Da Gaza a Hopper, un monito per l’umanità. Non possiamo più restare indifferenti, rinchiusi una vita che forse non ci appartiene neppure…
"La bellezza salverà il mondo", la celebre frase di Dostoevskij, pronunciata nella sua opera L'idiota, fa appello a una bellezza intesa come armonia, grazia e bontà morale. In tal senso, per Dostoevskij la bellezza può diventare una forza trasformatrice, una forma di politica culturale, che genera senso e scopo, combattendo il nichilismo moderno. Oggi, la bellezza può ancora salvare il mondo? No, oggi da sola non basta più. La bellezza è una possibilità sospesa, una luce che illumina la scena ma non scrive il copione, se non accompagnata dall’empatia.
Il mondo è troppo frammentato e l'alienazione troppo profonda perché la bellezza da sola possa fungere da collante. Se la bellezza è lo stato di ciò che contempliamo, l'empatia è lo sforzo di ciò che facciamo. La bellezza può offrirci un rifugio ma è l'empatia che ci offre una casa comune. La bellezza mostra ma è l'empatia che connette. Senza questa rivoluzione del cuore, la bellezza rimane un privilegio solitario dietro un vetro; con l'empatia, quel vetro diventa finalmente una finestra aperta.
La finestra, per molto tempo, nel nostro immaginario artistico, ha rappresentato la separazione tra due mondi, uno esterno, fatto di paesaggi naturali o urbani, di aria, luce, sole, nuvole e vento, di tepore, e uno interno, fatto di persone, piccoli rituali, arredi, tende, pavimenti e pareti. Ma lo schermo del computer, dell'iPad, dell'iPhone, di Facebook o Instagram, ha confuso le due dimensioni, portando dentro casa il mondo ed esponendo fuori le nostre emozioni più private, senza necessità di aprire alcuna finestra fisica.
In epoca di iper-connessione digitale e totale isolamento nella pratica dello scrolling (lo scorrimento compulsivo di notizie), Edward Hopper (1882-1967), pittore americano, ci mostra ancora una via, attraverso la rappresentazione scenica di un essere umano isolato. Nei suoi quadri — Nighthawks, Automat, Night Windows, Office at night — solo per citarne alcuni, dietro delle vetrate o finestre, che fungono da schermi, lo spettatore può osservare frammenti di vita privata, chiusi nella propria alienazione, in un vuoto silenzioso privo di senso. L'arte di Hopper è la cronaca di questo silenzio. I suoi personaggi vivono una vita inautentica, dove tutto è diventato estraneo.
La vita che sto vivendo ha senso, mi appartiene veramente? L’ho davvero scelta io? sembrano chiedersi le figure di Hopper. A giudicare dai loro sguardi rassegnati, la risposta sembra essere no. Essi non soffrono tanto per la mancanza di compagnia, quanto per la mancanza di senso. Vivono quella che Martin Heidegger definirebbe una vita inautentica, che scorre (come lo schermo dei nostri cellulari) senza essere davvero vissuta. Le figure di Hopper sono alienate, hanno allontanato il mondo, gli altri e se stessi da sé. Tutto intorno a loro è diventato estraneo e il momento di sospensione silenziosa, dove non accade nulla, finisce per coinvolgere anche noi spettatori, che prima o poi, davanti a un quadro di Hopper finiamo per porci le stesse domande dei suoi personaggi: Cosa stiamo diventando? Dove stiamo andando?
Ci troviamo in bilico tra la disumanizzazione e l’umanizzazione, come i personaggi nelle scene nei quadri di Hopper, in cui non accade nulla e le figure non fanno nulla. Sono semplicemente colte nella loro dimensione privata, in uno stato di sospensione fisica e psicologica. Manca solo il copione, che dobbiamo scrivere noi. Sospendere l’azione per permettere alla nostra immaginazione di mettersi in movimento. È questo che ci suggerisce la bellezza dei dipinti di Hopper: sospendere la divisione tra il mondo esterno e interno, e mettersi in ascolto. Anche se le nuove reti sociali hanno annullato il confine tra dentro e fuori, sospendendo il senso e quindi l’azione, Hopper ci mostra, però, un altro tipo di finestra, unico varco in un teatro di distruzione.
A Gaza, l'isolamento è una prigione imposta dalla forza. Qui, il diario di Nancy Hamad, giovane donna di Gaza, impegnata insieme ad altri due milioni di Palestinesi in una battaglia silenziosa, ci porta nella sua dimensione più intima e riflessiva. Nancy trasforma il suo dolore non in isolamento alienato, cinico e distaccato ma in blogging, che non è una fuga ma una denuncia internazionale. Scrivendo, Nancy sottrae il proprio corpo alla statistica della guerra e lo restituisce alla dimensione di persona. Ci mostra la sua vita intima, si mostra al mondo in attesa di essere accolta, ascoltata. La sua parola diventa la finestra pubblica che squarcia il buio dell'indifferenza globale, costringendo il mondo a guardare ciò che è impunemente compiuto ogni giorno. La Hamad scrive di voler abitare l’intero mondo: visibile e invisibile. Allora, a Gaza, scrivere diventa un atto di resistenza psichica, in un mondo che tenta di annullare l’individuo, privandolo non solo dell'acqua e del cibo ma anche della parola, del pensiero e del sentire. Nancy torna alla lettura e alla scrittura per non implodere. E noi, che la leggiamo attraverso uno schermo, attiviamo un sentimento di empatia, che non è solo bellezza disperata e disperante ma anche capacità di interconnettere il nostro pensiero a qualcuno lontano, eppure così vicino.
L'empatia è un gesto invisibile che cambia tutto perché riconosce come mistero irripetibile l’altro da noi. Salvare il mondo significa accettare la fatica di sentire il freddo dell'altro, sia esso il silenzio di un personaggio di Hopper o il grido soffocato di Nancy, che ci dice: «Fuggo dal rumore del mondo e mi immergo nella lettura e nella scrittura, per alleviare la pressione e le difficoltà della vita quotidiana.»
Già prima della guerra mi dedicavo al blogging, mettendo per iscritto tutto ciò che mi veniva in mente. Amavo leggere libri; ne compravo ogni mese e li divoravo. Leggevo di ogni argomento: cultura, scienza, sport, salute fisica e mentale, e altro ancora. Dal 7 ottobre 2023 ho smesso di leggere e persino di comprare libri, ma nell’aprile del 2026 sono tornata a leggere. Questo che ho sotto gli occhi è il mio primo libro, intitolato Full of Emptiness.
Salverà il mondo non chi contempla l'armonia, ma chi, come Nancy Hamad, usa la bellezza della parola per rompere il silenzio dell'orrore.
Siamo ancora capaci di empatia o ci siamo abituati a guardare il mondo solo come spettatori passivi?
Oggi, i nostri schermi sono diventati le nuove finestre di Hopper. Siamo tutti un po' come i protagonisti di Nighthawks: vicini nello spazio digitale che ci isola ma siamo noi ad avere il cursore in mano. Possiamo scegliere di restare osservatori voyeuristi o di abbattere le vetrate del bar di Nighthawks, permettendoci di testimoniare realtà lontane e scoprendo che, paradossalmente, la nostra solitudine è un'esperienza collettiva.
Spetta a noi deciderlo. Solo così salveremo anche noi stessi.