Oslo 31 agosto: in punta di morte

tesei

Tutto aderisce come una pellicola invisibile.

D. DeLillo

 

Perché a un certo punto un uomo decide di suicidarsi? Joachim Trier nella sua opera cinematografica esplora il dramma di una vita che non trova più bellezza a cui aggrapparsi…

Due definizioni di empatia secondo il Merriam-Webster:

1. «L’azione del comprendere i, essere consapevoli dei, essere sensibili ai, e fare esperienza indiretta dei sentimenti, pensieri ed esperienze dell’altro».

2. «L’atto di immaginare che le idee, i sentimenti o i comportamenti di qualcuno abitino completamente qualcosa che si sta osservando: la proiezione immaginativa di uno stato soggettivo in un oggetto, cosicché l’oggetto sembri essere infuso da quello stato. Un senso di fusione con un oggetto».

Oslo, 31 agosto di Joachim Trier è una rivisitazione della pellicola di Louis Malle del 1963, Fuoco fatuo (Le feu follet), tratto a sua volta dal romanzo omonimo di Pierre Drieu La Rochelle. Il film di Trier è però così peculiare e personale che non può essere considerato un semplice remake.

Nel montaggio iniziale, le ombre di Jonas Mekas e di Chris Marker fanno capolino mentre sentiamo una delle voci fuori campo dire: «Mi ricordo che pensai: “Mi ricorderò tutto questo”».

La trama parte dall’alba del giorno 30 agosto e giunge a quella del 31, con due momenti che si richiamano a vicenda, si fanno da eco: il protagonista, Anders, tenta il suicidio all’inizio — rinunciandovi per un po’ di tempo — per poi portarlo a termine alla fine. È questo po’ di tempo che Trier ci mostra nel suo film.

Seguiamo Anders, uscito per un giorno dalla comunità per tossicodipendenti presso cui si trova da tempo per partecipare a un colloquio di lavoro e per prepararsi al ritorno alla vita “fuori”, poiché sta per terminare il suo periodo di cura.

Lo osserviamo quindi durante il colloquio, lo vediamo far visita al suo (ormai lontano) migliore amico, assistiamo al suo incontro con la compagna di sua sorella, emissaria famigliare.

In ognuno di questi momenti, Anders non è né angosciato né preoccupato, ma triste, e sappiamo che la tristezza è un sentimento più calmo e definitivo degli altri. Non lo vediamo contento di tornare a questa vita e nemmeno di rimanere nella comunità, ovviamente. Vediamo una persona che sta compiendo un ultimo tentativo, e dentro quest’ultimo tentativo — che è tutto il film — noi percepiamo la sua vita: l’abilità come saggista, l’amore verso l’amico, nei confronti del quale la vita è stata forse più clemente, il bisogno di sentire l’ex fidanzata, il rapporto con la sorella, che non riesce ancora a rivederlo e manda la sua compagna a incontrarlo.

Osserviamo così Anders che cammina attraverso le cose, attraverso tutto questo, un fantasma che ancora si trattiene in questa dimensione.

Trier vuole molto bene ai suoi personaggi — già da Phillip ed Erik in Reprise (2006), continuando con Julie in La persona peggiore del mondo (2021) e arrivando a Nora nell’ultimo Sentimental Value (2025) — e ce li mostra in tutta la loro imperfezione, ma in qualche modo proteggendoli e avendone sempre cura. Anche in Oslo, 31 agosto, Trier compie un perfetto lavoro di empatia nei confronti del suo personaggio protagonista. Noi spettatori, a nostra volta, empatizziamo sì con Anders ma, ancora meglio, con l’intero film come opera, come oggetto: ci uniamo, ci fondiamo con il film, in un procedimento che non è più solo emotivo ma anche fisico, sensoriale.

Ciò accade anche, e soprattutto, grazie allo stile di regia di Trier, che si dedica a ogni particolare, visivo e uditivo: i bei volti genuinamente multiformi dei personaggi, il sole nordeuropeo e le ombreggiature di Oslo, la brezza tra i suoi tanti alberi, i rumori naturali (nel senso letterale, della natura) che si mischiano a quelli artificiali. Perfetto esempio ne è la scena in cui Anders si trova nel ristorante: seduto da solo a uno dei tavoli, prova a captare le conversazioni intorno a lui e riesce, insieme a noi, a cogliere tracce di parole pronunciate da persone diverse, che tutte insieme formano un senso.

Capiamo come anche lui avrebbe forse voluto avere una frase da aggiungere a quella composizione di vita e con lui realizziamo, avvicinandoci alla fine, come non riesca più a trovare questa frase. Anders è sempre più pieno di un silenzio che lo conduce verso la casa dei suoi genitori, dove è cresciuto, e al cui interno si muove in modo molto più sicuro rispetto al suo precedente vagare per le strade della città.

La fine del film coincide con quella di Anders, che si uccide con un’overdose di eroina — in un piano sequenza forse figlio di Last Days di Gus Van Sant — e riempie di silenzio anche noi.

Però, in modo non troppo inaspettato, poiché ogni fine lascia una traccia, noi percepiamo qualcosa che continua e che Gianluca Solla (scrivendo di Aki Kaurismäki) definisce precisamente: questa traccia è «ciò che resta al fondo di ciò che non resta», ciò che «accade sul fondo di una scomparsa, di una perdita (...) ciò che indugia, ciò che esita». Come il fantasma di Anders, che per un po’ si è trattenuto in vita e che — dopo la fine — insieme al film si trattiene dentro di noi e noi dentro di lui mentre, sulla pellicola e nel mondo naturale, (ricordando Buzzati) il tempo continua a soffiare.

 

Bibliografia

G. Solla. La vita sghemba. Aki Kaurismäki alla fine del mondo, Cronopio, Napoli, 2025

D. Buzzati. Il deserto dei Tartari, Oscar Mondadori, Milano, 1983


Alessandra Tesei

Alessandra Tesei

Autore
Alessandra Tesei nasce a Jesi il 16 gennaio del 1987. Ha sempre vissuto nelle Marche. Laureata prima in Lettere Moderne e successivamente in Filologia Moderna, prosegue gli studi per diventare editor. Nel corso della vita ha letto, ascoltato musica, guardato film, scritto, viaggiato, disegnato e dipinto miniature, tutte cose che continua a fare più o meno con grande piacere. Ama la musica e l’arte, ma letteratura e cinema sono i suoi amori viscerali. Ultimamente si sente accompagnata dai racconti dell’orrore e dai film di Aki Kaurismäki.

Editoria e Scrittura è un laboratorio, un luogo di incontro e riflessione sui mestieri dell’editoria e della scrittura. È anche un crocevia di persone che si interessano di questi argomenti e che scavano, cercano, scrivono e soprattutto pensano. Ma che si divertono, con buona pace delle spocchie intellettuali che “animano” questi questi settori. Ci occupiamo anche di illustrazioni, di segno grafico, del rapporto fra immagine e testo, attraverso esplorazioni che percorrono anche le nuove opportunità del mondo digitale. Perché non importa se su inchiostro o su pagina web: l’essenza della parola scritta non cambia, rimane sempre la traccia, la permanenza di una storia, un pensiero, una riflessione. un’ispirazione che diventa contenuto e presenza.

La stanza di Virginia, rivista bimestrale di cultura e costume

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