Solo l'empatia ci salverà

editoriale

Il pianeta che abitiamo sembra precipitare sull’orlo di un abisso. Guerre volute da psicopatici al potere, demolizione del diritto internazionale che sta cadendo bomba dopo bomba, aggressione dopo aggressione, incuria nella tutela della natura e delle sue risorse, indifferenza alle sorti del prossimo, figlia di quella corsa al capitalismo che fa dell’individuo l’unico centro del mondo mentre gli altri sono “merci”, oggetti da sfruttare per un tornaconto che è sempre e soltanto il proprio.

Crollano gli ultimi avamposti di quelli che erano considerati valori, come la democrazia, il rispetto dei diritti umani, la difesa dei più fragili, mentre “Dio, patria e famiglia” sono diventati i servi del Dio americano che incendia il mondo con le sue guerre. Un dio minore dunque, il nostro, italiano ed europeo,  che è ancora allacciato – malgrado gli strattoni politici – al grande Dio a stelle e strisce che attacca gli “eretici del petrolio” e combatte per procura, quella di Israele, mentre allarga la crepa in cui si sta infilando tutto quello che resta dell’umanità.

Intorno la massa è sempre più simile a morti viventi che al posto della lotta per la giustizia brandiscono il cellulare gettandosi nelle risse sui social, in cui la gleba trova finalmente il suo minuto di trono lanciandosi in attacchi bellici al pensiero altrui,  probabilmente incapace di generarne uno individuale.  La barbarie mentale che osserviamo su questi mezzi altro non è che il riflesso digitale di un uomo  a cui viene a mancare la capacità di ragionare, di verificare il reale e la sua complessità. Analfabeti del nuovo millennio, gli esseri umani faticano a trovare la profondità fra le scorpacciate di Instagram stories e la voluta, forzata distrazione attraverso l’elogio dell’imbecillità, premiata sui social dai  contenuti per dementi, con nutrizionisti che sembrano usciti da una copertina di Vogue, ragazze troglodite che mangiano bistecche vantandosi di non “evacuare”e video di gattini acchiappa- like e scarica- neuroni. 

Il mondo sta cambiando, l’uomo sta cambiando. Le visioni di Kubrick e Lucas non sono più così distanti. Glo eserciti di umanoidi e replicanti sono già qui, pronti a sostituirci.

“Solo la bellezza salverà il mondo”, scriveva il genio di Dostoevskij, l’uomo che più di chiunque altro è riuscito a raccontare vizi e virtù dell’umanità, fra ombre, passioni, tensioni di vita e di morte e il lucido ritratto di una società che ha consegnato all’eternità.

Sì,  la bellezza ci ha sempre aiutati. Ma non ci ha salvati. Attraverso l’arte, il cinema, la letteratura, l’estetica della natura, la bellezza  è sempre  stata un rifugio, un covo, una nicchia nella quale infilarsi per sfuggire ai tempi cupi, ai disordini sociali, professionali, familiari e anche intimi, personali. La bellezza è sempre stata l’ala che ci ha protetto, è stata il mantello di stelle nel quale depositare sogni e visioni. I nostri demoni hanno taciuto – almeno per un po’ – davanti alla grazia del Bello.

La bellezza ha soccorso non solo poeti e intellettuali ma tutti, davvero tutti. Le foglie rosse che scivolano giù annunciando il declino del sole, le simmetrie  di un volto  incrociato per strada, il piacere di un borgo nascosto in una terra straniera.

Ma non basta a salvare il mondo, la bellezza. Non bastava ieri, non basta oggi.

E cosa lo salva, allora?  Parafrasando Dostoevskij si potrebbe dire che forse solo l’empatia può salvare il mondo.

Cos’è l’empatia? Ẻ la capacità di comprendere l’altro, di mettersi nei suoi panni, escludendo la nostra visione personale, e il giudizio morale. Le scienze umane hanno di mostrato che si tratta di un fatto biologico, che non nasce da nessuno sforzo intellettuale.

Agli studi di Darwin si sono affiancate le scoperte sui neuroni specchio di  Rizzolatti che dimostrano la presenza - verificata attraverso la diagnostica per immagini – di cellule in cui non viene più fatta distinzione tra chi compie un’azione e chi la osserva.
Dai primati all’uomo, gli studi hanno confermato l’attivazione della medesima area cerebrale davanti all’emozione sperimentata da altri. 

Ed è un dono importante quello che ci viene consegnato dalla biologia. Un dono che parla di relazione in un mondo sempre più racchiuso dentro scatole isolate, dallo smartphone al computer, dalla casa alla macchina. Convinto di essere connesso, l’uomo perde invece il rapporto reale con ciò che è fuori da sé.

Tutto è in relazione, come dimostrano le piante. La fisica quantistica ha rivoluzionato la visione meccanicista eppure ancora oggi non si vive fino in fondo il potenziale immenso, rivoluzionario, di questa consapevolezza (che deve anche passare all’azione). Ci ostiniamo ancora a pensarci “separati”, a credere che se qualcosa accade lontano da noi allora non ci riguarda (Einstein ce lo ha fatto capire bene, ma lo scordiamo) perché siamo immersi in un modello di mondo individuale e competitivo, un mondo in cui si deve accumulare, sfruttare, arrivare primi lasciando dietro gli altri. E se la tecnologia sembra venirci in aiuto, in realtà l’universo digitale ci separa ancora di più dalla complessità del reale, con le sue relazioni, le sue sfumature. Non a caso studi scientifici hanno dimostrato che l’uso di Facebook e Instagram nuoce all’empatia, sviluppando o consolidando atteggiamenti narcisistici in cui l’altro da sé non viene visto. Bisogna tornare all’uomo, alle nuvole, alla terra.

“Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all’uomo. Ama la nuvola la macchina il libro
ma innanzi tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza
del ramo che si secca
del pianeta che si spegne
dell’animale infermo
ma innanzitutto la tristezza dell’uomo”

I magnifici, struggenti versi di Hikmet ci ricordano che dobbiamo essere nella vita. Ascoltarla. Vivere le sue relazioni.

Ma come facciamo a sentire la tristezza di un ramo che si secca?  Attraverso l’empatia. Ẻ l’ascolto empatico che ci porta fuori da noi, verso nuove esperienze, verso l’altro da sé, con le sue gioie, i suoi dolori, la sua unica, irripetibile essenza.

L’empatia è più vicina al cuore che alla mente. Nessuna imposizione etica, nessuna prescrizione  intellettuale. Il fatto che anche gli animali siano capaci di essere empatici deve renderci più umili e più fratelli.

Ci vuole una rivoluzione del cuore. Abbiamo avuto rivoluzioni politiche, rivoluzioni sociali, rivoluzioni intellettuali. Ma siamo finiti con il tornare sempre sugli stessi luoghi tristi, come in un gioco dell’oca. Più “civilizzati”, tecnologici, moderni, eppure sempre alla prese con la bruttezza di un mondo che oggi è solo capace di guerre.

Dobbiamo invece guardare davvero gli altri, sentire cosa sentono, e diventare parte di un flusso. Allora magari saremo in grado di smettere l’indifferenza, di allontanarci dalla compassione intermittente, che si attiva solo quando qualcosa ci è caro. Potremo guardarci negli occhi e finalmente  non sopportare più il dolore dell’altro. E faremo qualcosa per farlo cessare.

“Nessun uomo è un’isola”, scriveva John Donne. E l’empatia è il mare che ci collega, tutti. Dobbiamo solo tornare capaci di ascoltare, di vedere, di sentire.

Forse neanche l’empatia sarà capace di salvare il mondo. Ma, certamente, ne farà un posto migliore.


Francesca Pacini

Direttore responsabile, direttore editoriale
Francesca Pacini nasce a Senigallia. Ma le Marche le stanno strette. Non a caso adora Bruce Chatwin, per il quale "la casa è solo un luogo dove appendere il cappello". Lei non finisce in Patagonia, ma in molti altri posti. Vive in America per un anno, perfeziona l’inglese, poi decide di tornare in Italia. Senigallia, dopo l’America, è diventata ancora più piccola. Così migra a Milano dove studia Comunicazione all’Istituto Europeo di Comunicazione. È lì che comincia a sentir parlare per la prima volta di uffici stampa. Tuttavia, malgrado una permanenza aziendale con la prospettiva di viaggi all’estero, i libri e la passione per il giornalismo - perversioni ostinate, tenaci - le fanno mollare di nuovo gli ormeggi. Nel 1993 arriva a Roma, dove frequenta un corso di giornalismo organizzato dalla redazione della rivista internazionale Storie e inizia lì la sua gavetta. La rivista ha anche una casa editrice, Leconte. Scrive articoli, gestisce rubriche, corregge le esercitazioni degli allievi dei corsi di giornalismo promossi dalla rivista, lavora sui testi della casa editrice. Segue gli allievi dei corsi di giornalismo organizzati dalla redazione. Lì impara i ferri del mestiere editoriale e giornalistico, diventa caporedattore. Si iscrive all' Ordine dei Giornalisti incorniciando il suo piccolo sogno, quello del giornalismo culturale e sociale. Il problema, però, è che di sogni ne ha tanti. Irrequieta fin dalla nascita (forse sempre a causa di quell’ “annata” particolare, il 1968, o del suo segno, l'Acquario), ha sempre bisogno di altri stimoli. Nel 1999 incrocia l’agenzia letteraria Il Segnalibro. A volte si ha fortuna, si capita nel posto giusto al momento giusto. Il Segnalibro ha bisogno di qualcuno che prenda in mano l’agenzia per rinnovarla e ristrutturarla, è in difficoltà: lei riorganizza staff e servizi, rilanciando l'immagine nazionale. Ha bisogno di nuove sfide nel campo editoriale, così si dà da fare.

Editoria e Scrittura è un laboratorio, un luogo di incontro e riflessione sui mestieri dell’editoria e della scrittura. È anche un crocevia di persone che si interessano di questi argomenti e che scavano, cercano, scrivono e soprattutto pensano. Ma che si divertono, con buona pace delle spocchie intellettuali che “animano” questi questi settori. Ci occupiamo anche di illustrazioni, di segno grafico, del rapporto fra immagine e testo, attraverso esplorazioni che percorrono anche le nuove opportunità del mondo digitale. Perché non importa se su inchiostro o su pagina web: l’essenza della parola scritta non cambia, rimane sempre la traccia, la permanenza di una storia, un pensiero, una riflessione. un’ispirazione che diventa contenuto e presenza.

La stanza di Virginia, rivista bimestrale di cultura e costume

Registrazione presso il Tribunale di Roma nr. 170/2012 dell'11/06/2012

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