un’epoca in cui avere una laurea in Filosofia significa sentirsi continuamente dire dalla gente, “ma poi che cosa ci fai”?

Immaginate di sapere che quel ”pezzo di carta” non vi aiuterà a trovare un lavoro ma non avevate altre scelte plausibili, perché le idee e le parole sono l’unica cosa che vi hanno sempre affascinato. Immaginate, ora, di preoccuparvi di come accumulare titoli, stage, corsi di formazione (ovviamente a pagamento), allo stesso modo in cui si va a fare la spesa. Dovete redigere un curriculum minimamente decente ed appetibile, per trovare lavoro. Vi ritrovate in un’epoca in cui il titolo di studio è considerato ancora fondamentale ma non basta più, serve la lifelong learning, quel processo costante e volontario (per induzione), finalizzato ad acquisire hard skills e soft skills (ovviamente ancora a pagamento) competenze pratiche, specialmente informatiche e tecniche. 

Sono gli anni in cui le scelte vanno fatte in base all’equazione ideologica successo, denaro, carriera. Si sta affermando quell’egemonia culturale e politica totalizzante, “preparata a tavolino” da imprese e fondazioni, per abituare la gente alla competizione, allo scontro ed alle diseguaglianze. Il neoliberismo si è consolidato, addestrando le persone a pensare che è normale “sacrificare” le proprie idee, per una direzione unilaterale e materialista.

Ora, immaginate di imbattervi in una locandina che pubblicizza un corso annuale, con valutazione scritta ed orale finali (requisiti fondamentali per certificare un titolo ed accumulare crediti). Lo scegliete solo perché vi hanno attratto le parole “cooperazione” ed “internazionale”, che evocano molteplici connessioni filosofiche ed etiche, legate alla vostra formazione. Il corso, però, si rivela una lunga, solita e barbosa lista di lezioni tecniche, di ordine giuridico ed economico, slegate dalle dinamiche concrete della cooperazione e da un contesto internazionale. Immaginate di ritrovarvi ad ascoltare professoroni in giacca e cravatta, seduti in cattedra, con la mano che sorregge il mento, demotivati ed assenti a ciò che stanno dicendo. Nulla di nuovo, i soliti baroni universitari. Nell’aula, centinaia di persone tra i 25 e i 30 anni, parlano sottovoce tra di loro, c’è chi legge un libro (non c’è ancora la distrazione di massa dei cellulari), c’è chi si morde le unghie, guardando fuori dalla finestra, abituati ad accettare quell’approccio didattico gerarchico, privo di confronto e dibattito. Immaginate ora di ritrovarvi in una di queste solite giornate di lezione, in cui, neanche il titolo, “Educazione alla Cittadinanza Globale”, è più una promessa o una speranza. Vi preparate a subire. Siete pronti.

Ma.

“Mi chiamo Giovanna”. Inizia così la giornata del mio inconsapevole cambiamento. Lei cammina sul palco, guarda tutta intera la platea, impugna il microfono come se fosse un’arma che scotta, indossa abiti informali, niente tacchi, tallieur o trucco, simboli dell’evoluzione del cosiddetto “power dressing femminile” degli anni Novanta. Ha un tono di voce particolarmente espressivo ed autorevole. Crede in ciò che dice. “Ma questa chi è?”, si chiedono alcuni, altri sorridono. Le mani ogni tanto battono. Alcuni ricacciano il libro salva-noia in borsa, altri si scambiano cenni emotivi di entusiasmo. Altri ancora, come me, sono elettrizzati. Giovanna parla di rivoluzione, di trasformazione culturale e politica, di visioni nuove, oltre l’individualismo e l’utilitarismo. Giovanna è già nel futuro. Oltre il futuro.

Ora sapete di trovarvi nel posto sbagliato, al momento giusto.

Gio, racconta di te

Mi chiamo Giovanna Cipollari, sono nata a Fermo, un tempo piccolo paesino delle Marche, oggi provincia. Sono nata nel 1946, subito dopo la guerra. Mio padre era tornato nel ’45 dal campo di concentramento. I tedeschi l’avevano preso a Napoli, dopo il 1943 e trasportato nel carro merci verso la Germania. Poi, durante la vita civile, è stato un funzionario di stato, un ispettore della finanza. Per questo da Fermo ci spostammo ad Ancona, perché lì c’era l’ufficio principale di mio padre. Mia madre è stata una casalinga, molto diligente, come le donne di una volta, sapeva fare molte cose. Ha amministrato la nostra famiglia economicamente molto bene. Pur entrando in casa un solo stipendio, è riuscita a farci vivere nel benessere. Ho un fratello, Pino, scomparso nel 2006, nato nel ’43, in piena guerra. Mio padre non l’aveva neanche visto alla nascita, perché era nel campo di concentramento, in Germania.

Qual è stata la tua formazione scolastica?

Ad Ancona mio fratello ed io frequentammo entrambi il liceo scientifico. Parlo anche di mio fratello, non solo perché ha avuto un ruolo importante nella mia vita ma anche perché le nostre nascite sono collegate ai fatti storici. Io conseguii la laurea in Giurisprudenza, invece, Pino in ingegneria elettronica, per un atto di obbedienza a mio padre, a cui confessò apertamente che non avrebbe mai fatto l’ingegnere, perché voleva fare il volontario per i poveri del mondo. Mio padre gli suggerì di trovarsi un lavoro remunerativo, per poi donare il denaro ai poveri. Era un continuo contrasto, perché mio fratello dichiarava che i poveri non hanno bisogno di soldi ma di “qualcuno che cammini con loro, per acquisire i propri diritti”.

Nel vostro pensiero c’era già un’impronta forte rivolta al mondo del volontariato e della solidarietà?

Il nostro pensiero nasceva da tutta la nostra formazione. Noi siamo molto legati alla Contestazione del ’68, perché eravamo universitari in quel momento storico. Pino ed io ci sentivamo i figli favoriti e privilegiati di una piccola borghesia, mio padre era un impiegato con un ruolo importante, mia madre era casalinga e in casa c’era un certo benessere. Abitavamo ad Ancona in un quartiere un po’ periferico e molti nostri compagni che frequentarono le nostre stesse scuole pubbliche, pur essendo molto intelligenti (forse anche più di noi), dovettero abbandonare gli studi in quinta elementare, perché dovevano cercarsi un mestiere, chi il parrucchiere, chi l’estetista, chi l’artigiano. C’erano ancora difficoltà a poter accedere come diritto alla scuola. E noi nel ‘68, tra i primi laureati nel dopoguerra, ci sentivamo la responsabilità per coloro che erano stati meno fortunati di noi. Volevamo una maggiore giustizia sociale.

A quale gruppo appartenevate?

Durante la Contestazione ci hanno chiamati in modo spregiativo “cattocomunismi”. Non ho mai capito cosa significasse. Io penso che tutti quelli che hanno letto il Vangelo ed hanno sentito il messaggio essenziale di Gesù, sanno che Cristo ha proclamato l’amore fondante, soprattutto per i più deboli. Mio fratello ed io eravamo diventati di sinistra, perché eravamo cristiani. Avevamo ricevuto una formazione religiosa da mia madre, che, essendo rimasta orfana molto piccola, era stata educata dalle suore in collegio. Su quella base religiosa abbiamo fatto le nostre scelte. Quindi, noi non siamo nati di sinistra, per poi diventare cattolici ma viceversa. Eravamo di sinistra, perché essendo cristiano-cattolici, vedevamo nella sinistra e nella sua ideologia, l’attuazione del messaggio evangelico.

Nel ’68 essere cattolici e dire di essere di sinistra era una contraddizione?

In Italia c’era la convinzione che essere di sinistra significasse essere contro la chiesa. Ma era una visione falsata dalla manipolazione politica, perché in realtà essere di sinistra ed essere cattolici significava essere coerenti. Essere di destra ha di per sé l’esigenza di assolvere i bisogni dei ricchi, privatizzando tutto. Nella vecchia concezione liberale, come nella visione di Smith (non so se oggi è ancora così), intrisa di egoismo, c’era la promessa che i ricchi avrebbero dato ai poveri ma sappiamo che questo non è mai successo nella storia. Anzi, i ricchi sono diventati tali perché hanno tolto agli altri, hanno rubato ai poveri. E’ questo il concetto fondamentale che ci siamo sempre portati dentro Pino ed io.

E dopo?

Essendo cresciuta con mio fratello, che aveva grandi ideali, alla fine degli anni Sessanta, durante la Contestazione, Pino aveva abbracciato l’obiezione di coscienza. Dichiarò a casa che non sarebbe mai partito per la leva obbligatoria e che non avrebbe mai preso un’arma in mano. In famiglia la situazione si fece tesa e molto sofferta, perché mio padre diceva che ce l’avrebbe portato lui in caserma! Avemmo dei problemi con le forze dell’ordine, perché mio fratello diffondeva manifesti sull’obiezione di coscienza, oltre a rifiutarsi di fare il militare. Rischiava di finire in galera, eravamo molto preoccupati, perché la questura si sarebbe presentata a casa ma un prete perorò la causa di Pino presso la curia, evitando che finisse in carcere. Nel frattempo, era uscita la Legge Pedini (approvata nel 1966), la prima legge italiana, che apriva la strada al riconoscimento del servizio civile volontario come alternativa al servizio militare, riconoscendo il diritto all'obiezione di coscienza e consentendo ai giovani di prestare servizio civile in progetti di cooperazione internazionale.Grazie a questa legge Pino partì per Mogadiscio (Somalia), ad insegnare ai figli di italiani residenti in quella città. Lì ebbe i primi contatti con la povertà. Tornato in Italia si mise in testa di fondare il CVM (Centro Volontari per il Mondo), un’ONG legata alla Focsiv di Roma (Federazione degli Organismi di Volontariato Internazionale di ispirazione cristiana), che lavora per “promuovere lo sviluppo di tutte le persone e dell'intera persona umana“, sia nel nord che nel sud del mondo.

Puoi darci qualche dettaglio in più sul CVM?

Il CVM è un’ONG legata all’idea-base che è inutile agire nel sud del mondo, diventando nient’altro che nuovi colonialisti, ciò che serve è cambiare la mentalità del nord del mondo. Scopo del CVM è lavorare contestualmente sia sud che a nord, perché siamo tutti “mal sviluppati”. Il CVM ha ed ha sempre avuto due anime, una in Africa, in particolare Etiopia e Tanzania, l’altra in Italia, lavorando molto nelle scuole per cambiare e revisionare i curricoli scolastici, intrisi di razzismo e di una visione ego ed etnocentrica. Nella formazione abbiamo fatto un cammino abbastanza lungo e c’eravamo quasi, poi, la storia, purtroppo, è cambiata ed oggi tutto quel lavoro e quella visione sembrano essere svanite ma l’esigenza resta

Quale visione ed esigenza restano?

Quello che sta succedendo nel mondo dimostra che non più è possibile continuare a pensare in blocchi contrapposti, in un mondo interdipendente ed interconnesso. Il desiderio di supremazia di un continente su un altro è contro la realtà, è come se si ragionasse con gli schemi dell’Ottocento, quando si pensava al nazionalismo. Oggi, i problemi sono mondiali. Faccio un esempio, possiamo considerare la biosfera di proprietà di Trump o di Putin? O insieme lavoriamo per salvare la biosfera oppure avremo drammatici problemi, morendo, tutti, per l’inquinamento o la desertificazione. L’interconnessione è un dato reale, basti pensare ai cellulari con cui ci connettiamo, non si può negare questo. Non esiste oggi la possibilità di vivere isolati o di essere l’uno contro l’altro, perché la relazione implica sempre un rapporto non unilaterale ma multidimensionale. Attualmente, al potere esistono persone folli, poco colte (manca una preparazione filosofica profonda), orientati ad una visione “tutti contro gli altri”, armati, con il rischio di una catastrofe mondiale, siamo terrorizzati. Il progetto sulla revisione dei curricoli scolastici riguardava proprio questo, superare la visione etnocentrica con cui vengono impostati i testi scolastici, in cui ognuno esalta se stesso. Non è più possibile vivere ancora sulla base di schemi nazionalisti e sovranisti dell’Ottocento.

E secondo te, perché esistono ancora personaggi che tentano di tornare indietro?

Alcuni personaggi di oggi li paragono ai Piagnoni del tardo Rinascimento fiorentino, i seguaci del frate domenicano Savonarola, che, al passaggio dal Medioevo al Rinascimento, bruciavano in piazza dei Fiori, a Firenze, i libri stampati. Volevano tornare ai testi amanuensi, come se ciò fosse possibile. Il periodo dei Piagnoni fu molto lungo. Contrariamente a quanto si studia sui libri di scuola fu un periodo, come quello attuale, che ha fermato la storia. Oggi, come allora, stiamo attraversando un cambiamento epocale, quello tra Società Moderna/Industriale a quella Post-industriale/Globale, che richiama il passaggio tra Medioevo e Rinascimento. E oggi, come allora, di fronte alle grandi trasformazioni, c’è qualcuno che vuole tornare indietro, vuole respingere anacronisticamente il corso della storia, come all’epoca dei Piagnoni. La situazione attuale è ancora più grave, perché si tratta di soggetti senza cultura, né una visione di futuro, né di un bene comune. Si proclamano difensori del passato, ignorando le svolte segnate dalla fisica quantistica e dalla filosofia contemporanea. Sono persone prive di una visione etica, attaccate solo all’idea di soddisfare bisogni immediati, facendo tornare gli stati ai criteri dell’Ottocento: individualismo, egoismo, colonialismo, conflittualità, che compongono il DNA dell’etnocentrismo.

Quale immagini sarebbe potuto essere un altro percorso nella tua vita?

Senza mio fratello non so quale percorso avrei potuto intraprendere, perché, frequentando il liceo cittadino, avrei potuto essere assorbita in quella cultura dell’incipiente benessere assicurato a chi, come me, conseguiva una laurea in quegli anni. Ma mio fratello era diverso, non pensava come i miei compagni di scuola ed io lo seguivo con ammirazione, lo vedevo come una persona di grandi ideali, per me era un maestro, un punto di riferimento. Quando iniziai ad insegnare Pino mi disse di occuparmi dell’ESCI (Educazione alla Solidarietà, Comprensione ed Interculturalità), costituito da un gruppo di Insegnanti volontari del CVM, che operavano per il cambiamento del modo di insegnare e dei programmi scolastici nell’ottica di educare al cosmopolitismo attivo. Al tempo, Pino era vicedirettore della Focsiv insieme a Felice Rizzi e mi mandò a studiare da Elio Damiano, professore ordinario di Didattica generale presso l’università di Parma, che seguii per due anni. Avevo una bambina piccola e andavo una volta al mese, per un fine settimana, a Brescia, dove Damiano faceva scuola ai volontari delle ONG federate FOCSIV. Pochi l’hanno poi seguito, invece io rimasi folgorata dalla nuova visione di cui parlava. Già negli anni Ottanta diceva che ci trovavamo dentro un cambiamento epocale e che non si poteva più pensare come prima. Per questo c’era l’esigenza di cambiare la scuola e l’educazione. I migranti cominciavano ad arrivare e ad inserirsi nella nostra società, per cui era importante imparare ad essere multietnici e multiculturali, attraverso il cambiamento dei curricoli scolastici, che erano ancora etnocentrici. Quando alcuni volontari andavano in Africa per il CVM io, insieme ad altri insegnanti, mi occupavo della scuola italiana per l’ESCI.

Puoi dare maggiori dettagli sull’ESCI?

L’acronimo si riferisce all’Educazione allo Sviluppo ed alla Cooperazione Internazionale. Nei termini delle nuove categorie di cui parlava Elio Damiano c’era già tutto. Lui diceva che lo sviluppo è un processo non necessariamente migliorativo, nostro e degli altri, variabile nel tempo e nello spazio e interdipendente. Oggi, se vogliamo formare il cittadino del mondo si devono attivare i paradigmi dell’interdipendenza, dell’interconnessione, del decentramento, dell’empatia, della transcalarità, dell’immaginazione per costruire un Mundus Novus in cui prevalga il Bene Comune. Per cambiare una cultura è importante avere nuove categorie. Quando uscì il documento dell’UNESCO del 2015 sull’educazione alla cittadinanza mondiale, che riportava le categorie che avevamo costruito, saltammo dalla gioia, perché diceva le cose che dicevamo noi. Proponevamo agli insegnanti corsi e seminari su nuove categorie concettuali, sopra tutte quella dell’interdipendenza e dell’interconnessione, che porta al decentramento e a capire la posizione degli altri. Un’altra importante categoria su cui lavoravamo era il divenire, la processualità, con cui si impara a reggere il cambiamento degli eventi. Un evento non si consuma in sé ma è frutto di un processo e di una transcalarità, quello che succede qui ha risvolti anche in America e viceversa. Queste categorie non sono passate nella scuola italiana, anche se c’eravamo quasi. Per 40 anni ho fatto sperimentazione nelle scuole, ed ho pubblicato dei testi come, “Oltre l’etnocentrismo. I saperi della scuola al di là dell’etnocentrismo” e “Una ricerca a prova d’Aula. Per una revisione transculturale del curricolo di italiano e letteratura”, a cura di Armando Gnisci e mia, scritto insieme ad insegnanti ed esperti. Dopo la fase dell’insegnamento, sempre su spinta di mio fratello, feci il concorso per passare all’IRRE (Istituto Regionale Ricerca Educativa delle Marche). Ero la responsabile dell’Educazione Interculturale, così cominciai a fare formazione nelle e per le scuole in giro per l’Italia, quando mi chiamavano.

Chi è Armando Gnisci?

Una persona sensibile a me molto cara. Se ne è andato nel 2019 ed io credo per consunzione e dispiacere di vivere in un mondo così, non riusciva più ad accettarlo. Armando Gnisci era professore associato di Letteratura comparata all’Università La Sapienza di Roma. Secondo lui, per cambiare il mondo bisognava fare una sintesi, data dall’incontro tra i valori più grandi di tutte le culture e religioni. Per farlo noi occidentali dobbiamo uscire da noi stessi, dal nostro etnocentrismo di cui siamo intrisi: in questa via di decostruzione abbiamo bisogno degli altri. Occorre agire socialmente insieme ai migranti e creare transculturalmente una nuova storia del mondo. Un Mundus Novus che sia caratterizzato dal plus-valore, dato dalla sintesi dei principi più alti di tutte le sapienze del mondo. Per spiegare questa visione di decolonizzazione richiamava il Calibano di Shakespeare, un essere mostruoso, deforme e servitore, che diventa simbolo di ribellione contro ogni forma di colonialismo, perché Calibano ha la forza di opporsi al suo padrone Prospero, diventando così un simbolo di oppressione e riscatto. Era questa la visione di Armando Gnisci, una rilettura del post-colonialismo nell’ottica di indagare i temi dell'oppressione, dell'identità e della lotta contro il colonizzatore.

Cosa diresti oggi ad un giovane che deve formarsi e che si ritrova in un mondo immobile?

Cercherei di fargli capire che comunque bisogna scegliere, perché l’uomo è un essere politico. Gli direi, però, di fare un’analisi su se stesso, su chi vuole essere e dove vuole andare, qual è il senso della sua esistenza, cercando di capire che il senso dell’esistenza si trova nella relazione. Non esiste una possibilità di felicità e serenità se non nella relazione. E se questo è vero, allora io non posso essere razzista. Quando dicono che la sinistra è uguale alla destra, non lo accetto. E’ vero che alcuni della sinistra sono stati scorretti ugualmente a quelli della destra ma la sua cornice è diversa. Meloni ce la sta facendo vivere tutta la cornice di destra: trionfo dell’individualismo e dell’egoismo, favorire i ricchi togliendo ai poveri. Non sta facendo niente di nuovo. Siamo a tre anni del governo Meloni ed ancora sta dando la colpa a chi ha governato prima. Ma prima abbiamo avuto venti anni di Berlusconi! La sinistra in Italia non ha governato quasi mai! E continuano a dire che la rovina è la sinistra. E in questi tre anni che cosa ha fatto Meloni? La Riforma della Giustizia e la Riforma della Corte dei Conti, cioè servire gli interessi e i privilegi della governance. Non ho sentito niente sulla Riforma per la Sanità o la Scuola.

Occorre riconquistare i diritti persi e riaprire speranze morte!

Mi trovavo nel posto sbagliato, al momento giusto.

Quando terminò il suo intervento, trenta anni fa, feci quello che aveva fatto Giovanna, fare le cose senza prendere atto dell’altro da me. Mi alzai e senza indugi mi avvicinai a lei e, facendomi spazio tra i giovani da cui era circondata, le chiesi, “possiamo incontrarci parlare e conoscerci?” Non incuteva timore reverenziale come i tanti baroni di cattedra con cui dovevi prendere appuntamento, tramite segretaria, che non aveva mai disponibilità. Giovanna mi invitò a casa sua, dove c’era anche suo fratello Pino, “Stiamo costruendo un mondo nuovo”, mi dissero. Da allora, Giovanna è Gio.

E’ difficile definire chi sia Gio per me, non è una madre (anche se abbiamo 20 anni di differenza), non è un’amica di uscite, divertimento o chiacchiere, non è una figura eroica, distante e formativa. E’ semplicemente Gio. E’ la mia casa, quando mi arrendo, è la mia immaginazione, quando non riesco più a sognare, è la mia certezza quando dubito e vacillo sulle mie idee. Gio è la prova evidente ed esistenziale di tutto ciò in cui ha sempre creduto e che ha sempre diffuso, l’amore incondizionato.

Per questo Gio non si arrende mai.

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Sabrina Sandroni

Autore
Sabrina ha sempre cercato "parole di consapevolezza" per esprimere il suo interiore. La laurea in Filosofia le ha permesso di pensare più in profondità e la scrittura di tradurre i significati pensati. Ama definirsi "territoriale", perché, seppure viaggi con una certa frequenza, ama i luoghi dell'anima, i rituali quotidiani, le forme familiari. Il suo elogio alla vita ordinaria celebra la semplicità dell'usualità, contro il culto della visibilità e del successo a tutti i costi. Apparentemente forte, cura ogni giorno le proprie fragilità, percorrendo con il proprio cane alcuni sentieri dei boschi trentini. Originaria di Ancona, a 43 anni si trasferisce in Trentino per necessità. Come tutte le esperienze in cui incappa non per propria scelta, questo luogo al nord, ricco di natura, silenzi e confini montani, diventa, col tempo, il suo luogo di elezione, la sua heimat. Ama leggere, soprattutto libri a sfondo sociale e filosofico. Adora Saramago, per il valore che dà alla storia degli ultimi, per lo stile unico, per la scrittura etica, per la profondità laica, per la visione surreale e satirica. Ha insegnato con passione nella scuola pubblica per 25 anni. Un giorno ha capito che non riusciva a nutrire più quella passione e allora ha mollato. Ora si dedica al volontariato, al teatro, all'attivismo sociale, alla scrittura giornalistica. Senza mai dimenticare la Grazia Trasformatrice della Natura.

email:sabrinasandroni7@gmail.com

Editoria e Scrittura è un laboratorio, un luogo di incontro e riflessione sui mestieri dell’editoria e della scrittura. È anche un crocevia di persone che si interessano di questi argomenti e che scavano, cercano, scrivono e soprattutto pensano. Ma che si divertono, con buona pace delle spocchie intellettuali che “animano” questi questi settori. Ci occupiamo anche di illustrazioni, di segno grafico, del rapporto fra immagine e testo, attraverso esplorazioni che percorrono anche le nuove opportunità del mondo digitale. Perché non importa se su inchiostro o su pagina web: l’essenza della parola scritta non cambia, rimane sempre la traccia, la permanenza di una storia, un pensiero, una riflessione. un’ispirazione che diventa contenuto e presenza.

La stanza di Virginia, rivista bimestrale di cultura e costume

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