Gli antichi continuano a regalarci sapienza, dal mito di Ulisse a Origine e Sofocle. E oggi? Cosa e come impariamo dall’Intelligenza Artificiale?
«Come chi, messosi in mare su di una barchetta, viene preso da immensa angoscia nell'affidare un piccolo legno all'immensità delle onde, così anche noi soffriamo mentre osiamo inoltrarci in un così vasto mare di misteri».
Origene, il celebre maestro della scuola alessandrina del III secolo, sta per entrare con la fragile imbarcazione della sua esegesi e della sua meditazione nell’ “Oceano” vasto e misterioso della Genesi e, quindi, dell'Antico Testamento. L’immagine, così efficace e pregnante, si presta bene, a mio avviso, a rendere l’idea della conturbante sfida che ci pone l’Intelligenza Artificiale; la quale mentre ci seduce ci intimorisce, come le sirene davanti a cui sfila Ulisse, legato all’albero della nave struggente di desiderio. Come Ulisse, infatti, ci troviamo anche noi di fronte ad una scommessa alla quale non possiamo sottrarci - proprio come l’Eroe non può rinunciare a tornare alla sua amata Itaca - ma di fronte alla quale ci sentiamo altrettanto spaventati, perlopiù sguarniti, spesso soli. Ma a differenza di Ulisse, il quale sapeva qual era la sua meta e il futuro che lo aspettava una volta tornato in patria, noi invece navighiamo tra le onde dell’incertezza e la paura di un sovvertimento di valori, ruoli, princìpi che rischiano di scuotere dalle fondamenta il mondo, l’uomo, lo scibile così come li abbiamo conosciuti fino ad oggi. È pur vero che l’esito della sfida che ci pone l’Intelligenza Artificiale dipende dallo scopo che vogliamo raggiungere e dalla convinzione che ci spinge a raggiungerla. E del resto come umanità siamo sempre stati alle prese con i mutamenti, le novità, nuove visioni del mondo, sogni, ambizioni di progresso, sguardi mozzafiato protesi in avanti, rivoluzioni tecnologiche e culturali che hanno segnato lo scorrere della storia e sancito l’affermarsi via via di nuove ere e di nuove epoche. Ce lo ricorda Sofocle: «L’esistere del mondo è uno stupore/ infinito, ma nulla è più dell’uomo/ stupendo…/ La parola, il pensiero come il vento/ veloce, l’indole civile apprese/ da solo e a ripararsi dalla pioggia/ e dai freddi sereni della notte. Ma aggiunge: “Fatto esperto di tutto (pantoporos), audace corre/ al rischio del futuro: ma riparo/ non avrà (aporos) dalla morte, pur vincendo/ l’assalto d’ogni morbo inaspettato.[1] Oltre quindi alle innumerevoli risorse a cui l’uomo può attingere nella sua corsa dentro il tempo della vita, ecco emergere nelle parole di Sofocle la domanda di fondo che noi adattiamo alla nostra disquisizione: questa della IA è davvero una nuova possibilità per l’essere umano, un nuovo modo di abitare il mondo, di sostenere il senso della vita e, soprattutto, il peso dell’inaudita insensatezza della morte che inevitabilmente e da sempre accompagna le nostre esistenze? O si tratta piuttosto, come sostengono alcuni suoi detrattori, di un vortice dentro il quale veniamo lentamente risucchiati in modo inconsapevole e per di più surrettizio, che rischia di oscurare l’uomo, posto da Dio stesso al centro dell’Universo e del Creato, di detronizzarlo, per così dire, non in favore di altri esseri viventi, ma in favore di macchine che pensano, decidono, agiscono e scelgono per lui, scompaginando completamente la visione millenaria dell’universo medesimo e le molteplici Weltanschaung elaborate in ogni angolo di mondo che da essa derivano?
Si moltiplicano gli interrogativi, evidenziati da più parti, anche in campo educativo in merito all’uso della IA: occorre abbracciare le opportunità offerte dallo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale nel settore educativo e formativo, accogliendo i nuovi strumenti che essa offre e adeguandosi ai nuovi ritmi che essa impone? Oppure, visti i rischi, è più opportuno rimanere ancorati a modelli tradizionali di insegnamento e di apprendimento? Finora infatti sembrano emergere due approcci al tema completamente in contraddizione tra loro, come mette in evidenza R. Scurello nel suo articolo dal titolo Using AI between risks and opportunities to the equitable and inclusive education for all: il primo, di tipo umanistico, è legato alla concezione secondo cui l’Intelligenza Artificiale non potrà mai sostituire gli esseri umani nell’apprendimento, fondato sostanzialmente sulla relazione tra persone. Il secondo è legato invece alla concezione dell’Intelligenza Artificiale come agente autosufficiente, capace di organizzare autonomamente, quindi al di fuori e al di là di qualsiasi relazione, processi, artefatti, di risolvere problemi, scrivere testi, elaborare immagini e dunque risorsa utile a sollevare gli uomini dal peso di molte incombenze, accelerando i tempi di esecuzione e lo svolgimento dei compiti.
Tenendo come faro per la nostra disamina quanto affermato nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo emanata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, e cioè che l’educazione deve proporsi come obiettivo «il pieno sviluppo della personalità umana, e l’affermazione e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali», le domande che sorgono spontanee, prima ancora di quella inerente l’uso o meno dell’Intelligenza Artificiale in campo pedagogico, sono varie: che cosa significa educare oggi? E andando ancor più alla radice: che idea abbiamo noi contemporanei dell’Uomo? Credo che valga, e a maggior ragione, ancora oggi l’immagine parabolica di Diogene di Sinope che in pieno giorno vagava con la lanterna accesa in cerca dell’Uomo. Così come vale ancora la domanda primordiale posta da Dio nel giardino dell’Eden: “Adamo, (ovvero, Uomo) dove sei?”
Si tratta di domande fondamentali, che attengono all’Essere, e alle quali questo articolo non pretende di dare risposte definitive né tanto meno esaustive. In poche righe non possiamo che abbozzare qualche riflessione, alcune semplici osservazioni e rimarcare alcune criticità che da più parti premono. Ancor meno, di fronte al dilagare di posizioni molto diverse tra loro in merito all’uso della IA anche in campo educativo, possiamo pensare di trovare risposte univoche e risolutive al problema. E del resto, un articolo che volesse dire tutto sul rapporto tra educazione e IA sarebbe, per definizione, dis-educativo. Consapevoli però di star vivendo una situazione di emergenza ontologica ed educativa, non possiamo far altro che porci di fronte alla questione in modo critico – nel senso kantiano del termine - e non come meri spettatori passivi e arresi, tenendo pertanto conto di due aspetti che la stessa parola “emergenza” ci suggerisce e ci indica. Da una parte il termine emergenza si riferisce ad un’improvvisa difficoltà a cui provvedere con urgenza. Ma, dato che la questione educativa esiste da sempre, dobbiamo ricorrere all’altro significato del termine emergenza, ovvero uscire fuori, emergere. Ecco che i due significati presi insieme ci impediscono di fermarci alla sola denuncia dei rischi e dei problemi insiti nell’IA, ma al contrario ci spingono a cercare nell’emergenza le opportunità per e dell’educazione.[2] Il fatto educativo infatti non è un momento eccezionale, nel senso di “straordinario”, “anomalo”, ma un movimento e un’istanza costanti della vita umana,[3] in modo particolare quando, ci ricorda Manzoni, «vi son de' momenti in cui l'animo, particolarmente de' giovani, è […] come un fiore appena sbocciato, s'abbandona mollemente sul suo fragile stelo».[4]
Se dunque torniamo alla definizione di educazione contenuta nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, rileviamo che i diritti umani sono al centro dell’atto educativo e che costituiscono, allo stesso tempo, contenuto essenziale (educazione sui diritti umani), strumento metodologico (educazione attraverso i diritti umani) e fine ultimo (educazione per i diritti umani) dei programmi educativi che vogliano rispettare e soddisfare a pieno il diritto all’educazione sancito in tutti i documenti ufficiali a partire dal secondo dopoguerra. Non vi è dunque educazione al di fuori della relazione. E del resto nel corso dell’intera storia della filosofia, l’uomo è considerato con accenti e sfumature anche molto diverse e contrapposte tra loro, un essere essenzialmente, intrinsecamente, imprescindibilmente sociale. Può dunque l’Intelligenza Artificiale favorire l’educazione e lo sviluppo dell’uomo così come lo abbiamo inteso in questo spazio di riflessione? Le macchine ci renderanno più o meno umani? Favoriranno oppure no lo sviluppo della nostra intelligenza, essendo il pensiero non un processo immediato, bensì un’attività che si rafforza attraverso l’esercizio, come ci ricorda Santino Gaudio sul “Domani” del 4 agosto 2026? Ci aiuteranno a riconoscere, elaborare e gestire le nostre emozioni, fondamentali per lo sviluppo armonioso dei singoli e delle società? Alleggeriranno il nostro lavoro, o ci spingeranno a rincorrere più velocemente gli impegni che esse stesse potranno programmare e pianificare al posto nostro, incalzandoci in una folle corsa contro il tempo? E quale sarà in ultimo la meta di questo nuovo intercedere dell’uomo lungo il percorso della vita? E, soprattutto, chi la deciderà? E la bellezza, intesa non come effimero oggetto del desiderio, non come mera affermazione della pulsione immediata, bensì come la intendeva Aristotele, cioè come l’oggetto del pensiero, frutto della direzione data al divenire dalla causa finale, cioè da uno scopo a cui tendere e che condiziona l’intero agire umano. La bellezza, dunque non solo dei sensi ma anche dell’anima, concepita come ordine, armonia e proporzione – il latino bellus, “bello” è, non a caso, diminutivo di una forma antica di bonus, "buono" – resisterà?
In questo contesto così confuso e avvolto da una patina di indecifrabilità, la sfida per l’educatore-insegnante è duplice: da una parte la necessità imprescindibile di conoscere a fondo l’Intelligenza Artificiale e le implicazioni educative e formative che essa comporta, attraverso un’autoeducazione a fare propri gli strumenti dell’IA generativa, all’uso critico e consapevole dei quali gli stessi docenti sono chiamati ad educare i loro studenti. Si tratta, come è evidente, di uno sforzo titanico in quanto per primi noi adulti siamo sprovveduti e impreparati a navigare in questa nuova dimensione e per di più, ed è la seconda sfida, ci troviamo a farlo controcorrente. I corsi che vengono attivati dalle agenzie preposte alla formazione dei docenti propongono, infatti, una formazione ai singoli programmi proposti soprattutto da Open AI, ma non aiutano ad interrogarsi sulla valenza educativa dell’apprendimento automatico. Danno per scontato, non contestualizzano. Spiegano ingranaggi e tecnicismi, sciorinano certezze sui pro e i contro di un determinato programma. Affermano.
Noi, nemmeno molto più umilmente, esercitiamo invece il dubbio. Poniamo domande, indaghiamo. L’unico modo per apprendere infatti, almeno secondo Socrate, consiste nell’interrogarsi e nell’esercitare il dubbio: e dubitare scardina le certezze date per assodate. È questa nei fatti l’unica strada per diventare dei buoni insegnanti: porre gli studenti al centro dell’insegnamento e aiutarli a cercare se stessi in un continuo dialogo e confronto con ciò che sta dentro e con ciò che sta fuori di loro. Jacques Maritain, in altre parole, diceva che educare significa aiutare la persona umana a diventare più umana. Si tratta di “un’ arte” – sosteneva - “particolarmente difficile”. E come ogni arte si prefigge dei fini. Quando però i mezzi per raggiungere la finalità prevalgono sul fine stesso o lo oscurano, si ridimensiona l’educazione stessa. E concludeva il suo discorso, affermando: “Oggi sono talmente perfetti e buoni i mezzi che aiutano a conoscere il fanciullo, a tal punto che ci si dimentica o si trascura il bimbo stesso”.
E dunque sta forse proprio nella libertà di insegnamento dei docenti, peraltro costituzionalmente garantita, anche rispetto al flusso codificato di idee e al pensiero unico spesso dominante, che possiamo trovare ancora il senso della relazione educativa anche ai tempi della IA.
[1]SOFOCLE, Antigone, in Il teatro greco. Tutte le tragedie, Firenze, Sansoni, 19835, p. 183 (la traduzione è di E. Cetrangolo). Il testo mette in evidenza l’ambiguità dell’uomo che pensa di essere “dotato di ogni risorsa” (Pantoporos), mentre si trova “indigente”, sguarnito, senza soluzione (aporos) di fronte all’ineluttabilità della morte. Poros è il passaggio, la via d’uscita, la soluzione. Nel mito greco Poros è il dio dell’ingegno e dell’astuzia.
[2] Cfr. J.L. Bruguès, «Le priorità nel processo dell’educazione cristiana», in Seminarium 50 (2010), p. 905.
[3] «L’educazione si colloca al centro dello sviluppo sia della persona sia della comunità. Il suo compito è quello di consentire a ciascuno di noi senza eccezioni, di sviluppare pienamente i nostri propri talenti e di realizzare le nostre potenzialità creative compresa la responsabilità per la nostra propria vita e il conseguimento dei nostri fini personali», J. Delors, «Educazione: l’utopia necessaria», in J. Delors – E. Morin – F. Florenzano, L'educazione ovvero l'utopia necessaria. Il valore dell'apprendimento continuo nella società contemporanea, EdUP, Roma, 1998, p. 15.
[4] Riferito “all’abbandono educativo” del padre di Geltrude, tanto che il nostro autore, quasi col cuore in gola è costretto ad ammettere che «non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre», Promessi sposi, cap. IX, L’infanzia di Geltrude.