Picasso, periodo blu


A Julio.

Non possono cominciare diversamente dei fogli che ti raccontino, che ti contengano come una vasca contiene un salmone che si dimena con l’insistenza di un pesce rosso in un acquario. Non può essere che così, perché tu sei sempre stata dislocazione e distanza, qui e non qui, distopia ed entropia. Quando non c’eri, persistevi nei cerchi di fumo delle sigarette, nei biglietti del metrò che piovevano come tanti tentativi di perdermi, perderti, ritrovandomi come un gatto con la pancia all’aria in un vicolo assolato. Quando eri con me, la tentazione del tu, dei tuoi capelli sciolti in cui scioglievi i nodi tuoi e miei e il calore d’agosto, qui e non qui, in una piazza qualunque di Roma o di una città europea o un belvedere di una metropoli sudamericana, soffiavi la nostalgia come un vento tropicale di note musicali e occhi rossi e pomeriggi interminabili, sognandoti mentre c’eri. E ci saresti stata ancor di più di fronte a quella linea dell’orizzonte, avresti fatto ancora più chiasso, bambina capricciosa amore mio, guardando quel mare di cui non capivamo la lingua, e io avrei capito, io che capisco tanto bene quello che si ostina a picchiare con guanti di seta, avrei capito che quella linea in fondo alla curva del cielo sarebbe finita nel palmo della tua mano, la mano destra, perché le linee si vedevano meglio, e chissà perché quella dell’amore era sempre la meno dritta, se con quella tu rassettavi le lenzuola dove il tuo trucco ti disfaceva, se con quella ti toccavi in mezzo alle cosce con l’eleganza di un cigno selvatico, se con quella mi toccavi il cazzo amore mio orsacchiotta mia, con una passione da documentarista sudamericana, prima di lasciarla aperta sul tuo seno, e pur essendo qui io ti inventavo, ti inventavo anche se eri davanti a me, dritta nella tempesta attorno a noi.

C’eri e non c’eri, c’eri nei tuoi occhi che erano i miei che guardavano i tuoi, nelle ventate delle palpebre che erano come diapositive che mandavi dalle città viste e non viste, perché questo avevano i tuoi occhi, erano pieni della nostalgia delle cose, dei colori di Lisbona per esempio, quel bianco che annegava nell’oceano, o dei tetti di Parigi, l’oro dei tetti quando il sole scioglie lo zucchero filato sulla Senna. Ed erano anche pieni, all’alba, perché ogni cosa era il suo contrario e l’anticipava e lo posticipava, erano pieni all’alba dei tramonti africani, di quel sole tunisino che era una punta di spillo a Cartagine, a Sidi Bou Said, dove ho comprato un braccialetto con i caratteri arabi per non perdermi negli incroci dei venti, o a Saragozza, là dove invece i venti non c’erano e se c’erano erano gorghi intrappolati nelle crepe dei palazzi del centro. Perché il tempo è questo confuso sparpagliarsi di carte, cartigli, lettere non scritte come rinunce inconfessabili, e minacce di uragani e vagoni di metropolitana, il tempo è solo un vuoto circondato dai tuoi perché, dai come, dai miei forse, dai miei se solo, se solo il tempo potesse riavvolgersi e racchiudere ancora i tuoi fianchi e inchiodarmi amore mio orsacchiotta mia cucciolo, inchiodarmi a una tua gigantografia conMontparnasse alle tue spalle, ma ritrovarsi infine sempre qui,immaginandoti ricordandoti prevedendoti, sognando Modigliani e Cortázar e il cinema di Almodóvar e dirsi: ecco, è questo il tempo, e soffiarci dentro forte per vedere se i bastoncini dello Shangai cadono con il fragore di una diga che si spezza.

Mi ricordo, e dovresti ricordare anche tu, la prima volta fu in aeroporto, dove si attendono gli amanti da un viaggio oltremondano, e infatti quando ti vidi avevi della polvere infernale sulle spalle. Fu allora che capii che quello che chiamavo amarci ero io che soffiavo, ancora soffiare un vento umano, ero io che soffiavo sulle tue polveri mentre tu mi davi la schiena, e a nulla valevano le mie storie di mitologia greca, a nulla servivano le mie mille varianti di Amore e Psiche, o la gestualità innamorata mentre ti parlavo del Bosforo, di quel navigare le sue acque di libertà. E amarsi era ancorascavalcare quel parapetto del ponte a Firenze, nell’ora in cui si chiudono le imposte, festeggiando con un Chianti la mia permeabilità, si tesoro mio brutta stronza, la mia forte permeabilità alle tele di Klimt e ai rovesci del tempo, allo smalto delle tue unghie e a tutta una serie di oroscopi sbagliati.Perché tu sei sempre stata al di fuori del cerchio magico che, come un cane, avevo circoscritto con quattro pisciatine essenziali, quello stesso cerchio magico in cui volevo confinarti a forza di orgasmi che mi negavi, oh sì, e non servì neanche tutta la sangria di Viareggio la notte di Carnevale per quelli,  quel cerchio magico in cui ti avrei spogliata e legata come un idolo africano, accendendo delle pire intorno a te, come per rendere omaggio a un temibile nemico ormai vinto, come per intrappolarti sempre nell’ultimo passante della cintura. Perché questo era amarsi, mi pare, ora che l'urgenza delle maree e l’ossessione dei treni non perturbano più l’aria di fine maggio, ora che di Siena non rimane che il ricordo di una magnifica piazza mascherata, di una torre scossa dalle correnti, del tuo ciclo che tra poco finisce, finirà, ora che il lungomare di Napoli vorrà dire solamente l’amore per i cani randagi e le partite a carte per eludere la tua poca voglia di fare l’amore, ora che di Parigi non rimane che un campionario e un cimitero di occasioni perdute, ora che Parigi vorrà significare sempre una donna bellissima con i tratti sfigurati dal piacere che mai avrà il tuo volto, o una mostra d’avanguardia silenziosamente intensa come una guerra fredda, sì brutta stronza amore mio puttana, tu che sei qui e non sei qui, orsacchiotta non mia come il tuo peluche preferito, tuo e non mio, tu che non sei qui.

Perché in principio fu una mancanza, un’ansia di sostituzione, uno slittamento su altri binari diversi da quelli ordinari, per me era certamente questo, così non so dirti se ero io davvero quello che tu aspettavi in piedi nella piccola stazione tirrenica, o se forse la parte migliore di me era rimasta davanti alla macchina vidimatrice nella stazione di partenza, tenendo in mano un biglietto che era un lasciapassare di fantasmi colorati o il senso di appartenenza a una vita, così mi pare che si chiami ciò che avviene a Cenerentola dopo la mezzanotte, una vita che potesse dormire tra i tuoi seni. E così mi aspettavi senza clamore, con la fatale rassegnazione dei nomadi del deserto, privando gli incontri della grazia e camuffando i congedi, sempre con quella disposizione al minimalismo, quel solleticoirriverente che a volte prudeva nel tuo pancino di lucertola, perché tu c’eri soprattutto quando pulsavi in altre vite, in altri ritmi, in altri regni animali, in altre latitudini incerte. E potresti dirlo ora, potresti raccontarlo senza paura, con quanta cura scegliemmo in quel supermercato i tuoi vini e il mio limoncello, come per rendere più veloce quello che il destino aveva già in serbo per noi, semplici esecutori di misteriose corrispondenze da evadere. E non penserai, perché tanto l’oblio si legherà ai tuoi atomi di ossigeno, alle tue caramelle gelatinose e a tutti i condom che ti saranno necessari, non penserai che fu un attimo passare dal tavolo del tuo salotto al balcone,vedere se eravamo ben compresi da quella notte come una coperta tirata ben bene fin sulle spalle, e baciare il tuo corpo, cominciando dalla tenerezza di una testa che si posa su una spalla, e poi il tuo collo da giraffa, il tuo bel collo Modigliani prima della bocca e i seni, prima di toglierti le mutandine con una disinvoltura così falsa, e studiare ogni millimetro della tua pelle con la passione di un entomologo innamorato, riscoprire il flusso di tutti i vasi sanguigni dimenticati e riattivare flussi misteriosi con un sapore acido nella bocca, e una sequenza interminabile di capriole nell’aria, di volatili migrazioni stagionali, di correnti avverse risalite dai salmoni, di pinguini che svernano, di triangoli illuminati delle api, diorsacchiotte golose che suggono il miele, perché tu eri un’orsacchiotta amore mio, un’orsacchiottache sapeva fermarsi un attimo prima che i fiumi esondassero.

I film francesi di Truffaut ora, quella macchina che chiudeva Jules e Jim e che portava in sé degli amanti poco vigili, uguale alla fine del racconto di Julio con i vetri infranti di un'auto attorno a un albero di quercia, e soprattutto la conclusione di un film che sentenziava “ni sans toi ni avec toi”, e che suonava come una terribile premonizione all’inizio, quando l’inverno era come un gatto acquattato dietro i rami spogli e le tue ossa umide. Perché quello che serviva era una scorta infinitadi combustibile per  le mani e per i piedi, e che mai il fianco avvertisse una strana sospensione d’aria, come l’assenza di un contatto umano. Provo, adesso, a capire come la parola fine abbia messo le proprie zampette di ragno immondo sulla sua preda, e mi dico allora che fu perché mai ti chiesi di metterti il burro di cacao sulle labbra, di legarti i capelli come faresti nella calura estiva, mai ti chiesi di risaltare i tuoi occhi con la matita, per assomigliare a quella geisha sulla stampa veneziana che tanto ti piaceva, e ancora non ti imposi di cominciare a studiare la tua lingua dal primo capitolo della grammatica, circondati dalla serenità delle dispense piene, dai ricambi di intimo necessari o dal tubetto di dentifricio nel suo vasetto in bagno.

E ancora, non ti imposi di lasciarmi fare, o almeno non quanto avrei voluto, dal momento che tu sorvegliavi la tua intimità come un Cerbero rabbioso, come intuissi che superando le tue colonne d’Ercole avrei raggiunto il punto di non ritorno, ritrovandomi in bui fondali marini, e tu allora mi avresti salvato in fondo, riconsegnato di nuovo al dominio di me stesso, un Ulisse rimasto invulnerabile al canto delle sirene.

Eppure, ti nego ogni forma di assoluzione, perché le nostre passeggiate a Roma, la mia Roma, erano una promessa di geometrie conciliabili che tu non hai attaccato al tuo girovita, e appresi quasi fin da subito che per te la vita si snodava come un film muto, dal momento che tutte le battaglie del tuo cuore avevano la discrezione delle campane di vetro dei negozi di souvenir, e pensa che la mia compostezza ne ruppe una, invece, in una Sankt Moritz gelida dove ancora dormivi nel silenzio delle nevi. Avrei dovuto capire, da questa diversa ruvidezza nelle mani, che avevamo due modi diversi di stare al mondo, criticamente distaccato dall’eccesso di passione il tuo, eccessivamente passionale senza alcun critico distacco il mio, e questo chiasmo in antinomia ci accompagnò sempre come un presagio cattivo, impedendo l’incontro favorevole delle nostre case zodiacali, dei nostri tessuti genitali, di parole timide come dei conigli nascosti nella lattuga e che infatti mai utilizzammo per darci un tono, mentre io pensavo dolcemente al monologo di Marion ne Il cielo sopra Berlino (“guarda, i miei occhi sono l’immagine della necessità”).

Fu allora che ti sentisti meglio, credo, quando per la prima volta ti mostrai la fontana di Trevi che, per un perverso gioco del destino, nella tua lingua è nota come la fontana dell’amore, e forse fu quello l’unico momento (ricordi, eravamo circondati da troppi turisti giapponesi e cominciavamo a desiderarci) in cui le nostre due mani si giunsero senza destare sospetto, senza neanche quel solletico di privilegio e follia che si accende negli amanti del Pont-Neuf. Nello stesso momento, davanti a uno due tre spritz perché fuori cominciava a piovere forte e i cani ci venivano incontro con le bocche fumanti, ingenuamente mi nascondevo che in realtà tu ed io ci stavamo allontanando sempre più, invisibilmente, come quando nella galleria degli Uffizi tu andavi a caccia di ritratti ottomani, e invece io sognavo Gauguin, Mondrian e Mirò, e un altro paese che mi imponesse la necessità di una tabula rasa, di panni bianchi ad asciugare sui fili penzolanti di una città dorata sul mare, di un’altra lingua che era un modo di ritrovarmi a isolare dalla folla un volto che desse un senso alla vita, un petto, un ventre, una gola, che so. E si poteva avere quella pigra inclinazione alle voluttà come i gatti di Istanbul, questo pensavo dentro di me, mentre ti vedevo sorseggiare quel vino siciliano che adoravi, e guarda il caso proprio Istanbul piaceva a me e non a te, e non potevi misurare la pena che mi dava, perché mai ti confidai che non riesco a misurarmi nello spazio e nel tempo se non davanti a una donna che guardo come il vetro di uno specchio.

Ma ora, ora che quasi una stagione si è chiusa senza te, ora che l’effetto ottico è cambiato come nella finta cupola di una chiesa romana dove non ti ho portata, ora che quello che ruggiva di notte con un latrato di bestia minacciosa o quello che moriva in fondo alle tazze del caffè o sul palmo umido di una mano e le tue labbra, ora che tutto questo si è trasformato nei tendini impegnati nella scrittura, in un quadro cubista, in un qualsiasi film di Buñuel, in ponderati soliloqui, in letture di poeti argentini, veneri solitarie e sonate rivisitate di Chopin, ora posso guardare a quello che eravamo e collocarlo tra le prove di un montaggio non riuscito, tra le incertezze di un regista con tutto il suogirato a disposizione, nella fredda solitudine di uno studio che raccoglie i poster di tutti i più bei film del mondo. O dev’essere stato anche a causa di un’incomprensione dei nervi ottici, di  una direzione diversa dello sguardo, e i nostri non si sostenevano che per pochi secondi, senza capirsi in fondo, senza che la teoria dei vasi comunicanti governasse anche il travaso delle pupille, ora che tu guardi con ribrezzo il moto di un insetto su una foglia di insalata, e invece il mio sguardo prende la forma dell’oblò dell’aereo in cui mi trovo, lontano da te, sempre più piccola, piccola, un puntino come un neo o del sebo sul viso, una piccola impertinenza da scacciare nel cielo, ora che anche l’ultima ruota si è levata da terra e la punta dell’aereo guarda verso su.

Lorenzo Giacinto -

Romano, ma con spiccata propensione al cosmopolitismo. Laterale, eversivo, surrealista, ironico ed autoironico. Amante dei fuochi fatui e, come Lamartine e Loti, smodatamente attratto dall'Oriente. Gli piacciono tanto i dipinti di Modigliani, i film della Nouvelle Vague, i tramonti di Istanbul.

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