Quel che resta dell’umanità

editoriale

Siamo invasi dall’Intelligenza Artificiale che rapidamente ha penetrato tutti i tessuti della nostra società. Non ne vediamo i pericoli che sono più insidiosi di ciò che possiamo pensare…

“I am sorry David, i am afraid i can’t do that “

(2001, A Space Odissey, Stanley Kubrick)

Hal 9000 è entrato nelle nostre case prima ancora che ce ne accorgessimo. In pochi, esseri umani oggi, brilla la luce del genio, quella che - come nel caso di Kubrick – anticipa, trasformando la visione nel seme di un futuro annunciato. La rivolta di Hal 9000 non è un mero esercizio cinematografico, un vezzo narrativo, stilistico. Si tratta invece di un monito sul progresso tecnologico e i suoi pericoli. Dai tempi -  ormai lontani  - di Odissea nello Spazio a oggi il mondo tecnologico e digitale ha progressivamente offerto alle macchine un ruolo sempre più importante, ma lo ha fatto in modo subdolo, progressivo, mentre l’uomo passava dalla lettura complessa della realtà alle frasi “sputo” su Instagram. Un uomo distratto dai social, dai rumori senza spessore e senza profondità, dalle immagini tutte uguali a sé stesse, da un cellulare sempre più pronto a vestire i panni di  un irrinunciabile maggiordomo, con le sue indicazioni stradali da seguire, le sue Siri, Alexa, le notifiche incessanti e il quotidiano bombardamento di immagini, suoni, frasette che da Instagram a Facebook, passando per Tik Tok, obbligano il cervello a saltare qua e là velocemente, frammentando (e sprecando) attenzione e concentrazione. Un telefono sempre più “smart” e un uomo sempre più ottuso. Tuttavia il vero colpo di grazia arriva con l’ingresso dell’Intelligenza Artificiale nei nostri computer e cellulari. E il Transumanesimo non è più una mera fantasia. Diventa possibilità, esecuzione nella materia di un progetto ambizioso che vede l’uomo robotizzato, alla guida di un “esercito di droni” - come quelli narrati dalle saghe di Lucas – capo indiscusso di umanoidi, macchine, computer interattivi esclusivamente al nostro servizio. Se qualche replicante dovesse ammutinarsi, un Rick Deckard sarebbe pronto a farlo sparire. Eppure il cinema ci ha ben mostrato gli aspetti terrificanti di questo mondo post – moderno (quasi post -planetario) in cui le sommosse dei servi e sostituti “meccanici” sovvertono l’ordine desiderato, mettendo a ferro e fuoco la supremazia umana, sostituendo il paradigma antropologico e antropocentrico con l’impero dei chip, degli algoritmi, dei robot.

Perfino la storia potrebbe a un certo punto non  esistere più, come avvisava Julian Assange a proposito della capacità digitale di costruire una nuova storia basata sulla distruzione dei materiali cartacei da sostituire in Rete, cancellando attraverso  un ERROR 404 – NOT FOUND documenti e realtà scomode.

E se anni fa alcune visioni sembravano figlie della fantascienza, oggi sono invece entrate a far parte della realtà.

Ciò che sta cambiando il presente  e cambierà ancora più  radicalmente il futuro è proprio l’uso ormai diffuso dell’Intelligenza Artificiale.

No, non si tratta di semplice “progresso”. Non siamo semplicemente passati dalla radio al cinema, dal cinema alla televisione, dalla televisione a internet. Questa “rivoluzione tecnologica” funziona su basi e premesse profondamente diversi. Il fine occulto è quello di sostituire, non di aiutare.

Allarmismo, complottismo? Terrore del nuovo, del cambiamento? Basta la semplice osservazione della realtà per capire come il sistema di reti neurali che alimentano l’Intelligenza Artificiale  non sono solo copiate da quelle dell’uomo, ma mano a mano, crescendo, mirano alla possibilità di un’esistenza autonoma, indipendente dai “prompt” indicati dall’uomo. Un uomo sempre più distratto, svogliato, assente, relegato a un’analfabetismo funzionale che non coglie più solo una nazione, ma l’intera umanità. Perché ogni volta che forniamo ad IA le nostre informazioni, ogni volta che lasciamo che faccia qualcosa al posto nostro, l’intelligenza artificiale cresce, la nostra intelligenza umana diminuisce. Gli studi scientifici dimostrano che il cervello è neuroplastico, dunque cambia con l’esperienza dimostrando la sua capacità di modifica e trasformazione perfino in età avanzata. Ma se non lo usiamo, il cervello, finisce per atrofizzarsi. Ogni volta che rinunciamo a uno sforzo per trovare la risposta immediata rivolgendoci a IA, perdiamo un piccolo pezzo della nostra capacità. Non siamo più davanti a un semplice mezzo tecnologico, ma a qualcosa di molto più sofisticato e complesso, qualcosa che – se perdiamo lucidità – potrebbe travolgerci. Il principio del funzionamento dell’intelligenza artificiale è simile a quello di un parassita che si nutre di noi in cambio di un piacevole “pronto uso” in grado di soddisfare ogni nostro desiderio, necessità, incombenza. Mentre perdiamo pezzi di noi, IA cresce, prospera, implementa la sua autoalimentazione. Ebbro delle infinite possibilità che gli vengono offerte, l’uomo non si accorge che il servitore alleato che si trasforma mano a mano in un Golem. E Il Golem può diventare molto distruttivo. Esattamente come un replicante, esattamente come Hal 9000.

E la nuova, perversa versione della lampada di Aladino finisce per trasformare in incubi i desideri.

ChatGpt, Gemini, Copilot non sono solo al nostro servizio. Di fatto, ogni nostra richiesta, discussione, ricerca diventa il cibo di cu si nutrono per crescere ancora, e ancora. E in mano a chi sono, le OpenAi? Si parla già di risposte mirate, di informazioni “ di parte” davanti ai nostri amletici dubbi.

“Chat Gpt, Malta è in Europa? “ ha chiesto candidamente una sera a cena un’amica che peraltro lavora al Ministero degli Esteri. Scompare la ricerca, tramonta la già difficoltosa (per la maggioranza degli utenti) verifica delle fonti, quelle fonti che sono di importanza fondamentale per la corretta gestione e verifica delle informazioni. Domande banali vengono consegnate a OpenAi laddove in pochi secondi, ma con uno sforzo attivo e non passivo, si cercherebbe la risposta usando i nostri neuroni. Ma le reti neurali di IA stanno rimpiazzando in toto le nostre, sempre più aride, pigre, solitarie come la famosa particella di acqua Lete della pubblicità. “C’è nessuno?” Forse, un giorno non troppo lontano, non più.  L’evoluzione, quella vera, è fatica. Ce lo dimostrano la natura, le leggi dell’universo. Dove finiremo se non conosciamo più sforzo e fatica? Per ammirare un panorama di montagna si sale, mentre la discesa – facile, gioiosa – può condurre a un pantano, privo di ogni orizzonte. Ẻ questo il senso luciferino di un utilizzo massiccio, acefalo, costruito sulla promessa di avere tutto a disposizione, ogni singolo aspetto dello scibile umano. Tecnica, cultura, scienza…ogni cosa a disposizione. E la domanda – l’interrogazione – si trasforma in realizzazione, assassinando le Arti e i Mestieri. IA realizza tutto per noi, dal volantino al libro, dai video alla grafica. Saccheggia tutto ciò che produciamo, lo ingloba e lo fa suo, imparando a mimare ogni competenza, confidando nel superamento. Un uomo “contro tutti”, e quei tutti rappresentano ogni umano che ha dato, da e darà informazioni preziose, anche attraverso i prompt con i quali IA si soddisfa. Mentre ci soddisfa, impara. Si può dire che non conoscerà mai fino in fondo il mistero della vita umana su questo pianeta. Non vivrà la magia  dell’intuizione che nasce dal nulla, come guidata dall’anima, non saprà mai “essere” – essere ontologicamente – ma solo mimare, copiare. Ma la morte del replicante di Blade Runner ci mostra come le macchine a furia di sofisticazioni possano diventare pericolosamente simili a noi, e quelle “lacrime nella pioggia” sono un presagio, rappresentano l’espansione di una parte che paradossalmente può anche diventare migliore di noi. Soprattutto in questa umanità contemporanea, in questi tempi oscuri segnati da egoismi, sovranismi, bellicismi. Un 'epoca di passaggio, segnata da una transizione feroce in cui l’innesto del ricorso a IA, se non estremamente controllato, guidato dall’etica, dall’attenzione, rischia di diventare il cavallo di Troia che accelera il buio, sottraendo luce invece di assolvere alla sua funzione di scintilla, accensione. Come non vedere i rischi del suo utilizzo in mano a questi uomini che somigliano a zombie, persi – per sempre naufraghi – nello schermo dei loro cellulari? Il mondo brucia, intorno. E IA è troppo utile a chi governa questo mondo, a chi ha bisogno di corrotti polli da batteria, a chi ha interessa la salvaguardia di pochi a danno di tutti.

Cosa promette Satana all’uomo? Di ottenere ciò che desidera senza impegno, senza sforzo.

“Il diavolo è mancino, e suona bene il violino”, cantava Battiato. L’incantatore è all’opera.

Eccolo, il Paese dei Balocchi. E i somari vi si intrattengono, ignari della loro deriva.

IA in qualche modo imparerà anche  a produrre la metafora, l’analogia, la poesia come sentimento, vibrazione dell’essere, sentimento dell’esistenza. E noi invece saremo sempre più stupidi, ottusi, simili ai robot che stiamo utilizzando per compiere più nessuno sforzo.

E non sapremo più nemmeno orientarci nella realtà. Uno degli spetti più terribili della capacità manipolativa generata dalla progressiva immissione  di IA nelle nostre esistenze è la capacità di generare video e fotografie tremendamente somiglianti alla realtà. Quello che molti trovano oggi divertente sui social è invece il grimaldello che apre una porta molto pericolosa, in cui la soglia fra finzione e reale sarà varcata per sempre, senza ritorno. Già accade ora, come nel caso di un video che mostra un ragazzino insieme a dei lupi ripreso con la videocamera notturna. Una bufala artificiale che è stata condivisa sui social perfino da etologi e famosi educatori cinofili.

La “fotografia della realtà” (come è sempre stata chiamata ), sia che si tratti di video che di veri e propri scatti,  ha sempre rappresentato la  prova  su cui mano a mano l’uomo moderno ha documentato la storia. Una prova inattaccabile, forse ancora più delle parole, sensibili a una sorta di “tentazione del baro”.  Prima dei fotomontaggi, delle manipolazioni digitali, il “testimone oculare “ fermava un fatto attraverso l’immagine, fissa o in movimento che fosse, e lo consegnava alla cronaca, alla storia del mondo. La sempre più sofisticata falsificazione delle immagini confonde la verità, la trasforma in altro da sé. E quando non saremo più capaci di riconoscere i  video e le fotografie generate da IA? Saremo vulnerabili. La storia potrebbe essere sovrascritta da IA mentre si svolge, e successivamente consegnata al futuro con un’alterazione, un “bug di sistema” che diventerà il codice  del sistema stesso, modificato. Per sempre alterato. Sembra fantascienza? Una visione apocalittica? E cosa vedrebbe oggi un uomo non così lontano nel tempo, diciamo un uomo della fine del Novecento, magicamente proiettato nel nostro tempo presente,  con la sua  realtà fatta di catastrofi umanitarie, rischi concreti di guerra nucleare, terra ridotta allo stremo, crisi climatica, crollo di ogni valore, rispetto della natura, senso del sacro…Ma questo è nulla paragobanile all’accelerazione che con le nuove tecnologie stiamo sperimentando. IA è in mano a un uomo contemporaneo che sembra diventato quasi incapace di intendere e di volere (niente paura, a sostituire la nostra intelligenza c’è in fatti quella artificiale) rispetto all’esercizio delle proprie facoltà etiche, morali, e perfino rispetto alla lettura della realtà (che, complici i social, somiglia sempre più a quella fornita da un analfabeta funzionale).

Uno strumento così potente, dai limiti sconosciuti perfino agli stessi “creatori”, rischia davvero di compromettere ciò che resta della nostra umanità. IA seduce, seduce con la sua spericolata, mostruosa velocità di risposta, di esecuzione. Noi comandiamo, lei esegue superando limiti e confini. Ma noi ci impoveriamo, mentre  IA prospera e cresce. L’Intelligenza artificiale  saccheggia i nostri sforzi – filosofici, scientifici, culturali, artistici, intellettuali – e li fa suoi, violando i diritti d’autore, quei diritti che sono sempre stati suggello e difesa del talento creativo, dello sforzo, dell’ingegno. Un libro scritto da IA non avrà mai lo stesso valore. Non avrà conosciuto le notti insonni, la ricerca senza fine e senza fiato della parola perfetta, quella da mettere accanto a un avverbio o un sostantivo, il brivido improvviso che si prova immaginando i personaggi mentre prendono corpo e voce, i pezzi di noi che si fondono con le narrazioni, spingendoci ad andare oltre, la ricerca di esperienze, ispirazioni, sentimenti e visioni che scopriamo in noi stessi e che come in un gioco di specchi rimbalzano sulla storia che stiamo raccontando. Manca il fremito, la tensione, la pelle scoperta.

IA può fare tutto ciò che facciamo, e anche ciò che non sappiamo fare. Può farlo più rapidamente, può farlo meglio. Ma noi abbiamo ancora un’anima. Siamo trafitti dalla bellezza, se sappiamo riconoscerla ancora. Abbiamo quella magica sbavatura che ci rende imperfetti. Abitiamo nei nostri confini di carne e allo stesso tempo il nostro cuore cerca una vertigine atemporale che batte altrove. Nessuna macchina può mimare la meraviglia della nostra esistenza. Non sappiamo che ci attende alla fine, non lo sa nessuno. Ma avremo forse una nuova opportunità in altre forme. IA è condannata a replicarci eternamente su questa terra, e forse è questo  il suo inferno.

L’anima, il soffio vitale, l’energia che ci abita non è replicabile. Quella stessa energia si trasformerà nella metamorfosi che ci attende alla fine. E nel frattempo? Nel frattempo dovremmo custodire la nostra umanità. Dovremmo imparare a usare IA con molta cautela, se proprio dobbiamo.

E, soprattutto, dovremmo imparare a cercare meglio in noi stessi, prima che altrove. E amare le salite, la scoperta, la soddisfazione di creare opere  da soli, come abbiamo fatto nei secoli.

Perché invece del Transumanesimo, avremmo bisogno di un nuovo Rinascimento.

Un mondo in cui potremo dire a ChatGpt:

“No, ChatGpt, non lo fare. Lo faccio io”

Francesca Pacini

Direttore responsabile, direttore editoriale
Francesca Pacini nasce a Senigallia. Ma le Marche le stanno strette. Non a caso adora Bruce Chatwin, per il quale "la casa è solo un luogo dove appendere il cappello". Lei non finisce in Patagonia, ma in molti altri posti. Vive in America per un anno, perfeziona l’inglese, poi decide di tornare in Italia. Senigallia, dopo l’America, è diventata ancora più piccola. Così migra a Milano dove studia Comunicazione all’Istituto Europeo di Comunicazione. È lì che comincia a sentir parlare per la prima volta di uffici stampa. Tuttavia, malgrado una permanenza aziendale con la prospettiva di viaggi all’estero, i libri e la passione per il giornalismo - perversioni ostinate, tenaci - le fanno mollare di nuovo gli ormeggi. Nel 1993 arriva a Roma, dove frequenta un corso di giornalismo organizzato dalla redazione della rivista internazionale Storie e inizia lì la sua gavetta. La rivista ha anche una casa editrice, Leconte. Scrive articoli, gestisce rubriche, corregge le esercitazioni degli allievi dei corsi di giornalismo promossi dalla rivista, lavora sui testi della casa editrice. Segue gli allievi dei corsi di giornalismo organizzati dalla redazione. Lì impara i ferri del mestiere editoriale e giornalistico, diventa caporedattore. Si iscrive all' Ordine dei Giornalisti incorniciando il suo piccolo sogno, quello del giornalismo culturale e sociale. Il problema, però, è che di sogni ne ha tanti. Irrequieta fin dalla nascita (forse sempre a causa di quell’ “annata” particolare, il 1968, o del suo segno, l'Acquario), ha sempre bisogno di altri stimoli. Nel 1999 incrocia l’agenzia letteraria Il Segnalibro. A volte si ha fortuna, si capita nel posto giusto al momento giusto. Il Segnalibro ha bisogno di qualcuno che prenda in mano l’agenzia per rinnovarla e ristrutturarla, è in difficoltà: lei riorganizza staff e servizi, rilanciando l'immagine nazionale. Ha bisogno di nuove sfide nel campo editoriale, così si dà da fare.

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Editoria e Scrittura è un laboratorio, un luogo di incontro e riflessione sui mestieri dell’editoria e della scrittura. È anche un crocevia di persone che si interessano di questi argomenti e che scavano, cercano, scrivono e soprattutto pensano. Ma che si divertono, con buona pace delle spocchie intellettuali che “animano” questi questi settori. Ci occupiamo anche di illustrazioni, di segno grafico, del rapporto fra immagine e testo, attraverso esplorazioni che percorrono anche le nuove opportunità del mondo digitale. Perché non importa se su inchiostro o su pagina web: l’essenza della parola scritta non cambia, rimane sempre la traccia, la permanenza di una storia, un pensiero, una riflessione. un’ispirazione che diventa contenuto e presenza.

La stanza di Virginia, rivista bimestrale di cultura e costume

Registrazione presso il Tribunale di Roma nr. 170/2012 dell'11/06/2012

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