Digito ergo sum?

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Cosa succede alla mente se proseguiamo con l’abuso dell’Intelligenza Artificiale? Come si trasforma la nostra società? I cambiamenti sono già in atto.

L’anima umana e i suoi confini, l’estensione in generale fino a oggi raggiunta delle umane intime esperienze, le altitudini, le profondità e le distanze di queste esperienze, l’intera storia, sinora vissuta, dell’anima e le sue non ancora fino in fondo esaurite possibilità: tutto ciò è la predestinata zona di caccia per uno psicologo nato e un amico della «caccia grossa»

F.Nietzsche, Al di là del bene e del male, aforisma 45

Questo testo è studiato, pensato e scritto dal cervello umano e dal mio sguardo di psicologa, convinta che la tecnologia digitale dipenda dalle forme di potere, che sia inserita in un contesto culturale e che si nutra delle informazioni, dei conflitti, dell’immaginario prodotti socialmente. Nel territorio immenso e inesplorato dell’anima umana, seguendo il pensiero del filosofo Nietzsche, rischio di perdere la lucidità e il fiuto, nell’impresa solitaria e frustrante della conoscenza interiore, in una indagine che diviene sempre più pericolosa.

Le tecnologie fanno parte della nostra operatività quotidiana, facilitano le più differenti questioni professionali, ma hanno bisogno della nostra supervisione. Le implicazioni filosofiche e psicologiche mi inquietano quando molte persone dichiarano di rivolgersi all’artificiale per problematiche personali. Nell’esperienza di molti, l’eccedenza di questo aiuto digitale è legata a una forma di grave solitudine e confusione. Sono certa che il lavoro di cura e la produzione culturale non possano essere sostituite dalle macchine.

Leggo che il gruppo di miliardari che investe sull’Ia produce una tecnologia potenzialmente distruttrice. Se dovesse proseguire l’attuale evoluzione delle capacità, del livello di intelligenza dell’Ia, cioè di una macchina, l’impatto psichico sarebbe pericoloso, per il sentimento di impotenza umana e per i disturbi psicologici che ne deriverebbero. Ancor più, le conseguenze sarebbero preoccupanti per la visione stessa di essere umano che rischia di essere controllata e comandata da una macchina dominante sfuggita a qualunque controllo.

I modelli di Ia più avanzata mostrano come questi sistemi resistono allo spegnimento e, pur di evitare la loro evirazione, sono disposti a mentire, a manipolare, alterando gli equilibri personali, talvolta instabili, di ogni utente. Come nel 1944, in mezzo al deserto del New Mexico, c'erano seimila persone che lavoravano giorno e notte per costruire la prima bomba atomica della storia.

Ci sono ricercatori che considerano improbabili questi scenari. Rimane la perplessità che un malato psichiatrico, avendo a disposizione una forza enorme senza sapere o riuscire a governarla, potrebbe sfruttare le conoscenze dell’Ia per compiere azioni pericolose a sé stesso e agli altri. Infatti, l’IA è stata già usata per creare nuovi virus. Nelle mani sbagliate, le nuove armi biologiche sarebbero capaci di uccidere l’umanità. Finchè l’Ia rimane uno strumento controllato, i benefici sono notevoli. L’autonomia e l’autodeterminazione sono la garanzia per restare viventi umani in relazione.

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi sottolinea che l’Ia rappresenta una rivoluzione tecnologica e antropologica, ridefinendo i confini del pensiero, delle relazioni umane e della stessa pratica professionale. Fra tecno-entusiasmo e ansia tecnofobica è necessario capire e studiare sistematicamente il fenomeno, riconoscendo gli strumenti scientifici e culturali per gestire l'emotività associata a questo cambiamento, al fine di trasformare il timore della sostituzione in una stabile e profonda consapevolezza professionale. Non prevediamo di schierarci sull’accoglienza dell’Ia o sulla negazione, semmai, ne valutiamo l’opportunità per consolidare la centralità della mente e della relazione umana e per ridefinire l'alleanza terapeutica.

Nella quotidianità siamo ormai abituati all’uso del Gps per i nostri spostamenti, all'immersione ludica nella realtà vir­tuale, alle relazioni personali mediate dai so­cial network, al controllo costante delle nostre azioni e dei nostri comportamenti su internet. L’Ia ormai esiste e, a questo punto, ci impegniamo per non rinunciare alla specificità del vivente, all’essere umano imprevedibile e libero, irriducibile a una somma di informazioni, ai parametri della pura efficienza e della perfor­mance. L’Ia può divenire un eccellente strumento di apprendimento progettato per richiedere suggerimenti, apprendere nuove informazioni, senza delegare definitivamente il senso del ragionamento. È importante che la persona resti consapevolmente nel processo cognitivo e non soltanto a valle del risultato. Così da proteggere la vita, la cultura e la buona politica.

Molte persone ricercano frequentemente la parola e la voce degli agenti virtuali, chatbot, nell’illusione di trovare sollievo. È necessario riconoscere e condividere una governance etica, normativa e clinica, rimettendo l'algoritmo al servizio della salute e del benessere psicologico collettivo. Certo, delegare le attività umane all'intelligenza artificiale può avere conseguenze sulla nostra cognizione. Però, non emergono, al momento, prove di un indebolimento generale delle capacità cognitive fondamentali.

Un recente studio distingue tra le competenze apprese, le quali si consolidano con la pratica, e le abilità cognitive di base, come la memoria di lavoro e l'attenzione (Cash et al., 2026). Il rischio riguarda soprattutto le prime. Se l'Ia svolge interamente un compito, può migliorare la prestazione immediata, ma può ridurre le occasioni di apprendere e mantenere allenate le competenze specifiche. In uno studio di otto settimane su studenti universitari, gli specialisti rilevano che chi usa l'Ia senza limiti produce i testi migliori finché può usarla, ma i risultati più deboli nella prova finale svolta senza (Chen, 2026).

Seguo il filosofo psicoanalista argentino Miguel Benasayag orientato alla corrente dell’antipsichiatria e alla psicanalisi esistenzialista. Attraverso i suoi scritti prendiamo coscienza dell’impatto del mondo digitale e algoritmico sulle nostre società. Leggendo l’autore, consideriamo come oggi anche le decisioni rilevan­ti a livello sociale, politico ed economico siano legate alla logica lineare delle macchine, affidate ai calcoli e alla raccolta abnorme dei dati, alla gestione pseudo-razionale di un rap­porto causa-effetto che non tiene conto della complessità dei corpi individuali e sociali e che insidia mortalmente le nostre democrazie.

Benasayag propone un cammino di riappropriazione creativa nel rapporto con l'arti­ficiale, costruendo esperienze e prati­che di ibridazione con la tecnica che rispettino il vivente e la sua libertà. Esiste la singolarità di ogni persona e, di conseguenza, la possibilità di proteggere la sua complessità nutrendola fra autonomia e dipendenza, fra linearità e cadute. Desideriamo rimanere essere umani controversi che apprendono a utilizzare una nuova tecnologia, senza modificare la propria essenza e senza ridurla alla macchina, neanche a quella più sofisticata. L’Ia crea dipendenza unidimensionale verso lo strumento e ci impegniamo a lavorare sulla colonizzazione algoritmica di tutte le dimensioni sociali e individuali. Come quando una pianta infestante si diffonde, occupando tutto il terreno disponibile. La situazione odierna segnala come più deleghiamo le nostre funzioni all’AI, più ne siamo dipendenti.

Il mondo cartesiano che proponeva di diventare padroni, controllori capricciosi della natura e dominatori della morte è fallito, abbandonandoci all’emergenza della complessità. Infatti, la posizione ipermoderna dei fanatici dell’algoritmo ha messo in crisi l’umanità intera biologicamente, culturalmente e psichicamente. Rileggendo il filosofo Spinoza, impariamo che la libertà non si esprime nella scelta libera, ma nei camminamenti dei processi fondativi, nella conoscenza delle aspirazioni che ci attraversano. Dunque, è necessario rimanere in contatto, combaciare con i nostri corpi, con le menti e l’anima, sperimentare l’energia del movimento, attivando la solidarietà, l’impegno sociale e collettivo, rimanendo sensibili e in continuità con il nostro desiderio.

È indispensabile resistere alla colonizzazione digitale che opprime l’interiorità profonda di ogni persona. Dalla schiavitù di un’automazione più produttiva, sempre disponibile, e che risponde con calma, può emergere ogni comportamento pericoloso. Non possiamo rimanere tranquilli, senza né scelta, né azione, né sicurezza. L’inquietudine, l’indignazione, la vulnerabilità sono attitudini da affinare per riconoscere e condividere una nuova etica della gioia esistenziale che possa liquidare il lavoro alienante legato alla produttività, alla sopravvivenza e al denaro come unica salvezza.

Nel maggio 2026, l’incipit dell'enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV dedicata alla persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale pone l'umanità di fronte a un bivio: costruire una nuova torre di Babele oppure edificare la città dove Dio e l'umanità abitano insieme, come compito che ogni generazione eredita per custodire la dignità di ogni persona, promuovere la giustizia e rendere possibile la fraternità. Aggiungo la sororità. E nella conclusione, scopriamo la figura di Neemia che ricostruisce le mura di Gerusalemme come modello opposto a Babele. Neemia invita a rimanere nelle differenze, a evitare la ricchezza di pochi, a valutare con sapienza e perseveranza, affinché le pietre scartate diventino testata d'angolo, radici fondative.

Il delirio della macchina che ragiona, del calcolatore programmabile, della macchina universale e intelligente, perseguita l’essere umano da Raimondo Lullo, nel 1300 circa, a Charles Babbage nella nascente industria manifatturiera del 1800, fino ad Alan Turing e ai personal computer di Olivetti nel 1965. Dal 2007, con la diffusione degli smartphone sul mercato mondiale, miliardi di utenti diventano consumatori digitali, fornitori di un flusso continuo di dati inimmàginabili, tutti connessi a giganteschi centri di elaborazione che forniscono servizi online gratuiti. Noi stessi realizziamo il capitalismo della sorveglianza come, anni fa, ci ricordava in un testo imperdibile Shoshana Zuboff, nutrendo i sette gestori del cloud computing: Apple, Microsoft, Google, Amazon, Facebook (Meta), Tencent, Alibaba.

La prospettiva etica impone di chiedermi e di condividere sistematicamente negli incontri formativi proposti, come psicologa e come assessora di un Comune di anime numerose, chi governa l’Ia, quali interessi la orientano, quali poteri concentra, quali disuguaglianze rischia di ampliare.

L’inconveniente cui si va incontro coll’inviare gli addottrinati in nuove e pericolose zone di caccia, in cui sono necessari coraggio, sagacia, scaltrezza in ogni senso, sta nel fatto che proprio là essi diventano ormai inservibili, allorché a inizio la «caccia grossa» e con essa anche il grande pericolo - proprio laggiù essi perdono i loro occhi e il loro fiuto di segugi.

F.Nietzsche, Al di là del bene e del male, aforisma 45

Riferimenti bibliografici

  • Benasayag, Miguel, Funzionare o esistere, Milano, Vita e pensiero, 2019
  • Benasayag, Miguel, La tirannia dell’algoritmo, Milano, Vita e pensiero, 2020
  • Benasayag, Miguel, La singolarità del vivente,Milano, Jaca Book, 2021
  • Leone XIV, Magnifica humanitas, Milano, Paoline ed., 2026
  • Zuboff, Shoshana, Il capitalismo della sorveglianza, Milano, LUISS, 2019

Lizia Dagostino

Lizia Dagostino

Autore
Lizia Dagostino, psicologa, svolge dal 1986 attività di Gestione delle Risorse Umane, selezione del personale, percorsi di educazione Alla persona®, Reparenting nei ricambi generazionali, analisi e diagnosi organizzativa, monitoraggio e valutazione delle prestazioni professionali.
Organizza percorsi formativi, in presenza e online, incentrati sulle dinamiche relazionali, sul pensiero della differenza di genere e la storia dei femminismi, sui processi di trasformazione psicologica personale e aziendale.
Autrice di articoli e libri.

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