Destini: la saga della famiglia Buendía


marquez

Il capolavoro di Márquez è uno di quei classici che abbiamo voglia di rileggere, sempre. Perché vibra fuori dallo spazio e dal tempo, facendoci ritrovare tutta la magia della letteratura più bella. I discendenti, la sorte, i sortilegi, le sfortunate vicende di uomini e donne che danno forma a questo romanzo che non si fa dimenticare...

Sarà per l’avvicinarsi del clima natalizio o per un semplice eccesso di nostalgia, ma il Márquez di “Cent’anni di solitudine” mi ricorda la mia famiglia negli anni in cui potevo ancora ritrovare le convinzioni di mio padre in quelle del suo. Le tavolate di venti persone in cui erano presenti cinque Ciro, tre Vincenzo, due Anna Maria, due Teresa. I Buendía mi ricordano il caos e l’ansia di dover chiedere il sale ad un individuo preciso del gruppo - anche perché il cognome non era molto d’aiuto - scimmiottando le regole della società tradizionalista del Sud, in cui nessuno può e deve essere dimenticato. Il “Bisogna ricordare” diventa dunque un ritornello, un tormentone libro ‘natural durante’.

Ricordare, che sia con un nome o attraverso uno spettro che gironzola per casa.

“Nella scuola semidistrutta dove aveva provato per la prima volta la sicurezza del potere, a pochi metri dalla stanza dove aveva conosciuto l'incertezza dell’amore, Arcadio trovò ridicolo il formalismo della morte. In realtà non gli importava la morte ma la vita, e per questo la sensazione che provò quando pronunciarono la sentenza non fu una sensazione di paura ma di nostalgia. Non parlò finché non gli chiesero quale fosse la sua ultima volontà. “Dite a mia moglie” rispose con voce alta e chiara, “che dia alla bambina il nome di Ursula.” Fece una pausa e confermò “Ursula, come la nonna. E ditele anche che se quello che deve nascere nasce maschio, lo dovranno chiamare José Arcadio, non per lo zio, ma per il nonno”.”

Nessuno può essere cancellato, perché nessuno è un “unicum”, come non lo si è in alcuna famiglia. Come gli Aureliani, taciturni e meditabondi, e gli José Arcadio, festaioli e sfrenati amanti: i due archetipi, le due facce della stessa Casa che solo il cognome e il caffè amaro rendono inscindibili e modelli per… cent’anni.

“Nella lunga storia della famiglia, la tenace ripetizione dei nomi le aveva permesso di trarre conclusioni che le sembravano decisive. Mentre gli Aureliani erano riservati, ma con discernimento lucido, i José Arcadio erano impulsivi e intraprendenti, ma erano marcati da un segno tragico.”

Fratelli sì, come lo siamo io e il mio, ma con nessuna caratteristica in comune, come me e il mio.

Il Mondo dei Buendía è “come se […] continuasse a girare intorno”, c’è sempre un rimando a qualcuno, a qualcosa, a quello che è stato detto, ai luoghi che sono stati visti, con i ritmi e l’incalzare della scrittura che riportano alla mente un motivetto familiare…

“E venne Aureliano Buendía che vide la nave nella foresta che trovò il padre José Arcadio […]. E venne Aureliano che disse a Gaston che “Tutto si sa”, che venne detto da José Arcadio […].

Naturalmente nel raccontare la vita e l’evoluzione dei membri della famiglia e della stessa Macondo, che nasce, cresce e muore in simbiosi perfetta con i Buendía, Marquez non poteva esimersi dal raccontare l’Amore e dare proprio all’Amore la colpa delle numerose e rapide morti nell’immacolata cittadina. Quel tipo d’amore che spesso fa arricciare il naso per il sapore acre che lascia in bocca.

Amore incestuoso, Amore che fa morire, Amore platonico: Amore che lascia soli.

Svariate tipologie di Amore che non possono che essere circoscritte a quel particolare nucleo familiare, come se non esistessero donne e uomini diversi da quelli che sono Buendía di sangue o Buendía acquisiti.

Certo, perché i Buendía sono un po’ come i Camden di “Settimo cielo”, a cui proprio non interessa chi tu sia o cosa tu voglia…se sei così coraggioso da entrare in quella piccola cerchia ne fai parte a pieno titolo, con tutti i problemi, i disagi e la solitudine che questo comporta.

Ovviamente il “nome” è incluso nel prezzo.

“Non si erano ancora messi d'accordo quel soffocante mercoledì in cui bussò alla porta della casa una vecchia suora che portava un cestino appeso al braccio. Quando la aprì, Santa Sofia de la Piedad pensò che fosse un regalo e cercò di toglierle il cestino ricoperto con una bellissima copertina di pizzo. Ma la suora glielo impedì, perché aveva l'ordine di consegnarlo personalmente, e sotto il più stretto riserbo, alla signora Fernanda del Carpio in Buendía. Era il figlio di Meme. L'antico direttore spirituale di Fernanda le spiegava in una lettera che era nato due mesi prima, e che si erano permessi di battezzarlo col nome di Aureliano, come suo nonno, perché la madre non aveva schiuso le labbra per esprimere la sua volontà. Fernanda si ribellò dentro di sé a quella beffa del destino, ma davanti alla suora ebbe la forza di dissimulare.”

Sul concetto di solitudine sviluppato da Márquez non vorrei proprio soffermarmi, perché l’autore scrive per più di trecento pagine senza mai menzionarla. Mille personaggi, tutti collegati, tutti taciturni o festaioli, tante Amaranta e tante Ursula e Remedios, tanto amore, tanta disperazione ma nessuno che sia in simbiosi con altri, col Mondo, con la famiglia, con sé stessi.

Marquez lascia a noi il sentore dell’amarezza, un’amarezza che nonostante tutto non ci rende completamente partecipi della vita dei personaggi. Tutto va avanti e indietro con un ritmo frenetico, tanto che nemmeno il lettore riesce ad immedesimarsi con una “specifica” solitudine. Non c'è empatia e non può esserci poiché i Buendia sono come naufraghi descritti da Lucrezio, costantemente in un mare in tempesta, mentre noi ricopriamo il ruolo di spettatori che non possono far altro che star seduti sulla terraferma. La nostra è, dunque, una partecipazione spicciola. Siamo lontani, siamo al sicuro.

No, i Buendía li lasciamo soli anche noi.

L’autore, invece, passa da un personaggio all’altro come se li avesse assorbiti in blocco e in blocco volesse “tirarli fuori”. I Buendía coesistono, quindi, vengono descritti come se fossero un unico tutto. Allo stesso modo, le tre sfere temporali vengono dispiegate contemporaneamente in un solo paio di frasi. Alcune volte, questa tecnica, mi riporta alla mente i discorsi tenuti dal mio professore di Linguistica: diceva che i napoletani, per raccontare un evento, di qualsiasi entità, procedono senza uno schema ben preciso; si parte dal principio, poi si passa ad una parte ancora più remota, poi a tutto ciò che c’è intorno perché, diciamoci la verità, centrare il nocciolo della questione non è proprio contemplato. Si perderebbe il pathos e quindi gli avvenimenti non verrebbero compresi allo stesso modo.

Márquez non solo vuol rendere chiaro il completo quadro di ogni situazione, ma decide di prendersi la responsabilità di tutto ciò che concerne quelle situazioni, in cui sono coinvolti i propri personaggi. Dico che se ne prende la responsabilità poiché oltre che narratore onnisciente, l’autore fa proprie le parole e i pensieri di tutti gli Aureliani, degli José Arcadio, delle Amarante.

Non li guarda dall’alto, differenziando le sue parole d’autore da quelle dei personaggi, ma le mescola facendo suoi sia i pensieri che le parole, riproponendoli senza filtrare nulla. Forse è davvero l’unico che non riesce a lasciare solo nessuno di loro. Marquez è e vuol essere ognuno di loro.

Ecco un pezzo tratto dal romanzo, una parte esplicativa di ciò che intendo con “assorbire” i personaggi, uno degli “stream of consciousness” diretti da Márquez (lungo tre pagine, stracolmo di virgole e nessun punto) che ho più amato, in cui Fernanda, arrabbiata con il marito fedifrago e fannullone, esplode in uno sproloquio travolgente e immaginifico:

“ Aureliano Secondo non si accorse della cantilena fino al giorno seguente, dopo colazione, quando si sentì stordito da un ronzare allora più fluido e alto del rumore della pioggia, ed era Fernanda che girava tutta la casa lamentandosi che l’avevano educata come una regina per finire da serva in una casa di pazzi, con un marito fannullone, idolatra, libertino, che sta a pancia all’aria ad aspettare che gli piovesse la manna dal cielo, mentre lei si stroncava le reni cercando di tenere a galla una casa tenuta su con gli spilli, dove c’era tanto da fare, tanto da sopportare e da rabberciare, da quando spuntava Dio fino all’ora di mettersi a letto, che finiva per coricarsi con gli occhi pieni di polvere di vetro e, tuttavia, mai nessuno che le dicesse buon giorno, Fernanda, come hai dormito, Fernanda, né le chiedevano mai anche solo per cortesia perché era così pallida e perché si svegliava con quegli occhi pesti, anche se lei non sperava, naturalmente, che qualcosa di simile saltasse fuori dal resto di una famiglia che in fondo l’aveva sempre considerata come un impiccio, come lo straccetto per sollevare la pentola […]”.

Teresa Merone -

"Nata e cresciuta in una famiglia di artisti, padre pittore e madre pianista.

Non so dipingere né suonare.

Io scrivo e leggo, leggo e scrivo.

Ho una smodata passione per il giallo, cosa che probabilmente Freud imputerebbe all’incestuoso amore per mio padre. Detesto le acciughe e i capperi, la verdura tra i denti, il mio “doppio mento”. Amo, invece, il caffè, avere sempre un’opinione e le mani calde. Le mie parole preferite sono “quinquennio” e “quisquilia” che ogni tanto ripeto nella mia testa per calmarmi, nei momenti di forte stress. Ho conseguito la laurea triennale in Lingue, Lettere e Culture comparate presso l’Orientale di Napoli ed è proprio lì che ho cominciato a rimuginare sull’idea che non ci può essere vera amicizia se, al bar, si divide il costo del caffè. I miei difetti sono deliziosi, davvero: gesticolo animatamente anche per spiegare una cosa, in sostanza, triste, credo di avere sempre ragione e sono una portatrice sana di ansia e di sciagure. Ho anche degli aspetti positivi, ma non ne ricordo nessuno. Ma sicuramente li ho, da qualche parte."

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