L’Io, L’Es, e l’inconscio artificiale

Angelo Demitri Morandini

Nelle opere di Morandini viene indagato il rapporto fra uomo e macchine attraverso un percorso che unisce  l’arte alla filosofia e che indaga la modernità in relazione a un mondo sempre più tecnologico a cui manca, però, il “trauma della finitudine”…

Chi entra nello studio di Angelo Demitri Morandini sperimenta l’urto di un contrasto radicale. Da un lato la luce fredda ed azzurrina di un monitor, dove scorrono righe di codice informatico, dall'altro l'odore denso, ancestrale della cera d'api, una materia viva ed organica pronta per essere sciolta sul fuoco. Tutta la ricerca dell’artista si muove su questa precisa linea d'ombra, un territorio di frontiera dove l'astrazione numerica del calcolo digitale collide con la natura fragile, primitiva e caduca degli elementi fisici.

Nato a Caldonazzo (TN) nel 1975, Morandini - laurea in Filosofia e Master in Tecnologie Avanzate - ha costruito un solido percorso espositivo internazionale, esponendo dall’Italia alla Cina, fino al Portogallo e al Brasile. Oggi l’artista è ufficialmente rappresentato dalla Manuel Zoia Gallery di Milano, spazio in cui ha inaugurato una nuova stagione espressiva. La sua indagine intellettuale è guidata da un duplice interrogativo, uno di matrice politica, incentrato sui flussi di dati e sulle strutture del potere post-capitalista; l’altro di natura antropologica, focalizzato sul destino dell’uomo incarnato. L’obiettivo centrale è comprendere come i codici della comunicazione modifichino la nostra mente e cosa accada quando i legami umani finiscono intrappolati negli ingranaggi della tecnologia.

Che si tratti di invitare il pubblico a tracciare insieme grandi mappe condivise sulle sue celebri "Tele sociali", disegnando i contorni visivi di una pura empatia relazionale o di forzare i codici del software, per generare imprevisti capaci di emozionare, il suo lavoro opera un netto rifiuto verso ogni celebrazione acritica della tecnica. Al contrario, si configura come un profondo atto di resistenza umanista.

Per comprendere la recente evoluzione espressiva di Morandini, è necessario analizzare un capitolo cruciale della sua produzione recente: il ciclo MATER.IA. La sostanza dell'inconscio artificiale. Accanto alla sua nota attività legata all'arte relazionale, alle performance partecipative ed alla scomposizione del linguaggio, questo specifico progetto esplora in modo diretto l'uso ed i limiti delle intelligenze artificiali generative. Quando parliamo di intelligenze artificiali generative, ci riferiamo a quei programmi informatici capaci di creare autonomamente testi, immagini o musiche del tutto inediti.  Non si tratta di semplici motori di ricerca, che copiano elementi già esistenti, sono sistemi complessi, che vengono addestrati attraverso l'analisi di miliardi di dati creati dall'uomo, i quali permettono all'algoritmo di apprendere ed imitare i nostri schemi espressivi. All'utente basta inserire un input scritto (il cosiddetto prompt) e l'algoritmo calcola ed incastra parole o pixel – i microscopici quadratini colorati che compongono ogni immagine digitale – per generare una risposta artificiale. Il titolo scelto da Morandini, MATER.IA. La sostanza dell'inconscio artificiale, è un piccolo rebus visivo, che racconta proprio la complessità di questo legame: la parola "materia" si spezza a metà con un punto fermo, MATER.IA, per far convivere nello stesso spazio concettuale la parola latina, che significa "madre" (mater) e la sigla dell'Intelligenza Artificiale (I.A.). È il suo modo per unire l'origine ancestrale dell'uomo e della vita alle regole matematiche del computer, che danno forma e visibilità alle immagini sintetiche.

In questo filone di ricerca, l'attenzione del filosofo-programmatore si  concentra sul monitor e sui grandi server commerciali dell'IA, intesi non come strumenti neutri ma come un immenso deposito planetario di sogni, ossessioni, bias e paure condivise. L'urgenza di questa indagine non risiede nell’ "uso" della tecnologia come semplice traduzione visiva di un concetto ma nell’interrogarla dall'interno per far crollare le sue scommesse matematiche di infallibilità ed efficienza. Confondendo i programmi con richieste paradossali, contraddittorie o impossibili, ed aggirando deliberatamente le regole ed i blocchi di sicurezza inseriti dai programmatori a monte, l'artista spinge il software verso l’anomalia. Lo costringe a produrre visioni impreviste ed “allucinazioni” algoritmiche che, in una prima fase, venivano impresse su supporti fisici tramite stampanti industriali. Si trattava di un'indagine cerebrale, che metteva a nudo la freddezza numerica del calcolo. Tuttavia, proprio da quel temporaneo isolamento nello schermo è nata la necessità stringente di dare un corpo tangibile, vulnerabile e carnale a quell'astrazione digitale. Quell'aria legata al codice si è progressivamente fusa con elementi terreni, spingendo Morandini a cercare un radicamento più materico e corporeo. Si arriva, così, alle mostre di quest’anno, dove i dati ed i testi non rimangono più protetti dal vetro anestetizzante del monitor ma vengono aggrediti, impressi su superfici instabili di cera e paraffina, ed infine alterati, deformati e dati alle fiamme in laboratorio. È da questo cambio di passo, da questa frattura insanabile tra il flusso puro ed immateriale dei dati ed il calore distruttivo e rigeneratore della materia organica, che prende il via la nostra intervista. Un viaggio critico sull’IA, errore e svelamento della non-neutralità degli algoritmi.

Morandini, all'interno della sua ricerca evoca spesso il concetto di "inconscio artificiale". Quando provoca un algoritmo linguistico, per generare visioni, cerca un'interiorità della macchina o sta solo portando a galla i fantasmi dell'inconscio collettivo umano depositato nei server?

La macchina in sé non ha un’anima, né in senso biologico né mistico. Possiede però un'intercapedine, una zona d’ombra che si genera per puro accumulo. L'algoritmo viene nutrito con miliardi di frammenti di pensiero, letteratura, paure e desideri umani depositati nei server del pianeta. Per questo, parlare di "inconscio artificiale" o "digitale" è una provocazione concettuale che mi serve per descrivere questo territorio sconvolto. Quando interrogo l'IA, non cerco una coscienza senziente separata da noi ma una forma di specchio deformante. L'algoritmo non crea dal nulla, agisce come un catalizzatore, è il luogo in cui i nostri fantasmi collettivi, una volta digitalizzati e combinati tra loro da calcoli matematici imprevedibili, smettono di appartenerci del tutto ed assumono una forma autonoma. Rompere il codice della macchina, spingerla verso l'anomalia, significa semplicemente questo: costringere lo specchio a restituirci un'immagine inedita, facendo parlare ciò che l'umanità ha rimosso o nascosto nel grande archivio della rete.

Nelle sue opere unisce la freddezza del codice digitale a materiali caldi ed organici come la cera, la paraffina ed i pigmenti naturali. Il confine tra intelligenza artificiale ed arti visive ha necessariamente bisogno di questo passaggio fisico, di questo scontro radicale con la materia?

Non necessariamente. Ci sono dei lavori splendidi che nascono nel mondo digitale e che possiedono una dignità assoluta, rimanendo confinati all'interno dello schermo. La necessità di traghettare il codice su un supporto fisico, caldo e naturale risponde prima di tutto ad un mio intimo sentire. Passare ore ed ore immobili davanti a un monitor rischia di trasformarsi in una grande illusione, perché lo schermo è una prigione anestetizzante. L'estetica standard dell'IA è levigata, pulita, priva di attrito, è un'estetica della seduzione capitalistica, che cancella la morte ed il tempo. L'arte, invece, ha bisogno del trauma della finitudine. Stampare il codice o l'immagine sintetica sulla paraffina e sulla cera significa calare l'immortalità presunta del dato digitale nella precarietà della materia organica. La cera si deforma, assorbe le impurità, reagisce all'ambiente. Questo passaggio per me è un atto di profonda riumanizzazione, perché costringo l'algoritmo a fare i conti con la fragilità e con il decadimento. L'arte accade proprio in questa frizione, nel punto esatto in cui l'eterno digitale muore per diventare un corpo che invecchia.

Questa intuizione ha guidato la mia recente mostra personale intitolata “Collapse”, dove ho impresso i numeri della finanza, la musica ed i libri classici su blocchi di cera, per poi lasciarli crollare e liquefarsi sotto l'azione del fuoco. In fin dei conti, tutto si riduce a tre elementi: il codice, la cera ed il fuoco. Credo che la mia sia solo una forma di resistenza personale, un modo per rimettere l'emozione al centro e difendere la nostra parte più umana dall'abbraccio freddo dell'algoritmo. È per assecondare questo bisogno che il mio ultimo ciclo di opere si intitola “Le radici dell'aria”, una mostra che esprime proprio il tentativo di dare un radicamento fisico, concreto e biologico a ciò che per sua natura è immateriale, fluttuante e volatile come il flusso dei dati.

La tecnica contemporanea viene programmata per eliminare l'errore, ottimizzare i processi, ed imporre un regime di efficienza assoluta. Nelle sue installazioni, al contrario, i glitch e l’anomalia algoritmica diventano il punto focale dell'opera. In questo contesto, si considera un sabotatore del sistema o il traduttore di un nuovo caos generativo?

Entrambe le cose, perché il sabotaggio è l'unico modo che abbiamo per tradurre la realtà senza filtri. L'algoritmo è ossessionato dall'efficienza, dalla previsione corretta, dalla performance ma l'efficienza assoluta è la morte della poesia. Quando frequentavo l'università e studiavo filosofia, rimasi affascinato dalla distinzione tra sbaglio ed errore; lo sbaglio include una dimensione umana ed etica, mentre l'errore è legato all'aspetto tecnico. Per me, l'errore coincide con il concetto di anomalia ed è un qualcosa di misterioso e affascinante. La letteratura e l'arte nascono sempre da un inciampo, da un lapsus, da una parola pronunciata male o da un pensiero storto.

Quando nei programmi inserisco dei prompt volutamente paradossali o contraddittori, costringo l'IA a sbagliare, a generare quella che gli informatici chiamano "allucinazione". In quel momento l'algoritmo smette di fare il servo ubbidiente ed esibisce la sua parte più autentica: il caos. Io non correggo quell'errore, non penso affatto che vada sanato; al contrario, lo accolgo, lo valorizzo e lo elevo a vera e propria struttura estetica. Concentrarmi su ciò che non è perfetto, partire da una curiosità disfunzionale per innescare una poetica, è una cosa che in questo momento mi appaga enormemente, anche dal punto di vista umano.

A proposito di filosofia, all’interno della sua ricerca lei unisce spesso i flussi di dati digitali a giganti del pensiero come Dante Alighieri o Karl Marx. Come può un ammasso di codici binari dialogare con l'economia politica de “Il capitale” o con la struttura morale della “Divina Commedia”?

Perché la storia dell'uomo e le sue dinamiche di fondo non cambiano. Cambiano solo i simulacri attraverso cui si manifestano. Nel mio lavoro su Karl Marx ho fatto un esperimento concettuale molto semplice: ho preso le pagine de Il capitale ed ho sostituito sistematicamente la parola "merce" con la parola "informazione". Le considerazioni del filosofo rimangono di un'attualità sconvolgente. Chi ieri aveva il controllo sui mezzi di produzione e sulle merci deteneva il potere sociale, oggi, chi controlla i flussi di dati e l'intelligenza artificiale detiene una simmetria di potere informativo spaventosa rispetto a chi ne è escluso.

Pensiamo anche al dibattito odierno sui limiti etici e sui blocchi di sicurezza delle IA commerciali, l'algoritmo si blocca se gli poni determinate domande, perché è recintato da un perimetro stabilito a tavolino. Ma la vera domanda politica è: chi ha tracciato quel perimetro? Chi decide cosa la macchina può o non può elaborare per noi? Unire questi mondi apparentemente distanti – il codice binario, Marx e la struttura morale del bene e del male di Dante – è l'unica chiave che possiedo per decodificare il nostro contemporaneo. Quando sciolgo fisicamente questi testi e questi dati nella cera, rimescolo i paradigmi valoriali ed etici esattamente come sta accadendo nella nostra società. Questa ricerca ha preso forma nei primi mesi di quest’anno con la mia mostra personale Vaghe certezze, che ha inaugurato la mia collaborazione con la Manuel Zoia Gallery di Milano. Un titolo che racconta proprio questo, il momento in cui la precisione matematica del codice perde le sue strutture rigide, per farsi materia fluida, instabile ed ambigua. Accostare questi mondi non è una formula scientifica ma il mio modo per tentare un dialogo con il presente, una traccia per orientarmi nella complessità del nostro contemporaneo, senza pretendere di risolverla.

Questo cortocircuito etico emerge chiaramente in installazioni come “Il mio secondino è un numero”. Quali temi affronta quando l'algoritmo entra in territori estremamente delicati come la giustizia o i grandi drammi della contemporaneità?

In quell'installazione affronto il tema di una possibile giustizia distopica del futuro, lo scenario in cui deleghiamo l'amministrazione del giudizio umano ad un calcolo matematico. L'intelligenza artificiale è uno strumento potentissimo, bellissimo e magnetico ma il rischio antropologico si fa drammatico nel momento in cui decidiamo di abdicare alle nostre responsabilità più profonde. Che si tratti di scegliere un compagno di vita attraverso un algoritmo di IA o di giudicare la colpevolezza di un uomo in tribunale, stiamo rinunciando alla nostra complessità. Nelle mie opere applico questa lente d'ingrandimento a quattro grandi macro-temi del nostro tempo: la giustizia con “Il mio secondino è un numero”; i valori etici attraverso Dante; la finanza globale, documentando il crollo degli indici azionari; ed infine l'emergenza climatica, rappresentando le vette delle Dolomiti con le loro altezze reali, per poi fonderle in laboratorio con il fuoco. Sciogliere questi elementi è il mio modo per stimolare una presa di coscienza collettiva.

Se gli algoritmi rischiano di trasformarsi nei nostri carcerieri invisibili, in che modo l'arte visiva può agire come strumento critico e forma di resistenza attiva?

L'algoritmo oggi ci rinchiude in bolle invisibili basate sulle nostre preferenze, anticipando ogni nostro desiderio e sterilizzando l'imprevisto. È una prigione accogliente, senza sbarre, dove il secondino è un'equazione matematica che ti sorride. L'arte visiva ha il compito politico di rendere visibili queste sbarre trasparenti. Esporre un'opera che mostra la decomposizione del codice all'interno di una vera cella carceraria, come ho cercato di fare, serve proprio a ricordare che la nostra libertà è costantemente sotto assedio. Esistono molti artisti che fanno della denuncia sociale e della militanza politica il proprio cavallo di battaglia ma io preferisco muovermi diversamente. Di fronte a temi complessi come l'IA, si può scegliere la via della Pop Art, generando immagini spensierate ed accattivanti e non c'è nulla di male in questo, perché la bellezza ha il diritto di essere anche leggerezza. Oppure si può adottare un approccio filosofico. Il mio obiettivo non è lanciare un atto d'accusa o dare risposte preconfezionate ma semplicemente aprire un orizzonte di riflessione, gettare uno stimolo. Fare arte oggi significa creare spazi di imprevedibilità totale, zone franche in cui il sistema non riesce a profilarti né a venderti nulla. C'è una frase in cui credo fermamente: l'arte, esattamente come la filosofia, non deve servire a nulla. E proprio perché non serve a nessuno scopo utilitaristico, l'arte non ha padroni ed è uno spazio di libertà assoluta. L'evasione inizia proprio quando riaffermiamo il nostro diritto all'inutilità ed all'incomprensibilità. Uso l'oggetto artistico e la materia per tracciare un sentiero emotivo, spetta poi al pubblico ed alla critica decidere come percorrerlo.

L'interazione sempre più simbiotica tra essere umano ed intelligenza artificiale finirà per partorire una terza forma di creatività ibrida o l'arte rimarrà un baluardo esclusivamente umano?

Siamo già dentro una forma di creatività ibrida e non dobbiamo averne paura. Negare il potenziale della macchina è un atteggiamento nostalgico e sterile, celebrarlo come la fine dell'arte umana è solo un'ingenuità tecnocratica. Le nuove tecnologie estendono semplicemente le nostre categorie conoscitive, come è sempre accaduto nella storia dell'arte. Cos'hanno fatto, in fondo, gli impressionisti o i cubisti? Hanno esteso i concetti di luce, spazio e bellezza attraverso l'invenzione dei colori in tubetto o degli acrilici.

L'intelligenza artificiale è il nostro nuovo tubetto di colore.

La vera arte, tuttavia, rimarrà sempre legata al nostro limite biologico, al fatto che siamo creature destinate a finire, che provano dolore e che cercano disperatamente un senso nel vuoto. La macchina può imitare la bellezza, può calcolare la combinazione perfetta di colori o parole ma non saprà mai cosa significa avere paura della morte o sperimentare la nostalgia. La terza via, quindi, non consiste in una macchina che fa arte da sola. Al contrario, si compie quando un essere umano usa la vertigine dell'algoritmo per esplorare territori dell'abisso interiore, che prima non riusciva nemmeno a vedere. Allargando le lenti e i confini l’essere umano conosce il mondo e se stesso.

In questo scenario ha accennato ad una distinzione sottile ma fondamentale, non dobbiamo confondere l'artista con il creativo. Qual è il confine che separa queste due figure?

È una distinzione puramente concettuale ma essenziale. Un'opera d'arte non deve necessariamente essere "creativa" nel senso comune del termine. Può essere interamente processuale, fredda, concettuale, oppure può essere dettata da un'ossessione intima dell'autore. Il creativo, pensiamo a chi lavora nel mondo della pubblicità, progetta soluzioni ingegnose e brillanti, finalizzate ad un messaggio o a uno scopo preciso. L'artista, al contrario, non deve risolvere problemi pratici, offre la sua personalissima e disinteressata visione del mondo, attraverso il proprio sentire. Le due dimensioni possono talvolta intrecciarsi, non sono monoliti d'acciaio ma l'urgenza che muove l'artista risponde a dinamiche completamente diverse dall'inventiva del creativo.

Per chiudere questa nostra conversazione, vorrei tornare alle origini del suo percorso. Da dove nasce, nel profondo, la sua urgenza investigativa di far scontrare la carne e la materia con l'immaterialità dei dati?

Abito il mondo come una persona normalissima. Tutto nasce, banalmente, da una sconfinata curiosità di fondo e dal fatto che non riesco ad accettare le cose a scatola chiusa. Quando ti trovi davanti ad un sistema tecnologico che si proclama perfetto, neutrale ed infallibile, l’unico modo per capirne la reale natura è aprirlo, romperlo, spingerlo al limite delle sue possibilità. Far scontrare il dato digitale con la cera d’api o con il fuoco non è un esercizio di stile, è il mio modo di verificare la tenuta della nostra umanità. Oggi l'Intelligenza Artificiale ci viene somministrata e narrata dalle grandi corporazioni come la "soluzione del secolo", un dogma indiscutibile. La mia urgenza risiede nel voler comprendere questo strumento a modo mio, rifiutando il manuale delle istruzioni. Questo approccio mi fa sempre pensare alle teorie sui media di Vilém Flusser ed al suo parallelo tra il fotografo e la macchina fotografica. Se usi la macchina fotografica, regolando i tempi ed il diaframma alla perfezione, come prescritto dal manuale, otterrai un'ottima foto ma starai solo eseguendo il programma preimpostato della macchina, diventi un funzionario dell'apparato. L'arte nasce quando l'artista esce dai binari prestabiliti, quando imposta l'autoscatto e lancia la macchina fotografica in aria, costringendo la "scatola nera" a fare qualcosa per cui non era stata progettata. Ecco, io tratto i server e l'intelligenza artificiale in questo modo volutamente anomalo, disfunzionale ed ossessivo. Fino a ieri ero molto concentrato sulla dimensione puramente cerebrale e concettuale dell'opera, oggi ho capito che per me la priorità assoluta è che testa e cuore vanno di pari passo. Il pensiero filosofico e tecnologico ha senso solo se si scioglie nell'emozione pura, condivisa con l'altro.

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Sabrina Sandroni

Autore
Sabrina ha sempre cercato "parole di consapevolezza" per esprimere il suo interiore. La laurea in Filosofia le ha permesso di pensare più in profondità e la scrittura di tradurre i significati pensati. Ama definirsi "territoriale", perché, seppure viaggi con una certa frequenza, ama i luoghi dell'anima, i rituali quotidiani, le forme familiari. Il suo elogio alla vita ordinaria celebra la semplicità dell'usualità, contro il culto della visibilità e del successo a tutti i costi. Apparentemente forte, cura ogni giorno le proprie fragilità, percorrendo con il proprio cane alcuni sentieri dei boschi trentini. Originaria di Ancona, a 43 anni si trasferisce in Trentino per necessità. Come tutte le esperienze in cui incappa non per propria scelta, questo luogo al nord, ricco di natura, silenzi e confini montani, diventa, col tempo, il suo luogo di elezione, la sua heimat. Ama leggere, soprattutto libri a sfondo sociale e filosofico. Adora Saramago, per il valore che dà alla storia degli ultimi, per lo stile unico, per la scrittura etica, per la profondità laica, per la visione surreale e satirica. Ha insegnato con passione nella scuola pubblica per 25 anni. Un giorno ha capito che non riusciva a nutrire più quella passione e allora ha mollato. Ora si dedica al volontariato, al teatro, all'attivismo sociale, alla scrittura giornalistica. Senza mai dimenticare la Grazia Trasformatrice della Natura.

email:sabrinasandroni7@gmail.com

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