L'ultimo bacio che l'AI non potrà ricordare

Cinema Maragoni

Nuovo cinema Paradiso ai tempi dell’Intelligenza Artificiale. Cosa succede?

Che cosa ci suggeriscono, oggi, quei baci finali narrati da Tornatore?

C'è una scena in “Nuovo Cinema Paradiso”, l’opera da Oscar 1990 di Giuseppe Tornatore, che arriva quando ormai il film sembra aver già detto tutto.

Totò, il protagonista, torna nel paese dov'è cresciuto. Alfredo, il proiezionista suo amico, non c'è più. Nella sala del cinema, rimasta in silenzio e chiusa per molto tempo, lo attende una bobina lasciata in eredità. Salvatore la inserisce nel proiettore e sullo schermo iniziano a scorrere immagini di baci che, per anni, erano state tagliate dalla censura.

Non è un finale costruito per commuovere. Commuovono quelle immagini che hanno atteso il loro momento per mostrarsi.

Ogni bacio racconta storie invisibili: la mano che aveva fermato la pellicola non immaginava che, molto tempo dopo, qualcuno le avrebbe ridato vita.

Alfredo non aveva conservato soltanto delle scene, aveva custodito il tempo.

Forse è per questo che torno a pensare a quella scena ogni volta che sento parlare di intelligenza artificiale.

Spesso immaginiamo l'AI come fosse un autore. Scrive, genera immagini, costruisce video, compone musica. Perciò è naturale pensarla come qualcosa che crea. Eppure, prima di produrre qualunque cosa, è stata impegnata in un'altra attività, e continua a farlo: osserva e ascolta.

Milioni di fotografie, pagine, dialoghi, sequenze cinematografiche, brani musicali.

Nessun essere umano, neppure il cinefilo più ostinato, riuscirebbe in una vita a guardare tutto ciò che un modello ha analizzato durante il suo addestramento.

Potremmo definirlo: il primo spettatore della storia a conoscere e vedere gran parte della produzione cinematografica esistente.

Con una differenza decisiva: non ha mai fatto la fila per il biglietto.

Il dettaglio a cui dovremmo far caso è la memoria, che rende tanto vicini e al tempo stesso lontani il personaggio di Alfredo e i modelli AI.

Alfredo non conserva tutto, ma soltanto ciò che ritiene degno di essere ricordato. Ogni ritaglio di pellicola è il risultato di una rinuncia; qualcosa si perde, qualcosa rimane. Un’assunzione di responsabilità.

L'intelligenza artificiale lavora al contrario. Non protegge un ricordo, assimila infinite quantità di materiale, ne individua presenze, costruisce correlazioni, riconosce schemi.

Alfredo lascia la propria impronta, l’AI insegue e propone la regolarità.

Entrambi risistemano frammenti, ma uno lo fa ricordando vissuti, l'altra perché ha imparato a prevedere. La differenza seppur sottile, è enorme.

Il cinema ha un linguaggio proprio, da sempre. Un primo piano può servire ad allentare la tensione o ad agitare il respiro; un fotogramma vuoto può pesare su un dialogo, un rumore che arriva nel momento giusto può dar vita a svolte narrative inaspettate. Registi come Hitchcock, Fellini o Kubrick non costruivano semplici immagini, creavano attese.

L'intelligenza artificiale riconosce questa grammatica e la sua evoluzione con precisione straordinaria. Ha studiato il campo e il controcampo, conosce i ritmi che producono tensione, e i colori che aiutano a evocare certe atmosfere.

Nonostante questo, riconoscere una certa grammatica non significa sapere il motivo per cui vengono utilizzate parole specifiche.

È la distanza che corre tra leggere lo spartito di una canzone e ricordare dove l'abbiamo ascoltata la prima volta.

Il cinema, in realtà, ci aveva preparati, ma non del tutto. Per oltre un secolo abbiamo accettato il “patto della finzione”: entravamo in sala sapendo che qualcuno avrebbe manipolato il tempo, lo spazio e le nostre emozioni. Insomma, il montaggio era un trucco dichiarato e l'illusione aveva un ruolo preciso.

Oggi, quel confine si è spostato.

Le immagini, da tempo, non abitano più soltanto gli schermi dei cinema o delle televisioni; ci raggiungono “a domicilio” nel flusso continuo dei social, delle pubblicità, dei messaggi che riceviamo sul telefono.

Il sospetto aleggia non solo su ciò che guardiamo, ma anche sul modo in cui impariamo a fidarci di quello che vediamo.

Un aspetto, però, rimane per ora impossibile da “imparare” per l’AI.

Alla fine di “Nuovo Cinema Paradiso”, Totò non guarda una semplice raccolta di baci censurati. In ogni fotogramma ritrova quella presenza che non compare nell'inquadratura. Quello di Alfredo è il gesto sottinteso di chi sceglie di conservare quelle immagini, la cura nascosta dietro ogni “taglio” di quei baci.

È proprio questo il momento in cui il cinema e l'intelligenza artificiale smettono di assomigliarsi. Una macchina può assorbire milioni di pellicole, apprenderne il lessico, ricombinarne gli elementi con risultati incredibili, ma non è in grado di uscire da una sala di proiezione con la scena del film che continua a farle compagnia. Così come non è capace di ritrovare l’emozione di una battuta a vent'anni di distanza o di scoprire che un vecchio film è cambiato perché, nel frattempo, siamo cambiati noi.

La bobina lasciata da Alfredo non è materiale d’archivio, è una dichiarazione d'amore.

È questa la certezza che il cinema continua a ricordarci nell'epoca dell'AI.

Magari le macchine riusciranno a raccontare storie, ma noi sapremo riconoscere l’intervento della mano che, tra quelle storie, ha deciso quali valeva la pena conservare.

Paolo Maragoni

Paolo Maragoni

Autore e redattore
Paolo è un inguaribile sognatore e passeggia sulle nuvole! Forse lo dice per scherzo, ma non troppo. È nato a Terracina, dove vive; lavora come consulente tecnico commerciale nel settore degli impianti termomeccanici ed energie alternative. Nella seconda vita è un Artist e Creative coach, editor e insegnante di scrittura creativa. È autore, attore e regista teatrale da oltre 30 anni, ha esperienze radiofoniche e da podcaster. Adora il teatro, il cinema, la lettura, la scrittura, e il jazz che cerca in ogni espressione artistica. Scrive articoli, racconti e poesie, adora i gialli e i racconti brevi. Ha un blog personale: www.paolomaragoni.it

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