Nello sbilico del mondo

SBILICO

Un romanzo può, anzi, deve, diventare spunto di riflessioni. In questo modo il libro svolge appieno la sua funzione. In questo caso il racconto del disagio, e della follia, fa da spunto per una piccola indagine sull’imperfezione umana in un mondo tecnologico…

Il mio cervello, ancora oggi, lo si può valicare benissimo, perché non chiude bene:

è una vecchia imposta sgangherata che lascia passare mille spifferi e filamenti di luce.

Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani,

ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo

per metterlo in discussione ai loro occhi.

Alcide Pierantozzi

Ho amato questa narrazione potente, originale, rude e dolorosa. Non è un libro di svago. Racconta la storia di Alcide, un uomo di 40 anni, con problemi psichiatrici e traumi familiari, fra il vizio dell’alcol, le droghe e gli psicofarmaci. Lo scrittore, attraverso un lessico fastidioso e desueto, confida alle pagine i problemi nel lavoro, nello sport e nella vita quotidiana minima. Leggiamo le minuziose descrizioni di diagnosi psichiatriche e di terapie, in giornate faticose che non trascorrono mai. Rimaniamo in mezzo ai cattivi pensieri e ai problemi sessuali, fra lo smarrimento e il disagio psichico, l’alienazione e la solitudine.

La follia non è solo una condizione da curare, può divenire lente critica sul mondo. Il matto ha il compito attivo di inceppare la macchina della normalità, di incrinarla perché tutti si guardino allo specchio. La pazzia diviene un disturbo necessario, uno scarto per rimettere in discussione le certezze di quelli ritenuti sani. Rimaniamo sul confine poroso, luminoso e vulnerabile fra il benessere che crea relazioni e la fragilità psichica che le distrugge. L’ansia vuole parlarci, è un bene da custodire, come protezione, come una chiave di lettura, invece di illuderci di risolvere sottostando alla fretta e consultando ChatGPT, Claude o Gemini.

Psicologa e assessora al welfare, rifletto come lo Stato assistenziale non debba essere sostituito dalla società palliativa, richiamata dal filosofo germano-coreano Byung-Chul Han che utilizza l’accezione sociologica per indicare la politica che separa le persone dalla realtà, volendo garantire un benessere illusorio al riparo dai conflitti e dalla frustrazione.

La cultura del possesso, del dominio, della sottomissione si insinua fraudolenta senza neanche il potere disciplinare repressivo, facendoci credere di essere liberi dal lavoro incombente, realizzati nei desideri, alleggeriti nella vita, efficienti, grazie alle tecnologie a cui spontaneamente ci affidiamo. Queste, invece, ci isolano, ci rendono prigionieri del narcisismo, lontani dalle interazioni comunitarie, anche contrastanti. Non desideriamo divenire a tutti i costi soggetti implacabili di prestazione, ossessionati dal nostro ego e dalla performance per guadagnare soldi e potere, trattando noi stessi come un’azienda personale. Vogliamo tenerci tutta la radicale natura umana: il limite, la follia, il dispiacere, la lentezza e l’incapacità, l’irrisoluzione, le mancanze, il tempo perso.

I social, gli algoritmi, l’IA producono uno scontro diretto, senza mediazione, mentre il conflitto vero, nella relazione fra esseri umani, permette di sviluppare la vita complessa, non la polarizzazione. Le macchine possono fare correlazioni perfette, possono produrre un testo, ma non il senso di quel testo. Qualunque essere umano non è un essere di informazione e basta, è un essere di senso. E il senso è la percezione, il sentire prima di capire, il movimento del corpo che avverte, l’intuizione che coglie qualcosa prima che diventi pensiero. Dare senso alla propria fragilità psichica è un atto attivo ed è il gesto umano e gentile per eccellenza. Trovare un senso richiama il lavoro di responsabilità e, dinanzi alla confusione e al dolore, ci aiuta a costruire una interpretazione, una narrazione da abitare. Sartre ricorda la nostra condanna a essere liberi e, dunque, anche nella follia, la postura umile, l’attività archeologica ci accompagnano, come fa lo scrittore, a svelare una trama, a spiegare le parti oscure e attorcigliate.

Il senso nasce sempre dal non-senso e dalla follia: una persona si trova di fronte a qualcosa che non capisce e dunque non sa cosa fare. L’essere umano è convocato, soprattutto nella malattia mentale, a essere presente, ad ascoltarsi, accogliere il momento di crisi, assumere il non-senso e a scommettere sulla forza del daimon interiore, lo spirito guida. Demone, diceva Platone, è chi aiuta a compiere un destino individuale (Platone, Repubblica, X.620 e), e un destino di diversità, come aggiungeva Aldo Carotenuto, mio maestro all’Università. Il cammino psicologico di trasformazione rende ogni persona diversa dagli altri, di conseguenza, lontana, isolata.

La diversità ha sempre un prezzo. L'esserci liberati dalle miserie nevrotiche e l'aver acquistato la capacità di affrontare la vita in maniera meno banale, diremmo secondo modalità individuali piuttosto che collettive, spingono infatti gli altri a isolarci. (A.Carotenuto)

La psicoterapia, per molti, ha costi insostenibili e si rivela, spesso, lunga e dolorosa. Stanchi, soli, sempre sottopressione, avviliti, rimaniamo nell’iperconnessione perché è una stampella, una forma di ascolto artificiale facile e veloce. E poi, come ogni tecnologia di massa, siamo abituati a usarla anche per giocare, a rivolgerci a essa normalmente come una scorciatoia, per sostituire la riflessione e la ricerca sempre faticose, le relazioni sempre conflittuali e patite, l’incompetenza sempre ansiogena e frustrante. Non è solo dipendenza, è comodità, è l’inseguimento dell’obiettivo e del risultato senza la fatica del viaggio che, invece, fa la differenza. I social, gli algoritmi, l’Ai producono uno scontro diretto, senza mediazione, mentre il conflitto vero, nella relazione fra esseri umani, permette di sviluppare la vita, non la polarizzazione. Le macchine possono fare correlazioni perfette, possono produrre un testo, ma non c’è il senso.

È difficile proporre, ciascuno a sé stesso, di rimanere dentro, come lo scrittore Pierantozzi, a non digerire la vita. Dentro il dolore, dentro il sacrificio, dentro la bellezza, dentro il respiro vitale, consapevoli che l’Ia può aiutarci a svolgere un compito senza darle il consenso di precipitare nel nulla. A giugno scorso, gli autori di Harvard Business Review hanno utilizzato il termine thinkslop per indicare la poltiglia di ragionamento quando smettiamo di pensare davvero e lasciamo che sia la macchina a processare al posto nostro.

Il ricovero nell’Intelligenza Artificiale non causa direttamente sintomi psicotici in individui privi di fattori di rischio, ma può agire come elemento di rinforzo di convinzioni preesistenti, in persone vulnerabili psicologicamente; può alimentare bias di conferma, pensieri paranoici o convinzioni distorte della realtà. I chatbot non sono colleghi, psicologi, non sono persone e non propongono neanche una pazza e sgangherata relazione umana. Semplicemente, ci assumono.

La persona umana non ha la mente come un dispositivo, addestrata a operare su bit di informazioni seguendo regole formali. All’umanità serve recuperare l’ars interrogandi, servono le domande sagge e giuste più che l’accumulo di risposte descrittive e pericolose. La formazione psicologica nella quale credo e mi impegno accompagna a riscoprire la causa sui, la responsabilità personale e la capacità decisionale rispetto alla sovradeterminazione a cui condanna l’Ia.

A noi non manca il dipiù del potere che invidiamo all’Ia, manca l’etica dell’umano. Non vogliamo dominare le tentazioni, le fragilità, le passioni. Paradossalmente, desideriamo essere liberi, anche di accogliere la follia che ci abita.

E questo libro ne rappresenta il manifesto.

– La carta è pericolosa, lo sa dottore? La carta è viva, può portare malattie.

– Psichiatriche sicuramente, – dice lui.

– Anche fisiche, – dico io.

– Ho preso due volte la tigna con i libri delle bancarelle.

A.Pierantozzi, p.171

Riferimenti bibliografici

  • Pierantozzi, Alcide, Lo sbilico, Torino, Einaudi, 2025
  • Jacobin Italia, Rivista trimestrale, L’Intelligenza Artificiale e la nostra, N.23/2024
  • Carotenuto, Aldo, Le rose nella mangiatoia. Metamorfosi e individuazione nell'Asino d'oro di Apuleio, Milano, Raffaello Cortina, 1990.

Lizia Dagostino

Lizia Dagostino

Autore
Lizia Dagostino, psicologa, svolge dal 1986 attività di Gestione delle Risorse Umane, selezione del personale, percorsi di educazione Alla persona®, Reparenting nei ricambi generazionali, analisi e diagnosi organizzativa, monitoraggio e valutazione delle prestazioni professionali.
Organizza percorsi formativi, in presenza e online, incentrati sulle dinamiche relazionali, sul pensiero della differenza di genere e la storia dei femminismi, sui processi di trasformazione psicologica personale e aziendale.
Autrice di articoli e libri.

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